2015-02-26

Arthur Schopenhauer - 200 Frasi e aforismi

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più celebri di Arthur Schopenhauer (Danzica 1788 - Francoforte sul Meno 1860), filosofo tedesco tra i maggiori rappresentanti del pessimismo filosofico. Le citazioni sono tratte dalle sue opere più importanti elencate qui di seguito in ordine cronologico.
Come introduzione a questa raccolta di aforismi, riportiamo un brano di Schopenhauer in cui egli descrive la propria filosofia di vita: "Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è la massima che ha guidato la mia vita. La Volontà è infatti l'elemento assolutamente infimo e spregevole in noi: bisogna nasconderlo come si nascondono i genitali, benché siano entrambi le radici del nostro essere. La mia vita è eroica, e non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubito del bottegaio, né con una misura proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo. La mia vita invece è una vita intellettuale, il cui imperturbato procedere e l'indisturbata operosità devono dare frutto nei pochi anni della piena forza mentale e del suo libero impiego per arricchire secoli dell'umanità. La mia vita personale è soltanto la base di questa vita intellettuale, la conditio sine qua non - un elemento del tutto subordinato, quindi. Quanto più questa base sarà sottile, tanto più sarà sicura; se produce ciò che deve produrre in relazione alla mia vita intellettuale, ha raggiunto il suo scopo. L'istinto di cui tale vita è provvista, e la cui esistenza obbedisce a scopi intellettuali, è stato anche per me una guida sicura: in tal modo io non ho badato agli scopi personali e ho investito tutto nella mia esistenza spirituale. Non posso perciò nemmeno meravigliarmi che la mia vita personale sembri incoerente e in sé disordinata: è come la voce di ripieno nell'armonia, la quale non può avere in sé alcuna continuità giacché serve soltanto da sottofondo alla voce principale, dove invece c'è continuità. Ciò che inevitabilmente manca alla mia vita personale mi è restituito in altro modo con il pieno godimento - durante tutta la vita - del mio spirito e della mia aspirazione secondo l'orientamento innato; anzi, se lo possedessi, mi risulterebbe indigesto e di intralcio. Uno spirito che di suo dona e crea, e precisamente ciò che nessun altro può dare e creare in tal modo, e che proprio per questo permarrà e durerà - voler costringere un siffatto spirito a cose diverse, imporgli in generale servizi coatti, e distoglierlo così dalle sue donazioni spontanee, sarebbe crudele e insieme stolto". [...] "La mia epoca e io non siamo fatti l'uno per l'altra: questo è chiaro. Ma è da vedere chi di noi due vincerà il processo di fronte al tribunale dei posteri". 
Arthur Schopenhauer
Danzica 1788 - Francoforte sul Meno 1860 - Filosofo tedesco
Il mondo come volontà e rappresentazione
Die Welt als Wille und Vorstellung, 1819
Selezione Aforismario

La vita dei più non è che una diuturna battaglia per l'esistenza, con la certezza della sconfitta finale.

Quest'umano mondo è il regno del caso e dell'errore, i quali senza pietà vi imperano, nelle grandi come nelle piccole cose; e accanto a quelli agitano inoltre follia e malvagità la sferza.

La base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l'uomo è vincolato dall'origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi.

Ogni storia di vita è una storia di dolore.

La brevità della vita, tanto spesso lamentata, potrebbe forse essere quel che la vita ha di meglio.

Nonostante tutti i tentativi e i sofismi di sant’Agostino, la responsabilità del mondo e di tutte le sue sventure ricade comunque su Dio, il quale ha creato tutto, assolutamente tutto, e sapeva come sarebbero andate le cose.

Ogni appagamento dei nostri desideri strappato al mondo è appena simile all'elemosina, che oggi tiene in vita il mendico perché domani ancor soffra la fame.

L'ottimismo, quando non sia per avventura il vuoto cianciar di cotali sotto la cui piatta fronte non altro alberga se non parole, sembra non pure un pensare assurdo, ma anche iniquo davvero, un amaro scherno dei mali senza nome patiti dall'umanità.

L'egoismo ispira un tale orrore che abbiano inventato le buone maniere per nasconderlo, ma traspare attraverso tutti i veli e si tradisce in ogni occasione.

Così ristretto è il vero e proprio pubblico degno dei filosofi genuini, che perfino i discepoli atti a comprenderli sono loro parcamente condotti dai secoli.

Un uomo deve anche sapere ciò che vuole, e sapere ciò che può: solo così mostrerà carattere, e riuscirà a qualcosa di buono.

Solo per esperienza possiamo apprendere ciò che vogliamo e ciò che possiamo; prima, non lo sappiamo, non abbiamo carattere e dobbiamo sovente venir rigettati, da duri urti esteriori, sulla nostra via.

Nessuno è divenuto artista per lo studio dell'estetica, né un nobile carattere s'è formato con lo studio dell'etica.

La vita e i sogni sono pagine di uno stesso, identico libro. La lettura fatta di seguito si chiama vita reale. Ma quando la normale ora di lettura (il giorno) è finita ed è venuto il momento del riposo, spesso noi sfogliamo ancora oziosamente, aprendo il libro, senza ordine e connessione, ora a una pagina ora a un'altra: talvolta è una pagina già letta, talvolta una pagina non ancora conosciuta, ma sempre dello stesso libro.

Davanti a un'opera d'arte bisogna comportarsi come di fronte a un principe, e mai prendere la parola per primi. Altrimenti, si rischia di sentire soltanto la propria voce.

Desiderare l'immortalità è desiderare la perpetuazione in eterno di un grande errore.

Come il mondo è da un lato, in tutto e per tutto, rappresentazione, così dall'altro, in tutto e per tutto, volontà.

Il corpo intero non è altro se non la volontà oggettivata.

Quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà è invero, per tutti coloro che della volontà ancora son pieni, il nulla. Ma viceversa per gli altri, in cui la volontà si è rivolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, è — il nulla.

La vita oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia. (Schopenhauer)
Supplementi al mondo come volontà e rappresentazione
Die Welt als Wille und Vorstellung, 1844
Selezione Aforismario

Non sono mai mancate persone, che si siano affaticate a fondare il loro mantenimento sul bisogno metafisico dell'uomo e a sfruttarlo il più che possibile: perciò in tutti i popoli vi sono i monopolizzatori ed appaltatori generali di esso: i sacerdoti. Il loro mestiere però dovette da per tutto esser loro assicurato con la concessione del diritto di imprimere i loro dogmi metafisici negli uomini assai presto, prima ancora che il giudizio si desti dal suo sopore mattutino, ossia nella prima fanciullezza: giacché così ogni dogma bene impresso, sia anche il più insensato, aderisce per sempre. Se essi dovessero aspettare finché il giudizio è maturo, i loro privilegi non potrebbero più esistere.

Le religioni sono necessarie al popolo, e sono per esso un inestimabile beneficio. Quando però esse vogliono opporsi ai progressi dell’umanità nella conoscenza della verità, allora debbono essere messe da parte con la massima deferenza possibile. E pretendere che anche uno spirito grande - uno Shakespeare, un Goethe - faccia entrare nella propria convinzione, implicite, bona fide et sensu proprio, i dogmi di una qualche religione, è come pretendere che un gigante calzi la scarpa di un nano.

Sulla libertà del volere umano
Über die Freiheit des menschlichen Willens, 1838

In base al concetto empirico di libertà diciamo: "Io sono libero se posso fare ciò che voglio", e con questo "ciò che voglio" la libertà è già definita. Ma, dato che cerchiamo la libertà del volere, la domanda andrebbe formulata così: "Puoi anche volere ciò che vuoi?

L'uomo, come tutti gli oggetti dell'esperienza, è un fenomeno nel tempo e nello spazio, e siccome la legge di causalità vale per tutti a priori e pertanto senza eccezioni, anche lui vi deve essere sottomesso.

Presupponendo il libero arbitrio ogni ragione umana sarebbe un miracolo inspiegabile, un effetto senza causa.

Soltanto attraverso ciò che facciamo apprendiamo ciò che siamo.

L'uomo fa sempre soltanto ciò che vuole e pure lo fa necessariamente. Ciò dipende dal fatto che egli è già ciò che vuole, poiché da ciò che è segue necessariamente ciò che di volta in volta fa.

Sul fondamento della morale
Über die Grundlage der Moral, 1840

Il mondo è a mal partito, gli uomini non sono come dovrebbero, ma non lasciarti sviare e sii tu il migliore.

Provare invidia è umano, assaporare la gioia per il danno altrui è diabolico.

Non esiste indizio più infallibile di un cuore profondamente cattivo, della più bassa indegnità morale, che un tratto di pura e cordiale gioia del danno altrui.

Declamare è più facile che dimostrare e moraleggiare più facile che essere sinceri.

La presunta mancanza di diritto negli animali, l'illusione che le nostre azioni verso di loro siano senza importanza morale o, come si dice nel linguaggio di quella morale, non esistano doveri verso gli animali, è una rivoltante grossolanità e barbarie dell'Occidente, la cui fonte sta nel giudaismo.

Che la morale del cristianesimo non tenga conto degli animali è un suo difetto che farebbe meglio a confessare.

La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l'uomo crudele con gli animali non può essere buono.

Nessuno è gran che da invidiare,
innumerevoli sono da compiangere molto. (Arthur Schopenhauer)
Parerga e paralipomena
Parerga und Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Il libro comprende i seguenti saggi dei quali è possibile leggere su Aforismario diverse citazioni: Aforismi per una vita saggia - Sulle donne - Sul mestiere dello scrittore e sullo stile - Del leggere e dei libri - Osservazioni psicologiche - Sulla religione - Saggio sulle visioni di spiriti.

Non si deve mai assumere nessun altro come modello per le proprie azioni e le proprie omissioni, dal momento che la posizione, le circostanze, i rapporti non sono mai gli stessi, e dal momento che la diversità del carattere dà una sfumatura differente anche all'azione, cosicché "duo cum faciunt idem. non est idem". Dopo matura riflessione e acuta meditazione, si deve agire conformemente al proprio carattere. Anche nel campo pratico l'originalità è quindi indispensabile, poiché in caso contrario ciò che si compie non è conforme a ciò che si è.

Non si contesti l'opinione di nessun uomo, e si pensi che se si volesse dissuaderlo da tutte le assurdità in cui crede, si potrebbe raggiungere l'età di Matusalemme, senza arrivare alla conclusione. Ci si deve poi anche trattenere, nella conversazione, da qualsiasi osservazione fatta allo scopo di correggere. per quanto bene intenzionata essa sia: è facile infatti indispettire la gente, difficile invece migliorarla, se non impossibile. Quando le assurdità di una conversazione, di cui noi facciamo parte, cominciano a metterci in collera, dobbiamo pensare che si tratti di una scena di commedia tra due pazzi. "Probatum est". Chi è venuto al mondo per ammaestrarlo seriamente e nelle cose più importanti, pub dirsi fortunato di cavarsela con la pelle salva.

Se si vuole valutare la situazione dell'uomo per quanto riguarda la felicità, non si dovrà cercare ciò che gli dà piacere, ma ciò che lo conturba: quanto più irrilevante è infatti quest'ultimo elemento, preso in sé stesso, tanto più felice è l'uomo. Uno stato di benessere è ciò che rende sensibili alle piccolezze, che per contro non sono affatto da noi sentite nell'infelicità.

Anche quando se ne abbiano i migliori diritti, non ci si lasci indurre alla lode di sé. La vanità infatti è tanto comune, e il merito per contro tanto fuori del normale, che ogni volta che noi sembriamo lodare noi stessi, anche solo indirettamente, ognuno scommetterà a cento contro uno, che quanto parla in noi è la vanità, cui manca l'intelligenza di scorgere il ridicolo della cosa. Con tutto ciò, forse non ha del tutto torto Bacone di Verulamio a dire, che il "semper aliquid haeret" vale tanto per la calunnia quanto per la lode di sé, e a raccomandare quindi quest'ultima in dosi moderate.

Il denaro impiegato più vantaggiosamente è quello al cui riguardo ci siamo fatti gabbare: in cambio infatti abbiamo immediatamente acquistato una saggezza.

Lasciar trapelare ira oppure odio dalle proprie parole o dai propri atteggiamenti è inutile, pericoloso, imprudente, ridicolo, volgare. Non si dovrà quindi mostrare ira né odio, se non attraverso le azioni. Si potrà fare quest'ultima cosa in modo tanto più perfetto, quanto più completamente si è evitata la prima.

Coloro che sperano di diventare filosofi studiando la storia della filosofia dovrebbero, piuttosto, ricevere da essa l'idea che filosofi si nasce proprio come avviene per i poeti, anzi assai più di rado.

L'intelletto non è una grandezza estensiva bensì intensiva: perciò un solo individuo può tranquillamente opporsi a diecimila, e un'assemblea di mille imbecilli non fa una persona intelligente.

Per avere pensieri originali, straordinari, forse immortali, è sufficiente estraniarsi dal mondo e dalle cose per certi momenti in modo cosi totale che gli oggetti e i processi più ordinari appaiano assolutamente nuovi e ignoti, sicché in tal modo si dischiuda la loro vera essenza. Quel che si richiede qui non è qualcosa di difficile; ma non è assolutamente in nostro potere ed è appunto l'operare del genio.

Più o meno, noi desideriamo veder la fine di tutto ciò che operiamo e facciamo; siamo impazienti di giungere al termine, e lieti di esservi giunti. Soltanto la fine totale, la fine di tutte le fini, noi ce l'auguriamo, di solito, il più tardi possibile.

Ogni separazione ci fa pregustare la morte, - e ogni rivederci ci fa pregustare la resurrezione. - Perciò le stesse persone, che erano state indifferenti l'una all'altra, si rallegrano tanto, quando, dopo venti o trent'anni, si incontrano di nuovo.

Il profondo dolore per la morte di ogni essere amato ha origine dal sentimento che in ogni individuo sia qualcosa di inesprimibile, di esclusivamente peculiare e quindi assolutamente irripetibile. "Omne individuum ineffabile". Ciò vale anche per le bestie, e viene sentito nel modo più vivo da colui il quale abbia per caso ferito mortalmente una bestia amata, e ora ne colga lo sguardo d'addio, che gli cagiona un dolore straziante.

Quando in sogni opprimenti e orribili l'angoscia tocca il grado estremo, è proprio essa che ci porta al risveglio, con il quale scompaiono tutti quei mostri notturni. La stessa cosa accade nel sogno della vita, quando l'estremo grado di angoscia ci costringe a spezzarlo.

L'uso, comune a tutte le lingue europee, della parola persona per indicare l'individuo umano è, senza saperlo, pertinente: persona significa, infatti, la maschera di un attore, e in verità nessuno si fa vedere com'è; ognuno, invece, porta una maschera e recita una parte. - In generale, l'intera vita sociale è un continuo recitar la commedia. Per tal ragione la vita di società riesce insipida a persone ricche di contenuto; mentre le teste superficiali se ne compiacciono assai.

Succede alle volte che parlando ci facciamo sfuggire quanto potrebbe, in qualche modo, riuscirci pericoloso; ma la nostra reticenza non ci abbandona, quando si tratta di cose che possano farci apparire ridicoli; poiché, in simili casi, l'effetto segue immediatamente la causa.

La pena, causata dal desiderio non appagato, è insignificante in confronto con quella del rimorso: la prima si trova davanti l'avvenire sempre aperto e imprevedibile; la seconda, il passato, irrevocabilmente chiuso.

Il denaro è la felicità umana in abstracto; perciò colui che non è più capace di goderla in concreto, si attacca con tutto il cuore alla felicità in abstracto.

Ogni incidente, che ci procura sgradevoli sensazioni, anche quando è assai insignificante, lascerà un effetto postumo nel nostro spirito, e finché questo dura, ci impedirà di aver una visione chiara e oggettiva delle cose e delle circostanze, anzi tingerà di sé tutti i nostri pensieri, allo stesso modo che un oggetto piccolissimo, portato davanti agli occhi, limita e distorce il nostro campo visivo.

Sicuramente più d'un individuo deve la fortuna della sua vita unicamente al fatto di possedere un sorriso accattivante, col quale conquista i cuori. - Tuttavia i cuori farebbero meglio a stare in guardia e a ricordare, col promemoria di Amleto, "that one may smile, and smile, and be a villain" ("che uno può sorridere e sorridere, ed essere un furfante"').

Il medico vede l'uomo in tutta la sua debolezza; il giurista, in tutta la sua malvagità; il teologo, in tutta la sua stupidità.

Il mezzo più sicuro per non essere molto infelici
è la rinuncia a pretendere di essere molto felici. (Arthur Schopenhauer)
Aforismi per una vita saggia
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Ciò che uno può essere per un altro ha i suoi limiti, e sono assai stretti: alla fine, ognuno si ritrova solo, e a quel punto ciò che conta è questo: chi sia, allora, a essere solo.

Colui che ha una grande ricchezza in sé stesso è come una stanza pronta per la festa di Natale, luminosa, calda e gaia in mezzo alla neve e al ghiaccio della notte di dicembre.

Non c'è, veramente, stoltezza più grande del voler trasformare questa valle di lacrime in un luogo di delizie, e del proporsi per meta, come pure fanno molti, la gioia e il piacere, anziché aspirare a un'esistenza il più possibile priva di dolore.

Il mezzo più sicuro per non essere molto infelici è la rinuncia a pretendere di essere molto felici.

Vista da giovani la vita è un avvenire infinitamente lungo, vista da vecchi un passato molto breve.

Le donne credono in cuor loro che l'uomo sia destinato a guadagnare denaro, esse, invece, a spenderlo.

Quando si hanno di fronte degli imbecilli o dei matti, c'è un modo solo di dimostrarsi intelligenti: non parlare con loro.

I selvaggi si divorano l'un l'altro, gli uomini civili si imbrogliano l'un l'altro, e questo si chiama l'andamento del mondo.

Chi si aspetta che nel mondo i diavoli vadano in giro con le corna e i buffoni coi sonagli sarà sempre loro preda e il loro zimbello.

Il caso sa l'arte regale di metter bene in chiaro che, in confronto col suo grazioso favore, ogni merito è impotente e senza valore.

Non c'è denaro impiegato più vantaggiosamente di quello che ci siamo fatti portar via con l'inganno: in cambio acquistiamo, in contanti, saggezza.

Il destino assomiglia al vento, poiché ci spinge rapidamente in avanti, oppure ci rigetta all'indietro; contro di ciò poco possono fare le nostre fatiche e i nostri sforzi.

Il destino mescola le carte e noi giochiamo.

La vita è come un gioco di scacchi: noi tracciamo una linea di condotta, ma questa rimane condizionata da ciò che piacerà di fare all'avversario, nel gioco degli scacchi, e dal destino, nella vita.

Gli amici si dicono sinceri, ma in realtà sinceri sono i nemici. Si dovrebbe quindi utilizzare il biasimo di questi ultimi, come una medicina amara, per conoscere se stessi.

Dite che gli amici nel bisogno sono rari? Al contrario! Non appena si è stretta amicizia con uno, ecco che si trova subito nel bisogno e vorrebbe farsi prestare del denaro.

L'intelligenza è invisibile per l'uomo che non ne possiede.

Per riuscire a cavarsela nel mondo, è opportuno fare una grande provvista di cautela e di indulgenza: con la prima ci si difende dai danni e dalle perdite, con la seconda dalle contese e dalle liti.

Perdonare e dimenticare vuol dire gettar dalla finestra una preziosa esperienza già fatta.

La ricchezza è come l'acqua di mare: quanto più se ne beve, tanto più si ha sete.

La salute supera tutti gli altri beni esterni, a tal punto, che davvero un mendicante sano è più felice di un re ammalato.

Nel mondo non si ha molto di più, oltre la scelta tra la solitudine e la volgarità.

Chi non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, poiché soltanto quando si è soli si è liberi.

Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, sé stessi.

All'uomo di grandi doti intellettuali la solitudine offre due vantaggi: anzitutto quello di stare con se stesso, e, in secondo luogo, quello di non stare con altri.

La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarlo.

Quando si è vecchi, si ha dinanzi a sé soltanto la morte, mentre quando si è giovani si ha davanti la vita; sennonché ci si può chiedere quale dei due casi sia il più inquietante, e se tutto sommato la vita non sia qualcosa che è meglio avere dietro di sé che davanti.

Sulle donne
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, poteva essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall'intelletto maschile obnubilato dall'istinto sessuale: in quell'istinto, cioè, risiede tutta la bellezza femminile.

Quanto più una cosa è nobile e perfetta, tanto più tardi e più lentamente giunge alla maturità.

Fra uomini esiste, per natura, soltanto indifferenza; ma fra donne, già per natura, vi è inimicizia.

Né per la musica, né per la poesia, né per le arti figurative le donne, in verità, hanno realmente comprensione e sensibilità; ma è una mera scimmiottatura, ai fini della loro civetteria, se esse fingono e pretendono di averle.

Se i greci realmente non davano alle donne il permesso di assistere agli spettacoli teatrali, fecero bene, almeno nei loro teatri si sarà potuto sentire qualche cosa.

Nel nostro continente monogamico, sposare significa dividere a metà i propri diritti e raddoppiare i doveri.

Noi tutti viviamo, per lo meno per un certo tempo, di solito però sempre, nella poligamia. Siccome, dunque, ogni maschio ha bisogno di parecchie femmine, nulla e più giusto che consentirgli, anzi imporgli di mantenere molte donne.

Che la donna, per natura, sia stata destinata all'obbedire, si può riconoscere dal fatto che ogni donna, che venga messa nella posizione per lei innaturale di completa indipendenza subito si unisce a un uomo, dal quale si lascia guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Se è giovane sarà un amante; se è vecchia, un confessore.

Sul mestiere dello scrittore e sullo stile
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Vi sono due tipi di scrittori: coloro che scrivono per amore della cosa, e coloro che scrivono per scrivere. I primi hanno avuto idee oppure esperienze che sembrano loro degne di essere comunicate; i secondi hanno bisogno di denaro e perciò scrivono per denaro. Essi pensano al fine di scrivere.

Scriverà cose degne di essere scritte soltanto colui che sia spinto esclusivamente dalla cosa che gli sta a cuore.

Una grande quantità di cattivi scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico, che non vuol leggere se non ciò che è stato stampato il giorno stesso: − sono i giornalisti.

Lo stile è la fisionomia dello spirito.

Bisogna scoprire i difetti dello stile negli scritti altrui al fine di poterli evitare nei propri.

La prima regola, e forse l'unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano!

Se è vero che bisogna possibilmente pensare come uno spirito grande, bisogna invece parlare la stessa lingua che parlano gli altri. Bisogna usare parole ordinane, ma dire cose fuori dell'ordinario.

Colui che scrive in modo affettato somiglia a colui che si mette in ghingheri per non essere scambiato e confuso col volgo; è questo un pericolo che il gentleman non corre mai, anche se indossa l'abito più misero.

Ogni stile di scrittura deve rivelare una certa affinità con lo stile lapidario, che è infatti l'antenato di tutti gli stili.

Coloro che combinano discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicuramente non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma ne hanno soltanto un'oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero: spesso però essi vogliono celare a loro stessi e ad altri che in realtà non hanno nulla da dire.

Dire molte parole e comunicare pochi pensieri è dovunque segno infallibile di mediocrità; invece segno di testa eccellente è il saper rinchiudere molti pensieri in poche parole.

La genuina concisione dell'espressione consiste nel saper dire in ogni caso soltanto ciò che è degno di essere detto, evitando per contro tutte le discussioni prolisse intorno a ciò che ognuno può pensare e distinguendo rettamente fra il necessario e il superfluo.

Chi scrive in modo trascurato confessa così, prima di tutto, che egli stesso non attribuisce un gran valore ai suoi pensieri.

Come la negligenza nel vestire rivela disprezzo per la società nella quale si va, così lo stile affrettato, trascurato, cattivo rivela un offensivo disprezzo per il lettore, il quale poi lo ripaga giustamente non leggendo.

Del leggere e dei libri
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

L'ignoranza degrada l'essere umano solo quando si trova associata con la ricchezza.

Durante la lettura, veramente la nostra testa non è che l'arena di pensieri altrui. Quando questi se ne vanno, che cosa rimane? Questa è la ragione perché colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensare da sé.

I pensieri messi su carta, in fondo, non sono altro che la traccia sulla sabbia di un viandante: è vero, si vede la via che egli ha seguito, ma per sapere che cosa abbia visto sul suo cammino bisogna adoperare i propri occhi.

La polizia sanitaria, nell'interesse della vista, dovrebbe vigilare, affinché la piccolezza dei caratteri non oltrepassi un minimo, stabilito una volta per tutte.

L'arte di non leggere è assai importante. Essa consiste nel non prendere in mano quello che in ogni momento occupa immediatamente la maggior parte del pubblico.

La condizione per leggere le cose buone è di non leggere roba cattiva: poiché la vita è breve, il tempo e le forze sono limitati.

Si possono leggere libri scritti da persone la cui compagnia non ci riuscirebbe gradevole, e dunque un'elevata cultura spirituale ci induce a poco a poco a trovare il nostro godimento quasi esclusivamente nella lettura dei libri e non nella conversazione con le persone.

Osservazioni psicologiche
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Nelle persone di capacità limitate la modestia è semplice onestà, ma in chi possiede un grande talento è ipocrisia.

Il denaro è la felicità umana in abstracto; perciò colui che non è più capace di goderla in concreto, si attacca con tutto il cuore alla felicità in abstracto.

Ogni testardaggine è basata sul fatto che la volontà ha usurpato il posto della conoscenza.

Il medico vede l'uomo in tutta la sua debolezza; il giurista, in tutta la sua malvagità; il teologo, in tutta la sua stupidità.

Colui che con un temperamento flemmatico è solo un imbecille, con un temperamento sanguigno sarebbe un pazzo.

Più o meno, noi desideriamo veder la fine di tutto ciò che operiamo e facciamo; siamo impazienti di giungere al termine, e lieti di esservi giunti. Soltanto la fine totale, la fine di tutte le fini, noi ce l'auguriamo, di solito, il più tardi possibile.

Ogni separazione ci fa pregustare la morte, - e ogni rivederci ci fa pregustare la resurrezione. - Perciò le stesse persone, che erano state indifferenti l'una all'altra, si rallegrano tanto, quando, dopo venti o trent'anni, si incontrano di nuovo.

La pena, causata dal desiderio non appagato, è insignificante in confronto con quella del rimorso: la prima si trova davanti l'avvenire sempre aperto e imprevedibile; la seconda, il passato, irrevocabilmente chiuso.

Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno dell'oscurità. (Schopenhauer)
Sulla religione
in Parerga e Paralipomena, 1851
Selezione Aforismario

Un essere personale − com'è inevitabile sia ogni Dio − il quale non abbia alcun luogo, ma sia ovunque e da nessuna parte, si può soltanto enunciare, non immaginare, e quindi neppure credere.

Contro il panteismo io muovo una sola, importante obiezione: non dice nulla. Chiamare dio il mondo non vuol dire spiegarlo; significa soltanto arricchire la lingua di un inutile sinonimo della parola "mondo".

Le religioni − sono loro stesse ad affermarlo − non si interessano della convinzione, ma della fede, e non fanno uso di argomenti, ma di rivelazioni. Ora, gli anni dell'infanzia sono quelli in cui è maggiore la disponibilità a credere; perciò si mira, anzitutto, a impadronirsi di quella tenera età. È in tal modo, assai più ancora che mediante minacce e racconti di miracoli, che mettono radici le dottrine della fede.

È spaventoso che in ciascuno, dovunque sia nato, vengano impresse fin dalla primissima giovinezza determinate asserzioni, mentre gli si assicura che, se non vuol mettere a repentaglio la propria salvezza eterna, non dovrà mai metterle indubbio. Si tratta, infatti, di asserzioni che riguardano la base di tutte le nostre conoscenze ulteriori, e, di conseguenza, determinano per sempre il nostro punto di vista nei loro confronti; così che, se quelle asserzioni sono false, quel punto di vista sarà falsato per sempre.

Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno dell'oscurità.

Ciò che occorre a tutte le religioni è un certo grado di diffusa ignoranza; quello è il solo elemento in cui possano vivere.

Le religioni hanno, molto spesso, un'influenza decisamente negativa sul comportamento morale. In generale, si potrebbe affermare che quanto viene aggiunto ai doveri verso Dio viene tolto ai doveri verso gli uomini; è assai comodo, infatti, compensare con l'omaggio adulatorio tributato alla divinità la mancanza di un comportamento corretto nei riguardi del prossimo.

Farsi un idolo di legno, di pietra o di metallo o costruirlo mettendo insieme concetti astratti è tutt'uno: se si ha davanti un essere personale a cui si sacrifica, che si invoca, a cui si rendono grazie, si tratta sempre di idolatria.

Contro una tale veduta del mondo in quanto opera riuscita di un essere onnisciente, infinitamente buono e per di più onnipotente, grida da un lato troppo forte la miseria di cui il mondo è pieno, e dall'altro l'evidente imperfezione, anzi buffonesca deformità, della più perfetta delle sue apparenze, quella umana. Qui è un'irrimediabile dissonanza.

In ogni tempo e in tutti i paesi, la grande maggioranza degli uomini trova assai più facile elemosinare il cielo con le preghiere che guadagnarselo col proprio operare.

Le religioni sono figlie dell'ignoranza, e non sopravvivono a lungo alla madre.

La religione è come il vestito di un bambino quando il bambino è cresciuto: non gli va più bene, e non c'è niente da fare: il vestito si squarcia.

Fede e conoscenza rinchiuse nella medesima testa non vanno d'accordo; ci stanno come un lupo e una pecora chiusi nella medesima gabbia: e la conoscenza è il lupo che minaccia di divorare la vicina.

Vediamo come, quando si sente in pericolo, la religione si aggrappi alla morale, quella morale di cui vorrebbe farsi credere madre; ma non le è madre per nulla. La vera morale e la moralità non dipendono da alcuna religione, anche se ogni religione le sanziona e, con ciò, offre loro un sostegno.

La religione, se è vietato, sotto la minaccia di pene tanto severe, farne oggetto di scherno, deve avere una coscienza veramente sporca.

La fede si può promuovere soltanto in modo indiretto, precostituendo, con largo anticipo, condizioni opportune, vale a dire preparandole un terreno adatto su cui possa allignare bene; quel terreno è l'ignoranza.

Se la civiltà ha raggiunto il suo culmine fra i popoli cristiani, ciò non dipende da un'influenza positiva del cristianesimo, ma dal fatto che il cristianesimo è morto e ha, ormai, ben poca influenza: e infatti, finché ne ebbe molta, e cioè nel Medioevo, la civiltà era molto arretrata.

Ogni religione è antagonistica rispetto alla civiltà.

Le dottrine di fede, fondate su autorità, miracoli e rivelazione, sono un sussidio adatto solo all'età infantile dell'umanità.

L’assurdo fa molto facilmente fortuna nel mondo.

La religione è l'unico mezzo per rivelare e rendere sensibile l'alto significato della vita alla rozza mentalità e all'intelligenza maldestra della massa, affondata completamente in basse attività e nel lavoro materiale.

A causa della mentalità limitata della grande massa, la religione soddisfa molto bene l'insopprimibile bisogno metafisico dell'uomo e sostituisce la pura verità filosofica, che si può raggiungere con infinite difficoltà e forse non si raggiunge mai.

In tutti i tempi e in tutti i paesi, la grande massa trovi assai più facile accattarsi il cielo mediante le preghiere che non meritarlo mediante le azioni.

Saggio sulle visioni di spiriti
in Parerga e Paralipomena, 1851

Chi dubita al giorno d'oggi dei dati di fatto sul magnetismo animale e sulla chiaroveggenza connessavi, non è da chiamarsi un incredulo, ma un ignorante.

Magnetismo animale, cure per simpatia, magia, seconda vista, sogni del vero, visioni di spiriti e di ogni altro genere, sono tutti fenomeni affini, rami di uno stesso tronco, e danno una prova sicura e irrefutabile del nesso sussistente tra tutti gli esseri, e basato su di un ordinamento delle cose assolutamente diverso da quello della natura, la quale si appoggia sulle leggi dello spazio, del tempo e della causalità.

La credenza negli spettri è innata nell'uomo: essa si ritrova in ogni tempo e in ogni paese, e nessun uomo forse ne del tutto esente.

Il sonno magnetico è soltanto un intensificarsi di quello naturale, o se si vuole, un suo potenziamento: esso è un sonno molto più profondo del normale.

Un'apparizione di spiriti è innanzitutto e immediatamente null'altro se non una visione nel cervello del veggente.

Il primato della volontà sull'intelletto
Lehre vom Primat des Willens vor dem Intellekt, 1966-1975 (postumo)

Un buon carattere scusa grandi carenze di intelletto, ma non vale l'opposto.

La testa sbarra il passo a quanto ripugna al cuore: ciò che va contro le nostre ipotesi, i nostri progetti, le nostre speranze e i nostri desideri, noi non lo possiamo vedere né comprendere, laddove viene visto e compreso da tutti gli altri.

Il suicidio può servirci in certo modo da consolazione poiché ci dà la certezza che anche noi nel peggiore dei casi possiamo ricorrere a questa scappatoia - possibilità che altrimenti sembra dubbia tanto è contro natura.

Nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutt'attorno per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta.

Testa e cuore costituiscono la totalità dell'uomo, come la volontà e la rappresentazione: una volta che si siano elogiati testa e cuore, non v'è più nulla da criticare.

Il nostro tornaconto, quale che sia, esercita un'autorità segreta sul nostro giudizio, sicché ciò che gli è in qualche modo conforme subito ci appare conveniente, giusto, ragionevole, mentre ciò che gli si oppone ci si presenta in tutta serietà come ingiusto, riprovevole, assurdo o inopportuno - il che dà origine a innumerevoli pregiudizi di ceto, di nazione, di setta e di religione.

Che cosa è che fa il filosofo?
Il coraggio di non tenersi nessuna questione sul cuore. (Arthur Schopenhauer) 
Scritti postumi
Der handschnftliche nachlass, 1804-1860 (postumo 1966/75)
Selezione Aforismario

Che cosa è che fa il filosofo? Il coraggio di non tenersi nessuna questione sul cuore.

Il rango che si occupa nella scala degli spiriti è determinato tutto dallo sguardo con cui si osserva il mondo esterno, da quanto sia profondo o superficiale.

Come vengano miserevolmente usati, e sprecati con inconcepibile pazzia, il tempo e le forze della vita umana, la cosa più splendida e breve che conosciamo, mai questo mi è più chiaro di quando vedo un uomo il cui lavoro consiste nel servirmi.

La vita è un linguaggio con cui ci viene dato un insegnamento. Se potesse esserci dato in un altro modo, non vivremmo. Perciò massime di saggezza e regole di prudenza non sostituiranno mai l'esperienza, non saranno mai un surrogato della vita. Eppure non vanno respinte, perché appartengono alla vita.

Questo mondo è il regno del caso e dell'errore.

La filosofia è un'alta strada alpina, a essa conduce solo un ripido sentiero su pietre appuntite e rovi pungenti; è un sentiero solitario e diventa sempre più deserto quanto più si sale, e chi lo percorre non deve conoscere spavento, ma deve lasciarsi tutto alle spalle e di buon animo aprirsi da sé la via nella fredda neve.

La vita è una notte riempita da un lungo sogno, che spesso diventa un incubo opprimente.

Per molti uomini i filosofi sono moleste falene, che li disturbano nel sonno.

Il corso della nostra vita è simile a un mosaico: non possiamo riconoscerlo e giudicarlo prima di esser giunti a una certa distanza.

Quel che, quasi inevitabilmente, ci rende persone ridicole è la serietà con cui trattiamo ogni volta il presente, che reca in sé una inevitabile parvenza di importanza. Solo pochissimi grandi spiriti l'hanno superata, e da ridicole sono diventate persone ridenti.

Gli uomini di genio sono raramente (o mai) ragionevoli, per questo raramente felici e raramente esenti da biasimo.

Chi in qualunque campo imita l'individualità di un altro che, poniamo, gli è piaciuta è ridicolo proprio come uno che indossi vestiti altrui. E ciò che più conta: emette egli stesso una sentenza di condanna sul proprio valore, volendo essere altro da quello che è.

Se uno abbia più cagione di cercare o di evitare gli uomini dipende da quel che teme di più, la noia o il fastidio.

La sventura è per il nostro animo il calore che lo mantiene molle: nella buona sorte è facile che diventi duro.

Nella filosofia moderna Dio è ciò che gli ultimi re franchi erano tra i majores domus, un nome vuoto che si conservava per poter vivere più comodamente e senza contestazioni.

Ogni religione positiva non è, propriamente parlando, che l'usurpatrice del trono che spetta alla filosofia. Per questo i filosofi la osteggeranno sempre, anche se dovessero considerarla un male necessario, una stampella per la patologica debolezza di spirito della maggior parte degli uomini.

La religione cattolica è una guida per elemosinare il Cielo: guadagnarselo sarebbe troppo scomodo. I preti sono i sensali di quell'accattonaggio.

Non esiste alcuna religione naturale: le religioni, tutte, sono prodotti artificiali.

La filosofia è, in sostanza, nemica di tutte le religioni, in quanto esse hanno usurpato il trono che le appartiene e vi si mantengono sopra con l'impostura. Già solo il presentarsi come verità rivelata è il marchio dell'inganno, e costituisce, per uno che pensi, una sollecitazione all'ostilità.

Solo quando il mondo sarà diventato abbastanza onesto da non impartire lezioni di religione ai ragazzi prima del quindicesimo anno di età ci si potrà aspettare qualche cosa da esso.

Mediante il precoce indottrinamento, in Europa si è arrivati al punto che la credenza in un dio personale è letteralmente diventata, in quasi tutti, un'idea fissa.

Le religioni si sono impadronite della disposizione metafisica dell'uomo, in parte delimitandola e paralizzandola tempestivamente con i loro dogmi, in parte mettendo un assoluto divieto su tutte le sue libere e naturali espressioni. Così, all'uomo la libera ricerca sulle questioni più importanti e interessanti, anzi sulla sua stessa esistenza, viene in parte proibita direttamente, in parte ostacolata indirettamente, in parte resa soggettivamente impossibile mediante quella paralisi; e dunque la più elevata delle sue disposizioni giace in catene.

Verrà il tempo in cui l'idea di un dio creatore sarà considerata, nella metafisica, come ora si considera quella degli epicicli nell'astronomia.

I nostri filosofi da strapazzo prendono Dio come se fosse noto, e da lui argomentano il mondo. Con ciò essi credono di aver fatto qualche cosa. Mentre il suddetto, sia per la sua existentia che per la sua essentia, è del tutto = x, quindi una semplice parola.

Chi ama la verità odia gli dèi, al singolare come al plurale.

Un essere personale avrebbe fatto il mondo: ciò si può credere, come ha insegnato l'esperienza, ma non pensare.

Quando uno comincia a parlare di Dio, io non so di che cosa parli.

Prima di bruciare vivo Vanini, un pensatore acuto e profondo, gli strapparono la lingua, con la quale, dicevano, aveva bestemmiato Dio. Confesso che, quando leggo cose del genere, mi vien voglia di bestemmiare quel dio.

Libro di Schopenhauer consigliato da Aforismario
Parerga e paralipomena (Adelphi)
Parerga e paralipomena*
Curatore: Giorgio Colli
Editore Adelphi, Milano, 1999
Valutazione Aforismario: da leggere assolutamente!

Apparsi nel 1851, i Parerga e paralipomena equivalgono per ampiezza al "Mondo come volontà e rappresentazione" e, assieme a questo, costituiscono i quattro quinti dell'intera opera di Schopenhauer. L'autore vi lavorò sei anni, dal 1845 al 1850, e anche dopo la pubblicazione non cessò di apportarvi correzioni e aggiunte. Nei Parerga si ha una popolarizzazione della filosofia, e la cosa non interessa soltanto la vita di Schopenhauer e la sua conquista della fama, ma è un evento importante nella storia della cultura moderna. Popolare la filosofia diventa già nel linguaggio semplice e aperto, in antitesi con un atteggiamento soltanto teoretico, o con un'esposizione matematizzante, o con un qualsiasi gergo astruso, e comunque in rottura con ogni indirizzo specialistico. I filosofi non si rivolgono ai filosofi (sarebbe un pubblico troppo ristretto, poiché ne nasce uno ogni secolo), ma agli altri uomini. Ma popolare è soprattutto la natura delle questioni trattate - che cos'è il mondo? come dobbiamo vivere? - e la natura delle risposte: è la volontà dentro di noi - dobbiamo spegnere in noi questa volontà. Tutto questo è detto per la prima volta nel Mondo, ma sono appunto i Parerga che trovano una forma di esposizione adatta, perché questi contenuti appaiano non soltanto accessibili, ma tali da non poter essere allontanati dalla coscienza se non con uno sforzo colpevole.

Note
  1. *Parerga: dal latino "parergon" aggiunta, appendice a un’opera. Paralipòmena: cose tralasciate, cose omesse. Secondo le parole di Schopenhauer"Questi scritti minori, che si aggiungono alle opere più importanti e sistematiche, sono costituiti in parte da alcune trattazioni su temi particolari e molto disparati, e in parte da pensieri staccati su oggetti ancora più vari. Tutto ciò è riunito qui, dal momento che non ha potuto trovare alcun posto, soprattutto a causa del suo contenuto, in quelle opere sistematiche; qualcosa poi è riportato qui soltanto perché sorto troppo tardi per ottenere il posto che gli spetterebbe in quella sede".
  2. Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Friedrich Nietzsche

Nessun commento: