2015-04-10

Totò - Frasi e battute divertenti dai Film e Poesie

Raccolta delle più belle battute di Totò (Antonio de Curtis) tratte dai suoi tantissimi film. La grande quantità di film interpretati da Totò, a volte è andata a discapito della qualità, e non sono mancate le critiche nei confronti nei suoi confronti. Secondo la testimonianza dell'amata compagna Franca Faldini, qualche tempo prima di morire, Totò avrebbe affermato: "Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire. (intervista di Maurizio Costanzo, Bontà Loro, Rai 1, 1977). Oltre alle tante battute, motti, lazzi e frasi divertenti, sono riportate anche alcune tra le  più note poesie di Totò, come 'A livella, in lingua originale napoletana e traduzione in italiano. Tutte le citazioni sono in ordine cronologico secondo l'anno d'uscita del film da cui sono tratte.
Totò (Antonio de Curtis) Napoli 1898 - Roma 1967
Attore, comico, sceneggiatore e poeta italiano
Battute dai film
Selezione Aforismario

Fermo con le mani, 1937
  • Toglimi una curiosità, tuo zio è sempre morto?
  • La mia faccia non mi è nuova, ce l'ho da quando sono nato.
  • Non mi sono insediato: qui non ci sono sedie.
  • Parli come badi, sa!
  • Il funzionario civico municipale è un aggettivo qualificativo di genere funzionario, il funzionario fisiologicamente funziona con la metamorfosi della leptempsicosi, la fase del funzionamento muove la leva idraulica delle cellule che, agendo sull'arteriosclerosi del soggetto patologico, lo fa funzionare nell'esercizio delle proprie funzioni Non ha capito che cosa vuol dire? Beh, nemmeno io.
San Giovanni decollato, 1940
  • Che cosa ho chiesto a San Giovanni? Un terno? una quaterna? una cinquina? Niente di tutto questo, ma una sciocchezzuola, una bazzecola, una quisquilia, una pinzillacchera: far cadere la lingua a mia moglie.
  • Lo stomaco mi funziona benissimo: non ho appetito perché sono dissidente.
  • Non so leggere, ma intuisco.
  • Se non sapete fare il calzolaio, fate il farmacista. Calzolai si nasce, non si diventa.
Due cuori fra le belve, 1943
  • L'uomo discende dalla scimmia. Io no perché sono raccomandato.
Il ratto delle sabine, 1945
  • Aristofane è morto? E quando è successo? Duemila anni fa? Dio, come passa il tempo.
  • Anche se è civile, la morte sempre morte è.
  • Voi siete un attore e io vi ammiro, come uomo e come cane, ma voi non potete essere stato una spalla, voi non avete mai fatto nemmeno il ginocchio.
I due orfanelli, 1947
  • Chi dice che i soldi non fanno la felicità, oltre a essere antipatico, è pure fesso.
  • Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra.
  • I giovani servono solo per certe cose, e spesso neanche per quelle.
  • Io non so leggere, so soltanto scrivere.
Io non rubo, integro. D'altra parte in Italia chi è che non integra? (Totò)
Fifa e arena, 1948
  • Io non rubo, integro. D'altra parte in Italia chi è che non integra?
  • A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?
  • Sono ghiotto di ossibuchi, ma mangio solo il buco perché l'osso non lo digerisco.
  • Che tipi di topi sono? Topazi? Bene, si possono eliminare con la toponomastica, ma il gatto rimane sempre il rimedio migliore.
  • Io tacio, ma non capisco un cacio.
  • Ne capitano di tutti i colori: guerre, rivoluzioni, terremoti, calamaretti fritti...
  • Ottimista, pessimista, esistenzialista... Veramente io sono farmacista.
  • Vola spesso lei? Allora è un volatile, io sono un mammifero.
Totò al Giro d'Italia, 1948
  • Disse un pescatore: a pesce donato non si guarda in bocca.
  • Il ciclismo: un esperimento di propulsione con carica abbinata con un mezzo metallico, munito di punzone e campanello.
  • Jellato io? Ma se avevo uno zio con una gobba che era una bellezza!
  • Per i campioni sportivi, niente fumo, niente vino e niente donne. Ma allora che vincono a fare?
  • Sono pallido come un morto: mi alleno.
  • Volere è potere, volare è potare.
  • Si dice che l'appetito vien mangiando, ma in realtà viene a stare digiuni.
Totò cerca casa, 1949
  • Lei vuole sposare mia figlia? No, non se ne fa niente: a me i generi non interessano, a meno che non siano alimentari.
  • La vedova è la moglie di un cadavere.
  • Signora, ma come, lei si spoglia così davanti a un uomo maschile?
  • Futurista? impressionista? realista? Veramente io sono socialdemocratico monarchico napoletano.
  • Lei è venuto per un decesso? Ho capito, vada in fondo in destra.
Totò Le Mokò, 1949
  • Io sono integro e puro, sia di corpo che di spirito: non ho commesso peccati né di carne né di pesce.
  • Lei è un cretino: si specchi, si convinca.
Totò cerca moglie, 1950
  • Una ragazza con gli occhi a mandorla, la bocca a ciliegia e le guance di pesca.
  • Non sarà mica un'ortolana? Mah! Purché non abbia il naso a patata e la testa a pera.
  • Il matrimonio non m'interessa, voglio restare nubile. Lo so, si dice celibe; ma tanto, nubile o celibe, sempre scapolo è.
  • Io sposare una come me? Brutta e racchia, allora? No, non se ne fa niente, meglio una delle mie condizioni, con la condizionale.
  • L'aria condizionata è un prodotto della civiltà, ma io mica mi posso prendere una polmonite civile.
  • Vado soggetto ad amnistie cerebrali.
  • Vorrei una moglie, possibilmente di prima mano.
  • Signora, sono a sua completa disposizione, corpo, anima e frattaglie.
Totò sceicco, 1950
  • Avete fatto caso che i ribelli hanno la faccia da cretini?
  • Hai perso un occhio per la causa? Mi dispiace, ma chi te lo fa fare a perdere tempo con le cause? Vanno sempre per le lunghe e poi gli avvocati costano cari. Non fare il causillo!
  • Ho cercato di fermarlo con la forza, c'è stato un vero colluttorio.
  • Il sole africano è tremendo... produce colpi d'insolenza.
  • Morire, morire, che noia! Tutto il giorno sotto terra, con le solite facce dei vermiciattoli. È vero, ci sono i fuochi fatui, ma solo la domenica. Per il resto della settimana si sta chiusi in cassa: una vita da morti.
  • Sono bello piaciucchio, ho il mio sex appello.
  • È vero, ho rubato per venticinque anni, ma l'ho fatto per alleviare le sofferenze di un orfano, povero, senza casa, senza madre, né padre: io.
  • Ho cercato di fermarlo con la forza, c'è stato un vero colluttorio.
Totòtarzan, 1950
  • Lei la faccia del cretino ce l'ha: s'informi.
  • Cara, di cognome ti chiami Ranocchia? Vieni, andiamo a fare un girino.
  • Sono un uomo della foresta, un forestiero.
  • La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve.
Totò terzo uomo, 1951
  • Si dice che l'occasione fa l'uomo ladro, ma anche per la donna non ci metterei la mano sul fuoco.
  • Vorrei un caffè corretto con un po' do cognac, più cognac che caffè... anzi, giacché si trova, mi porti solo una tazza di cognac e non se ne parla più.
  • Non bevi, non fumi, non vai con le donne; lo vuoi un consiglio? Sparati?
Totò a colori, 1952
  • La serva serve, soprattutto se è bona, serve eccome!
  • Parli come badi!
  • Ogni limite ha una pazienza.
  • Sono un uomo di mondo: ho fatto tre anni di militare a Cuneo.
Totò e Carolina, 1953
  • Nella vita non siamo mai soli, abbiamo sempre qualche appendicite.
  • Il mio naso ha molto fiuto, vale a dire è un fìutatoio.
  • In che mondo viviamo! Non c'è pace, non c'è Dio, non c'è igiene.
  • In via eccezionale, non si potrebbe sapere che intenzioni ha Nostro Signore?
  • Io sono fortunato, io: ho la macchina rovinata, un vestito quasi nuovo da buttare via, la salute manomessa, forse una broncopolmonite con prognosi riservata, la capa scassata. Ah, come sono felice, come godo, che goduria!
  • La battona ammalata: è un caso peripatetico, chiamatemi il primario.
  • Un po' di rispetto, è un cadavere morto!
Un turco napoletano, 1953
  • C'era una donna che gli uomini li faceva cadere per terra stecchiti. Non che fosse particolarmente affascinante, ma portava jella.
  • Due secondini fanno un quartino, quattro secondini fanno un mezzo litro.
  • Evado di giorno perché non mi va di essere un evaso di notte.
  • Io sono nato col destino di essere forte, la mia è la forza del destino.
  • Le scarpe le voglio larghe di dentro e strette di fuori. Sapete, ho i piedi che mi hanno fatto una cattiva riuscita.
  • Signora, per amor suo sono disposto a farmi fare a pezzi da suo marito: tanto, pezzo in più, pezzo in meno...
  • Sono un forziero, per questo sono un donnaiolo. Alle donne piacciono gli uomini forti. Dal mio aspetto non si direbbe, la mia forza è truccata: sono un falso debole.
  • Mi sono seduto su una sedia che aveva un chiodo sul fondo e mi sono fatto male ai paesi bassi.
Il medico dei pazzi, 1954
  • Andiamoci a fare una bella passeggiata al cimitero: ci facciamo due risate, tanto più che domani è il 2 novembre.
  • Lasciatemi in pace, ché ho un capello per diavolo.
  • Per me sono tutti uguali, uomini e porci.
  • Non sono cretino, sono stato cretino un solo giorno: quello del matrimonio.
  • Signore, di sua moglie mi piace tutto, tranne il marito.
Miseria e nobiltà, 1954
  • Io non faccio il cascamorto, se casco, casco morto per la fame.
Totò cerca pace, 1954 
  • Avete fatto caso che l'ultima domenica di Carnevale i cimiteri sono un mortorio?
  • Però... per essere una parente è gentile... sembra un'estranea.
  • Sprizzo salute da tutti i pori, sono uno sprizzatoio.
  • Dagli amici mi guardi Iddio che dai parenti mi guardo io.
Totò all'inferno, 1955
  • Se ho fornicato? Io nella vita ho fornicato sempre, mi chiamavano il fornichiere!
  • Il diavolo si è arrabbiato perché gli ho rotto le corna? Ma non si deve preoccupare, tanto, se è sposato, gli ricrescono.
  • Lei ha trentaquattro denti? Allora è bisestile.
  • Non sono esistenzialista, sono romanista democratico, ma qualche volta tifo per il Napoli.
  • Porga tante esequie alla sua signora.
  • Sono morto oggi, sono un morto di giornata.
A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare? (Totò)
Siamo uomini o caporali?, 1955
  • Io divido l'umanità in due categorie di persone: gli uomini e i caporali. Quella degli uomini è la maggioranza; quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli costretti a lavorare come bestie tutta la vita, nell'ombra di un'esistenza misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità e l'intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l'uomo qualunque.
  • Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso: hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera.
  • Dicono che sono un testimone oculare, ma io non ho oculato niente.
  • Mi piacciono i romanzi d'appendicite.
  • A Napoli ho conosciuto una famiglia che di cognome faceva Ossobuchi: era importata da Milano.
  • Ho preso una botta al malleolo del cervello e per poco non mi veniva la meninge. Ma pensiamo alla salute.
  • Voi non sapete chi sono io! I miei successi sono proverbiali, alla Scala di Milano, all'ippopodromo di Londra...
La banda degli onesti, 1956
  • Ho mandato mia moglie e i miei figli a un funerale, così si divagano un po'.
  • I soldi si fabbricano al Policlinico dello Stato.
  • Il pavimento è una schifezza, lo so, e mi scuso a nome suo. La prossima volta lo incarto.
  • Mi piace un soprabito inventato dagli americani, il cocomero, quello che si allaccia coi calamari.
  • O sei roso dai morsi della coscienza, o da quelli della fame.
Totò, lascia o raddoppia?, 1956
  • Che mani meravigliose che ha! Ma, mi dica, sono proprio le sue?
  • Cavalli celebri: il cavallo di Troia, i cavalli di Frisia, piazza Magnacavallo e il cavallo dei pantaloni.
  • Ho rifiutato l'invito a una partita a polo perché soffro il freddo.
  • Sotto le armi, sotto tutela, sotto processo, sempre sotto a qualche cosa si deve stare.
  • Lei è il notaio Baracca? Sinistrato?
Totò, Peppino e i fuorilegge, 1956
  • Mia moglie è peggio che brutta: è racchia.
  • Mia moglie è un tipo apprensivo: sta sempre ad Anzio per me.
  • Non bisogna mai cambiare le donne in tavola.
  • Non ho paura dei rospi perché sono abituato a mia moglie.
  • Ho sofferto moltissimo, avevo sempre mia moglie davanti agli occhi. Altrimenti che sofferenza era?
  • Io e il mio amico siamo ricchi sfondati; io sono il ricco, lui lo sfondato.
  • Io la cena fredda la lascio riscaldare: a me la cena fredda piace calda.
  • Sei un cafone, hai agito con modi interurbani.
Totò, Peppino e... la malafemmina, 1956
La lettera scritta da Totò e Peppino De Filippo in ...la malafemmina.
Totò: Giovanotto, carta, calamaio e penna, su, avanti, scriviamo! Dunque, hai scritto?
Peppino: Eh! Un momento, no!
T.: E comincia, su!
P.: Carta, calamaio e penna...
T.: Oh!...
P.: 'A carta…
T.: Oh!... Signorina... signorina...
P.: Dove sta?
T.: Chi è?
P.: La signorina.
T.: Quale signorina?
P.: Hai detto "signorina!"
T.: È entrata una signorina?
P.: E che ne so!... Avanti!
T.: Animale! Signorina è l'intestazione autonoma... della lettera... Oh! Signorina... Non era buona quella signorina lì?
P.: L'ho macchiata.
T.: Signorina, veniamo... veniamo...
P.: Veniamo...
T.: Noi...
P.: Noi...
T.: Con questa mia addirvi...
P.: Con questa...
T.: Veniamo noi con questa mia addirvi...
P.: Mia... a dirvi...
T.: Addirvi, una parola...  addirvi!
P.: A dirvi una parola...
T.: Che...
P.: Che!
T.: Che!
P.: Che?
T.: Che!
P.: Uno... quanti?
T.: Che?
P.: Uno che?
T.: Uno che!
P.: Che.
T.: Che! Scusate se sono poche.
P.: Che...
T.: Che, scusate se sono poche, ma settecentomila lire, punto e virgola, noi, noi ci fanno specie che questanno, una parola, questanno c'è stato una grande moria delle vacche...
Peppino: Una grande...
Totò: Come voi ben sapete. Punto!
Peppino: Punto.
Totò: Due punti! Ma sì, fai vedere che abbondiamo,  abbondandis adbondandum. Questa moneta servono... questa moneta servono... questa moneta servono a che voi vi consolate... Aho! Scrivi presto!
P.: Con l'insalata...
T.: Che voi vi consolate...
P.: Ah! con... avevo capito con l'insalata...
T.: Voi vi consolate... non mi fare perdere il filo, che ce l'ho tutto qui!
P.: Avevo capito con l'insalata!
T.: Dai dispiacere... dai dispiacere che avreta... che avreta... che avreta... e già, è femmina, è femminile, che avreta perché... perché?
P.: Non so!
T.: Che è non so?
P.: Perché che cosa?
T.: Perché che? Oh! Perché…
P.: Ah! Perché qua...
T.: Dai dispiaceri che avreta perché… è aggettivo qualificativo, no?
P.: Io scrivo...
T.: Perché dovete lasciare nostro nipote, che gli zii, che siamo noi medesimo di persona − ma che stai facendo 'na faticata? Si asciuga il sudore! − che siamo noi medesimi di persona, vi mandano questo...
P.: Questo...
T.: Perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura...
P.: Laura....
T.: Laura, che deve tenere la testa al solito posto, cioè...
P.: Cioè...
T.: Sul collo. Punto, punto e virgola, punto e un punto e virgola.
P.: Troppa roba!
T.: Salut... Lascia fare! Che dicono che noi siamo provinciali, che siamo tirati.
P.: Ma è troppo!
T.: Salutandovi indistintamente... salutandovi indistintamente... sbrigati! Salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi, che siamo noi... apri una parente, apri una parente e dici che siamo noi, i fratelli Caponi.
P.: Caponi...
T.: Hai aperto la parente? Chiudila!
P.: Ecco fatto.
T.: Volevi aggiungere qualcosa?
P.: Ma io se... beh!.. senza nulla a pretendere, non c'è... non c'è bisogno...
T.: In data odierna.
P.: Beh!, ma poi si capisce...
T.: Va bene, si capisce.
T.: Piega i lembi, avanti, svelto.
P.: Ecco fatto!
T.: Chiudi, andiamo.
P.: Ecco fatto, andiamo.
  • Ho un fratello di nome Peppino: io sono il primogenio, lui il secondogenio, ma è un cretino.
  • Milano è la capitale del Nord, noi sudisti stiamo sotto lo stivale.
  • Per andare a Milano ci vogliono quattro giorni di mare, a meno di non andare a piedi.
  • Sono napoletano, membro della CNEF: 'cca nisciuno è fesso.
  • Più conosco gli uomini, più amo le bestie.
  • Adesso che stiamo a Milano, finalmente, vogliamo andare a vedere questo famoso Colosseo?
Adesso che stiamo a Milano, finalmente,
vogliamo andare a vedere questo famoso Colosseo? (Totò)
Totò a Parigi, 1958
  • Signore, scusi se mi disturba!
  • La mia fame è atavica: vengo da una dinastia di morti di fame!
  • Non tutti i mali vengono per suocere!
Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera. (Totò)
I tartassati, 1959
  • Giulietta e Romeo non potevano sposare per colpa delle loro famiglie: i Cappelletti e gli Agnolotti.
  • Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.
  • Prendo tre caffè alla volta per risparmiare due mance.
  • Quando incontro la tributaria, mi si chiude la bocca dello stomaco.
  • Sant'Agostino si interessava di tasse e ha dichiarato che se i tributi sono troppo alti, non è peccato non pagarli. Io obbedisco a Sant'Agostino, il patrono dei tartassati, per non arrivare nudo alla meta.
  • Vada come vada, la vita costa e il rischio è tutto mio.
Totò, Eva e il pennello proibito, 1959
  • Al mondo ci stanno tante donne, ma non tutte ci stanno. Starci è l'imperfetto del verbo pomiciare.
  • Cara, ardo dal desiderio, siamo qui per un'avventura... e allora avventuriamoci!
  • In Spagna le ragazze si chiamano ciche? Allora mi trasferisco e mi metto a raccogliere le ciche.
  • Non mi uccida, sono figlio unico!
  • Lei è un cretino, s'informi! (vedi "Citazioni errate" su Aforismario)
Chi si ferma è perduto, 1960
  • L'orologio a cucù si è guastato perché il becco dell'uccellino si era tappato, il suono gli usciva dalla parte opposta del corpo e, naturalmente, era una fetecchia: sono cose che possono capitare a tutti.
  • Lei è la sorella? E da quanto tempo?
  • Lei vuol fare il facente funzione? Ebbene, lo voglio fare anch'io. Modestamente, funziono benissimo.
  • Meglio un ambo oggi che una gallina domani.
  • Mi chiamo Guardalavecchia, ma guardo dove mi pare.
  • Se conosco Shakespeare? Lo conosco benissimo, in casa lo chiamavamo William. C'è del marcio in Danimarca? Mah...
  • Si vede che lei è esuberante, esuberatore!
  • Sono napoletano e quindi ho molta stitichezza col caffè. Pardon, volevo dire dimestichezza: è stato un qui pro quo.
  • Sono superiore a lei per cultura, per nascita e per censo, superiore al censo per censo.
  • Sono vent'anni che lei dice di essere un perito, ma non perisce mai. Ma perisca una buona volta, mi faccia il piacere!
  • Tu mi porterai dal pèlago alla riva a cercare il pèlago nell'uovo.
Signori si nasce, 1960
  • Cara, ti vergogni di me perché sei vestita? Io sono in maniche di mutande.
  • Era una donna meravigliosa, con gli occhi verdi, i capelli rossi, l'abito azzurro e le scarpe gialle. Volete sapere come è andata a finire? In bianco.
  • I domestici sono nemici pagati. Io il mio non lo pago per non offenderlo.
  • Io ballo meglio di Rodolfo, ma non è Valentino, è un mio amico che si chiama Rodolfo Chiappetta e non sa ballare.
  • La vita... è una cambiale.
  • La donna è mobile e io mi sento un mobiliere.
  • Le corna, altrimenti dette cofecchie: moglie e marito si cofecchiano in continuazione,
  • Perché si chiamano donnine allegre se ridono così poco?
  • Sai perché i baroni sono bravi a giocare a biliardo? Perché hanno dimestichezza con le palle.
  • Sei bella, conturbante e, se mi consente, adiacente.
  • Signori si nasce, cretini si muore.
  • Signore si nasce, e io lo nacqui, modestamente.
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, 1960
  • Che tempi! Gli ospedali tutti pieni, i cimiteri esauriti.
  • Il capogabinetto? Ma come, in un ministero così grande c'è un solo gabinetto?
  • La nostra è un'epoca atonica, un'epoca di reattori, missili, metropolitane e stelle filanti.
  • Se il ragazzo che vuoi sposare è bello, vuol dire che non ha una lira: i fidanzati ricchi sono racchi.
  • Vi conoscete appena e già volete sposarvi? E che è, un matrimonio tra telegrafisti?
Lo so, dovrei lavorare invece di cercare fessi da imbrogliare, ma non posso,
perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro. (Totò)
Totòtruffa 62, 1961
  • Vuole vedere il mio curriculum? Ma qui, davanti a tutti? No, non posso... ci sono delle signore.
  • Non mi guardi con quegli occhiacci... lei con quegli occhi mi spoglia... Spogliatoio!
  • Lo so, dovrei lavorare invece di cercare fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro.
Totò, Peppino e la dolce vita, 1961
  • Abusivi di tutti i posteggi, urbani e interurbani, unitevi e chiedete al ministro un posteggio al sole.
  • Ci sono degli anni con febbraio di ventinove giorni e tutto va male: sono gli anni bisestitici.
  • Diamoci alle orge, facciamocela questa orgiata. Orgiata per due!
  • I ministri passano, gli uomini restano.
  • Il cha cha cha è un proverbio cinese.
  • Pitone, Pitone, questo nome non mi è nuovo. Mi tolga una curiosità: sua sorella si chiama Boa?
I due marescialli, 1962
  • Lo so, sono vigliacco, ma sono vivo: meglio un vigliacco vivo che un coraggioso morto.
  • Questo caffè è una ciofeca! Sull'insegna, invece che «Caffè dello Sport», dovete scrivere «Ciofeca dello Sport».
  • Sono un osso duro, sono tutt'osso.
Totò contro Maciste, 1962
  • Elena di Troia... Troia... Troia: questo nome non mi è nuovo.
  • Io prode? No, a me non mi prode nulla.
  • Non sono brutto, ma mi arrangio.
  • Qui si abusa, si strabusa.
Il comandante, 1963
  • Il lavoro: una vita sotto la dipendenza di un uomo qualunque.
  • La vita è una lotta continua e discontinua.
Il monaco di Monza, 1963
  • A me mi porta male il 13, ma anche il 14, il 15 e il 17. Peggio di cosi non si può andare.
  • Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte; è stato un veglione.
  • C'è libero accesso? Va bene, ma in questo momento non ho bisogno.
  • Lei discende dai Borboni? Allora siamo parenti: da piccolo in casa tenevo un barboncino.
  • Su con la vita, perché si muore.
I parenti sono come le scarpe: più sono stretti e più ti fanno male. (Totò)
Che fine ha fatto Totò baby?, 1964
  • A volte, anche un cretino ha un'idea.
  • I parenti sono come le scarpe: più sono stretti e più ti fanno male.
  • Il perfetto delinquente deve essere immorale, amorale, asessuale e incorruttibile.
  • Ladri si nasce, facchini si diventa.
  • Lei è vedovo di moglie? Colgo l'occasione per farle le mie congratulazioni.
  • Prosseneta a me? Ma come si permette? Io sono un pappa, il mio non è un lavoro, è una
  • vocazione, una missione: sono un pappa missionario.
Totò d'Arabia, 1965
  • A chi va sul cammello viene spesso il mal di mare. È per questo che i cammelli sono detti le navi del deserto.
  • Donne, non scappate davanti a me; ché, mi avete preso per uno spaventapassere?
  • Nel deserto c'è un sole, un sole che spacca le sabbie.
  • Sono caduto e mi sono fatto male al vòmero.
'A morte 'o ssaje ched'è? ...è una livella. (Totò)
Poesie
Alcune tra le più belle poesie di Totò in lingua originale napoletana e traduzione in italiano a cura di Aforismario.

'A livella, 1953/64
La livella è uno strumento usato generalmente da chi lavora nel campo dell'edilizia per "livellare" una superficie, cioè stabilirne l'orizzontalità. Totò, nella sua poesia 'A livella, la usa come metafora della morte, livellatrice di ogni tipo di disuguaglianza esistente tra i vivi. Qui di seguito, il testo di questa celebre poesia in lingua originale napoletana e traduzione in italiano.

'A livella
Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn'anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

St'anno m'é capitato 'navventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!) si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema e curaggio.
'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del '31".
'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e 'stu signore
nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.
E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
"Esposito Gennaro - netturbino":
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo 'stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i 'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato... dormo, o è fantasia?
Ate che fantasia; era 'o Marchese:
c'o' tubbo, 'a caramella e c'o' pastrano;
chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'omuorto puveriello...'o scupatore.
'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?
Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".
"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
i' che putevo fa' si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".
"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famme vedé... piglia 'sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...
Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuo capi, ca simmo eguale?...
...Muorto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato è tale e qquale".

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".
"Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo... 'int'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'è?... è una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,  stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo â morte!". 

La livella
[Traduzione in italiano a cura di Aforismario]

Ogni anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno deve fare questa gentilezza;
ognuno deve avere questo pensiero.
Ogni anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo di zia Vincenza.

Quest'anno m'è capitata un'avventura ...
dopo aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!) se ci penso, che paura!
ma poi mi diedi anima e coraggio. 
Il fatto è questo, statemi a sentire:
si avvicinava l'ora di chiusura:
io, piano piano, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del '31". 
Lo stemma con la corona sopra a tutto ...
...sotto una croce fatta di lampadine;
tre mazzi di rose con una lista di lutto:
candele, candelotte e sei lumini.

Proprio accanto alla tomba di questo signore
c’era un'altra tomba piccolina,
abbandonata, senza nemmeno un fiore;
per segno, solamente una piccola croce. 
E sopra la croce appena si leggeva:
"Esposito Gennaro - netturbino":
guardandola, che pena mi faceva
questo morto senza neanche un lumino!

Questa è la vita! tra me e me pensavo...
chi ha avuto tanto e chi non ha niente! 
Questo pover'uomo s'aspettava
che anche all’altro mondo era pezzente? 
Mentre rimuginavo questo pensiero,
s'era già fatta quasi mezzanotte,
e rimasi chiuso prigioniero,
morto di paura... davanti alle candele.

Tutto a un tratto, che vedo da lontano?
Due ombre avvicinarsi dalla mia parte...
Pensai: questo fatto a me mi pare strano...
Sono sveglio...dormo, o è fantasia? 
Altro che fantasia! Era il Marchese:
con la tuba, la caramella e il pastrano;
quell’altro dietro a lui un brutto arnese;
tutto fetente e con una scopa in mano.

E quello certamente è don Gennaro...
il morto poverello... il netturbino.
In questo fatto non ci vedo chiaro:
sono morti e si ritirano a quest’ora? 
Potevano starmi quasi a un palmo,
quando il Marchese si fermò di botto,
si gira e piano piano... calmo calmo,
disse a don Gennaro: "Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato! 
La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente".
"Signor Marchese, non è colpa mia,
io non vi avrei fatto questo torto;
mia moglie è stata a fare questa fesseria,
io che potevo fare se ero morto?

Se fossi vivo vi farei contento,
prenderei la cassa con dentro le quattr'ossa 
e proprio adesso, in questo stesso istante
entrerei dentro a un'altra fossa". 
"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Fammi vedere! prendi 'sta violenza...
La verità, Marchese, mi sono stufato
di ascoltarti; e se perdo la pazienza,
mi dimentico che son morto e son mazzate!
Ma chi ti credi d'essere...un dio?
Qua dentro, vuoi capirlo che siamo uguali?...
...Morto sei tu , e morto son pure io;
ognuno come a un altro è tale e quale".

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?". 
"Ma quale Natale, Pasqua e Epifania!!!
Te lo vuoi ficcare in testa... nel cervello
che sei ancora malato di fantasia?...
La morte sai cos’è?... è una livella.

Un re, un magistrato, un grand’uomo,
passando questo cancello, ha fatto il punto
che ha perso tutto, la vita e pure il nome:
non ti sei fatto ancora questo conto? 
Perciò, stammi a sentire... non fare il restio,
sopportami vicino - che t'importa?
Queste pagliacciate le fanno solo i vivi:
noi siamo seri… apparteniamo alla morte!".

Felicità!
Vurria sapè ched'è chesta parola,
vurria sapè che vvo' significà.
Sarà gnuranza 'a mia, mancanza 'e scola,
ma chi ll'ha ntiso maje annummenà.

Felicità!
Vorrei sapere cos'è questa parola,
vorrei sapere cosa vuol significare.
Sarà ignoranza la mia, mancanza di scuola,
ma chi l'ha sentita mai nominare.

'A vita
'A vita è bella, sì, è stato un dono,
un dono che ti ha fatto la natura.
Ma quanno po' 'sta vita è 'na sciagura,
vuie mm' 'o chiammate dono chisto cca'?
E nun parlo pe' me ca, stuorto o muorto,
riesco a mm'abbusca' 'na mille lire.
Tengo 'a salute e, non faccio per dire,
songo uno 'e chille ca se fire 'e fa'.
Ma quante n'aggio visto 'e disgraziate:
cecate, ciunche, scieme, sordomute.
Gente ca nun ha visto e maie avuto
'nu poco 'e bbene 'a chesta umanità.
Guerre, miseria, famma, malatie,
crestiane addeventate pelle e ossa,
e tanta gioventù c' 'o culo 'a fossa.
Chisto nun è 'nu dono, è 'nfamità.

La vita
La vita è bella, sì, è stato un dono,
un dono che ti ha fatto la natura.
Ma quando poi questa vita è una sciagura,
voi me lo chiamate dono questo qua?
E non parlo per me che, storto o morto,
riesco a guadagnare una mille lire.
Ho la salute e, non faccio per dire,
sono uno di quelli che ci sa fare.
Ma quanti ne ho visti di disgraziati:
ciechi, paralitici, ritardati, sordomuti.
Gente che non ha visto e mai avuto
un poco di bene in questa umanità.
Guerre, miseria, fame, malattie,
cristiani diventati pelle e ossa,
e tanta gioventù col culo alla fossa.
Questo non è un dono, è infamità.

Malafemmena
Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme,
st'ommo t'avesse acciso,
e vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce hann'a 'sta pe' n'ommo
onesto comme a mme!...
Femmena,
tu si 'na malafemmena...
chist'uocchie 'e fatto chiagnere...
lacreme e 'nfamità.
Femmena,
si tu peggio 'e 'na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cchiù campà.
Femmena,
si ddoce comme 'o zucchero
però 'sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...
Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio,
nun te pozzo scurdà...
Te voglio ancora bene
ma tu nun saie pecché,
pecché l'unico ammore
si stata tu pe mme...
E tu pe 'nu capriccio
tutto 'e distrutto, ojné.
Ma Dio nun t' 'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Malafemmina
Se avessi fatto a un altro
quello che hai fatto a me,
quest'uomo t'avrebbe ucciso,
e vuoi sapere perché?
Perché sopra a questa terra
femmine come a te
non ci devono essere per un uomo
onesto come a me!...
Femmina,
tu sei una malafemmina...
questi occhi hai fatto piangere...
lacrime e infamità.
Femmina,
sei peggio di una vipera,
mi hai intossicato l'anima,
non posso più vivere.
Femmina,
sei dolce come lo zucchero
però 'sta faccia d'angelo
ti serve per ingannare...
Femmina,
tu sei la più bella femmina,
ti voglio bene e t'odio,
non ti posso dimenticare...
Ti voglio ancora bene
ma tu non sai perché,
perché l'unico amore
sei stata tu per me...
E tu per un capriccio
hai distrutto tutto, ohimè.
Ma Dio non te lo perdona
quello che hai fatto a me!...

Ultime parole di Totò
Totò e Franca Faldini
"T'aggio voluto bene, Franca. Proprio assai". Queste parole furono rivolte da Totò a Franca Faldini, sua compagna per quindici anni, poco prima di morire. Bisogna dire, però, che non è chiaro quali siano state veramente le ultime parole di Totò; esistono infatti diverse testimonianze. Su Wikiquote è riportata la frase seguente, rivolta ai medici la notte prima di morire: "Chi è che mi ha sparato questa fucilata al cuore? Adesso basta, lasciatemi morire". Secondo la figlia Liliana, le sue ultime parole furono: "Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano"; mentre secondo quanto riportato sul sito antoniodecurtis.com le ultime parole di Totò furono le seguenti: rivolto al cardiologo: "Professò, vi prego lasciatemi morire, fatelo per la stima che vi porto. Il dolore mi dilania, professò. Meglio la morte"; poi rivolgendosi al cugino "Eduà, Eduà mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli"; e infine alla sua amatissima compagna: "T'aggio voluto bene, Franca. Proprio assai".

Libro di Totò consigliato da Aforismario
'A Livella
Poesie d'amore 
Editore Newton Compton, 2010 

Autore della celeberrima "'A livella" e di tanti altri versi scritti nei rari, preziosi momenti di solitudine che la sua travolgente carriera artistica gli concedeva, il Totò poeta accompagnò fedelmente il Totò grande comico cinematografico e teatrale, svelandone il volto più intimo e segreto, meno divulgato e conosciuto, grazie a una sensibilità straordinaria e a una fortissima carica umana. In questo libro sono state raccolte tutte le poesie scritte in napoletano da Totò.

Note
Vedi anche frasi e battute di Massimo Troisi

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