2015-10-27

Shoah, Olocausto, Lager - Frasi per la Giornata della Memoria

Raccolta di aforismi, frasi e citazioni sulla Shoah (o Olocausto) e i Lager (o campi di concentramento). Per commemorare le vittime della Shoah, ogni anno, il 27 gennaio (giorno in cui, nel 1945, ci fu la liberazione dei prigionieri dal campo di concentramento di Auschwitz) si celebra la Giornata della Memoria. Ciò perché si mantenga sempre vivo nelle future generazioni il ricordo dell'orrore passato, con la speranza che non debba ripetersi mai più in futuro, perché, come insegna il monito di George Santayana, "Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo". Il primo articolo della Legge 20 luglio 2000, n. 211 per l'istituzione del "Giorno della Memoria" nel nostro Paese recita: "La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati". Ecco dunque una grande raccolta di massime e riflessioni sull'Olocausto o, con termine più adatto di origine ebraica, Shoah, che può essere tradotto con "catastrofe", "disastro". E in effetti non ci sono parole più idonee per definire la terribile (quanto vergognosa) persecuzione degli Ebrei e del loro sterminio avvenuti durante gli anni '30 e '40 del secolo scorso per opera dei nazisti. La raccolta, oltre a un paragrafo di citazioni sui lager (o campi di concentramento), riporta anche alcune testimonianze di sopravvissuti alla Shoah e una serie di riflessioni sull'importanza della "memoria storica", soprattutto quando riguarda eventi disastrosi per l'intera umanità.
Per il fatto che un Auschwitz è esistito,
nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza. (Primo Levi)
1. Olocausto / Shoah
© Aforismario

Chi registra i campi di sterminio come "incidenti sul lavoro" della vittoriosa spedizione della civiltà, il martirio degli ebrei come un episodio irrilevante nel quadro della storia universale, non ricade soltanto al di qua della visione dialettica delle cose, ma perverte il senso della propria politica: che è quello di imporre un alt all'estremo del male.
Theodor Adorno, Minima moralia, 1951

L'idea che, dopo questa guerra, la vita potrà riprendere normalmente o la cultura essere ricostruita come se la ricostruzione della cultura non fosse già la sua negazione - è semplicemente idiota. Milioni di ebrei sono stati assassinati, e questo dovrebbe essere un semplice intermezzo, e non la catastrofe stessa.
Theodor Adorno, Minima moralia, 1951

Hitler ha imposto agli uomini nello stato della loro illibertà un nuovo imperativo categorico: organizzare il loro agire e pensare in modo che Auschwitz non si ripeta, non succeda niente di simile. Questo imperativo è tanto resistente alla sua fondazione quanto una volta la datità di quello kantiano.
Theodor Adorno, Dialettica negativa, 1966

Ciò che l'Olocausto ha identificato come il male più profondo è l'impiego sistematico ed organizzato della violenza contro i membri di un gruppo collettivo stigmatizzato, sia esso definito secondo criteri primordiali o ideologici. Questa rappresentazione non solo ha identificato come male radicale i colpevoli e le loro azioni, ma ha interpretato come male anche i non-attori. Secondo i criteri della moralità post-Olocausto ad ogni individuo è ora richiesto, normativamente, lo sforzo di intervenire contro qualsiasi Olocausto, al di là di ogni considerazione di costi e conseguenze personali. 
Jeffrey Alexander, La costruzione del male, 2006

Nella misura in cui l'Olocausto è giunto a definire la disumanità nel nostro tempo, esso ha dunque svolto una funzione fondamentalmente morale. 
Jeffrey Alexander, La costruzione del male, 2006
  
Non sono i sei milioni di ebrei che mi preoccupano, è che i record sono fatti per essere battuti. 
Woody Allen, in Harry a pezzi, 1997

Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l'abominio dell'annullamento non si estingue mai. La fiducia nell'umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più.
Jean Améry, cit. in Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

L'Olocausto non fu semplicemente un "problema ebraico" e non soltanto un evento della "storia ebraica". "L'Olocausto fu pensato e messo in atto nell'ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano: ecco perché è un problema di tale società, di tale civiltà e di tale cultura". Per questo motivo l'autoassoluzione della memoria storica che ha luogo nella coscienza della società moderna è più di un'oltraggiosa noncuranza per le vittime del genocidio. E anche il segno di una cecità pericolosa e potenzialmente suicida.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

È vero che l'Olocausto ha avuto luogo quasi mezzo secolo fa. È vero che i suoi esiti immediati stanno rapidamente sprofondando nel passato. La generazione che ne ha avuto esperienza diretta è ormai quasi pressoché scomparsa. Ma - e si tratta di uno spaventoso, sinistro «ma» - le istituzioni, un tempo familiari, che l'Olocausto ha reso di nuovo misteriose, sono ancora parte fondamentale della nostra vita. Esse non sono superate. E dunque non è superata la "possibilità" dell'Olocausto.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

L'ipotesi secondo cui i responsabili dell'Olocausto rappresentano una ferita o una malattia della nostra civiltà e non il suo prodotto terrificante ma coerente sfocia non soltanto nella consolazione morale dell'autoassoluzione, ma anche nella tremenda minaccia dell'inerzia morale e politica. Tutto è avvenuto «fuori di qui», in un altro tempo e in un altro paese.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

La civiltà moderna non è stata la condizione "sufficiente" dell'Olocausto, ma ha rappresentato senza alcun dubbio la sua condizione "necessaria". Senza di essa l'Olocausto sarebbe impensabile.
Zygmunt Bauman, ibidem

Il terrore inespresso che permea il nostro ricordo dell'Olocausto (collegato, e non a caso, al pressante desiderio di non trovarsi faccia a faccia con tale ricordo) è dovuto al tormentoso sospetto che l'Olocausto potrebbe essere più di un'aberrazione, più di una deviazione da un sentiero di progresso altrimenti diritto, più di un'escrescenza cancerosa sul corpo altrimenti sano della società civilizzata; il sospetto, in breve, che l'Olocausto non sia stato un'antitesi della civiltà moderna e di tutto ciò che (secondo quanto ci piace pensare) essa rappresenta. Noi sospettiamo (anche se ci rifiutiamo di ammetterlo) che l'Olocausto possa semplicemente aver rivelato un diverso volto di quella stessa società moderna della quale ammiriamo altre e più familiari sembianze; e che queste due facce aderiscano in perfetta armonia al medesimo corpo. Ciò che forse temiamo maggiormente è che ciascuna delle due non possa esistere senza l'altra, come accade per le due facce di una moneta. 
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Il successo tecnico-amministrativo dell'Olocausto fu dovuto in parte alla sapiente utilizzazione dei «tranquillanti morali» messi a disposizione dalla tecnologia e dalla burocrazia moderne. Tra essi i più importanti furono la naturale invisibilità delle connessioni causali interne a un sistema di interazione complesso, e la collocazione «a distanza» degli esiti sgradevoli e moralmente ripugnanti dell'azione, fino al punto di renderli invisibili all'attore.
Zygmunt Bauman, ibidem

Non è l'Olocausto ciò che troviamo difficile da comprendere in tutta la sua mostruosità. "E' la civiltà occidentale che l'Olocausto ha reso pressoché incomprensibile.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Possiamo sospettare che le condizioni che già una volta hanno dato origine all'Olocausto non siano radicalmente cambiate. Se c'era qualcosa, nel nostro ordine sociale, che rese possibile l'Olocausto nel 1941, non possiamo essere sicuri che da allora sia stato eliminato.
Zygmunt Bauman, ibidem

Qualunque cosa sia accaduta nel «corso della storia», non sono scomparsi quei fattori storici che con ogni probabilità contenevano la potenzialità dell'Olocausto, o almeno non possiamo essere sicuri che lo siano. Per quanto ne sappiamo (o, piuttosto, per quanto non ne sappiamo) essi potrebbero ancora essere presenti tra noi, aspettando un'occasione per agire.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Come ogni altra cosa nella nostra società moderna, l'Olocausto fu un'impresa particolarmente ben riuscita sotto tutti gli aspetti, se valutata in base agli standard che questa società ha esaltato e istituzionalizzato. Esso torreggia accanto ai precedenti episodi di genocidio nello stesso modo in cui gli stabilimenti industriali moderni giganteggiano accanto alle botteghe artigianali
Zygmunt Bauman, ibidem

Dal fatto che l'Olocausto è un fenomeno moderno, non consegue che la modernità coincide con l'Olocausto. L'Olocausto è un prodotto collaterale dell'aspirazione moderna ad un mondo pienamente progettato e controllato, una volta che tale aspirazione sia sfuggita al controllo e si sia sviluppata senza freni.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Dal punto di vista della società moderna il genocidio non è né un anomalia, né una disfunzione. Esso dimostra ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all'ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Ora Hitler dovrebbe continuare a vivere come ebreo.
Elias Canetti, La provincia dell'uomo, 1973

Se tutto diventa credibile, allora nulla è credibile. Insomma, la TV mette tutti in quelle scatole, uno di fianco all'altro. Da una parte c'è il matto da legare che afferma che l'Olocausto non è mai successo, e accanto a lui ci trovi il famoso stimato storico, che invece sa tutto sull'Olocausto, e te li vedi lì seduti fianco a fianco, sembrano proprio uguali. Tutto ciò che dicono sembra credibile, e così andando avanti non c'è più niente di credibile, e smettiamo di ascoltare. 
Eddie Langston (Lewis Black), in L'uomo dell'anno, 2006

Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema. La guerra è un terribile fatto di sempre: è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la «comprendiamo». Ma nell'odio nazista non c'è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell'uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

La Shoah, come in ambito ebraico viene chiamato l'Olocausto, termine a suo modo improprio, fu un evento senza precedenti perché mai era stato deciso a tavolino lo sterminio, l'annientamento di un popolo in quanto tale
Elena Loewenthal, Gli ebrei questi sconosciuti, 1996

"Notte dei cristalli": un nome squisitamente poetico per designare l'inizio di un interminabile eccidio. 
Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, 1993

L'olocausto ha trasformato la teoria razziale in pratica.
George Mosse, Il razzismo in Europa, 1978

Pur non tenendo conto degli innumerevoli orrori commessi quotidianamente prima e dopo il breve periodo che va dall'avvento del nazismo alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ciò che è accaduto su scala mondiale in quegli anni è sufficiente, da solo, a macchiare in maniera indelebile l’umanità, rendendola disprezzabile e inaffidabile agli occhi di chiunque conservi ancora un po’ di senso della decenza.
Giovanni Soriano, Malomondo, 2013

Se con l'Olocausto Dio ha scelto di interrogare l'uomo, spetta a questi rispondere con una ricerca che ha Dio per oggetto.
Elie Wiesel, Al sorgere delle stelle, 1970

Le tre parole della derisione: "Arbeit macht frei", "Il lavoro rende liberi". (Primo Levi)
2. Lager / Campo di concentramento
© Aforismario

Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.
Theodor Adorno, Critica della cultura e società, 1949

Non si può stabilire un'analogia tra Auschwitz e la distruzione delle città-stato greche, e interpretarla come un semplice aumento graduale dell'orrore, aumento di fronte al quale si potrebbe conservare la pace del proprio spirito. È vero, tuttavia, che dal martirio e dall'umiliazione senza precedenti dei prigionieri deportati nei carri bestiame cade una luce terribilmente cruda anche sul più remoto passato, nella cui violenza cieca e disordinata era già teleologicamente implicita la violenza scientificamente organizzata di oggi.
Theodor Adorno, Minima moralia, 1951
  
L’apatia e l’indifferenza d’animo s’impadroniscono del prigioniero, durante la sua permanenza nel Lager, facendo precipitare tutta la sua vita spirituale a un livello primitivo, rendendolo oggetto abulico del destino e dell’arbitrio delle sentinelle
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

La maggioranza dei prigionieri è, comprensibilmente, tormentata da una sorta di complesso d’inferiorità. Ognuno di noi è stato, molto tempo fa, «qualcuno» o credeva almeno di essere qualcuno. Ora invece, qui, ci trattano letteralmente come se non esistessimo neppure.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

All'uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell'altro, la situazione imposta.
Viktor Frankl, ibidem

Tutto ciò che accade all'anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

La vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall'esterno.
Viktor Frankl, ibidem

A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista. o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale d’un gregge –al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare – a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo è.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

Nel Lager un giorno dura più che una settimana
Viktor Frankl, ibidem

La maggior parte degli uomini nel Lager credeva di aver perso la capacità di autentiche realizzazioni, mentre queste dipendevano da ciò che uno sapeva fare della vita nel Lager: vegetare, come migliaia di internati, o invece, come i pochi, i rari, vincere interiormente.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

Chi non sa credere più nel futuro, nel suo futuro, in un campo di concentramento è perduto.
Viktor Frankl, ibidem

In un modo o nell'altro – viene il giorno in cui ogni ex internato, ripensando alle esperienze del Lager, prova una strana sensazione. Egli stesso non comprende come ha potuto superare tutto ciò che la vita del Lager ha preteso da lui. E se vi fu nella sua vita un giorno – il giorno della liberazione – nel quale tutto gli apparve come un bel sogno, certamente arriva anche il giorno in cui tutto ciò che ha vissuto nel Lager gli appare come un brutto sogno. Quest’esperienza dell’uomo tornato a casa, sarà coronata dalla splendida sensazione che, dopo quanto ha sofferto, non deve temere più nulla al mondo – tranne il suo Dio.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946 [1]

Cos'è un lager? / Sono mille e mille occhiaie vuote, / sono mani magre abbarbicate ai fili, / son baracche, uffici, orari, timbri e ruote, / son routine e risa dietro a dei fucili, / sono la paura l'unica emozione, / sono angoscia d'anni dove il niente è tutto, / sono una pazzia e un'allucinazione / che la nostra noia sembra quasi un rutto. / Sono il lato buio della nostra mente, | sono un qualche cosa da dimenticare.
Francesco Guccini, Lager, 1981

Dove non c'è umorismo non c'è umanità; dove non c'è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a sé stessi) c'è il campo di concentramento.
Eugène Ionesco, Note e contronote, 1962

Che cosa sapevano i tedeschi dei campi di concentramento? Oltre alla loro concreta esistenza, quasi niente, ed anche oggi ne sanno poco. Indubbiamente, il metodo di mantenere rigorosamente segreti i particolari del sistema terroristico, rendendo così l'angoscia indeterminata, e quindi tanto più profonda, si è rivelato efficace.
Eugen Kogon, Lo Stato delle SS, 1946

Perfino molti funzionari della Gestapo ignoravano cosa avveniva all'interno dei Lager, in cui pure essi inviavano i loro prigionieri; la maggior parte degli stessi prigionieri avevano un'idea assai imprecisa del funzionamento del loro campo e dei metodi che vi venivano impiegati. Come avrebbe potuto conoscerli il popolo tedesco?
Eugen Kogon, Lo Stato delle SS, 1946

Eppure... eppure, non c'era neanche un tedesco che non sapesse dell'esistenza dei campi, o che li ritenesse dei sanatori. Erano pochi i tedeschi che non avessero un parente o un conoscente in campo, o almeno che non sapessero che il tale o il tal altro ci era stato mandato.
Eugen Kogon, Lo Stato delle SS, 1946

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

Il Lager è la fame
ibidem

In Lager, non vi sono criminali né pazzi: non criminali, perché non v'è legge morale a cui contravvenire, non pazzi, perché siamo determinati, e ogni nostra azione è, a tempo e luogo, sensibilmente l'unica possibile.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

Se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza: ma è certo che in quell'ora il ricordo dei salvamenti biblici nelle avversità estreme passò come un vento per tutti gli animi.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

Se dall'interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto». Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

I Lager tedeschi costituiscono qualcosa di unico nella pur sanguinosa storia dell'umanità: all'antico scopo di eliminare o terrificare gli avversari politici, affiancavano uno scopo moderno e mostruoso, quello di cancellare dal mondo interi popoli e culture.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

La gran massa dei tedeschi ignorò sempre i particolari più atroci di quanto avvenne più tardi nei Lager: lo sterminio metodico e industrializzato sulla scala dei milioni, le camere a gas tossico, i forni crematori, l'abietto sfruttamento dei cadaveri, tutto questo non si doveva sapere, ed in effetti pochi lo seppero, fino alla fine della guerra. Per mantenere il segreto, fra le altre precauzioni, nel linguaggio ufficiale si usavano soltanto cauti e cinici eufemismi: non si scriveva «sterminio» ma «soluzione definitiva», non «deportazione» ma «trasferimento», non «uccisione col gas» ma «trattamento speciale», e così via.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

È dell'uomo operare in vista di un fine: la strage di Auschwitz, che ha distrutto una tradizione ed una civiltà, non ha giovato a nessuno. 
Primo Levi, su La Stampa, 1959

Questo non è un sanatorio. Questo è un Lager tedesco, si chiama Auschwitz, e non se ne esce che per il Camino. Se ti piace è così; se non ti piace, non hai che da andare a toccare il filo elettrico.
Primo Levi, La tregua, 1963

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. [...] Se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea.
Primo Levi, prefazione a Léon Poliakov, Auschwitz, 1968

Dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz.
Primo Levi, su Corriere della Sera, 1984

Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale. Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell'animale-uomo di fronte alla lotta per la vita.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio.
Primo Levi, in Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi, 1991

La camera a gas è l'unico punto di carità, nel campo di concentramento.
Elsa Morante, La storia, 1947

La burocrazia e le leggi hanno già trasformato il mondo in un campo di concentramento pulito e sicuro. Stiamo crescendo in una generazioni di schiavi. Stiamo insegnando ai nostri figli l'impotenza.
Chuck Palahniuk, Soffocare, 2001

Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo. (George Santayana)
Auschwitz, 27 gennaio 1945, giorno della liberazione da parte delle truppe sovietiche
3. Giornata della Memoria (27 gennaio)
© Aforismario

Perché la memoria del male non riesce a cambiare l'umanità? A che serve la memoria?
Anonimo (attribuito a Primo Levi)

Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare.
Anonimo (attribuito a Primo Levi - vedi "Citazioni errate" su Aforismario)

Auschwitz è patrimonio di tutti. Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti. Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni.
Marta Ascoli, Auschwitz è di tutti, 2011

Oggi sappiamo di vivere in un tipo di società che rese possibile l'Olocausto e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi. Per queste ragioni è necessario studiare la lezione dell'Olocausto. È in gioco molto più che il tributo alla memoria di milioni di vittime, la sistemazione dei conti con gli assassini e la guarigione delle ancora brucianti ferite morali dei testimoni silenziosi e passivi.
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, 1989

Quando saranno scomparsi i sopravvissuti alla deportazione, gli archivisti del futuro forse avranno in mano qualche documento oggi sconosciuto, ma mancherà loro la fonte principale, intendo la memoria viva dei testimoni.
Michel de Boüard, Mauthausen, in Revue d’histoire de la Deuxiéme Guerre mondiale, 1954

Gli ebrei hanno sei sensi. Tatto, gusto, vista, odorato, udito... memoria.
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, 2002

Un nuovo fascismo, col suo strascico di intolleranza, di sopraffazione e di servitù, può nascere fuori del nostro paese ed esservi importato, magari in punta di piedi e facendosi chiamare con altri nomi; oppure può scatenarsi dall'interno con una violenza tale da sbaragliare tutti i ripari. Allora i consigli di saggezza non servono più, e bisogna trovare la forza di resistere: anche in questo, la memoria di quanto è avvenuto nel cuore dell'Europa, e non molto tempo addietro, può essere di sostegno e di ammonimento.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (Appendice, 1976)

[Per] gli ex prigionieri «politici», o comunque in possesso di una preparazione politica, o di una convinzione religiosa, o di una forte coscienza morale [...], ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perché hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso, e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della Storia.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (Appendice, 1976)

Meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere, o ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (Appendice, 1976)

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

È questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.
Primo Levi, La tregua, 1963

Per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai piú sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti.
Primo Levi, La tregua, 1963

Non è detto che le cerimonie e le celebrazioni, i monumenti e le bandiere, siano sempre e dappertutto da deplorare. Una certa dose di retorica è forse indispensabile affinché il ricordo duri. Che i sepolcri, «l'urne de' forti», accendano gli animi a egregie cose, o almeno conservino memoria delle imprese compiute, era vero ai tempi del Foscolo ed è vero ancor oggi; ma bisogna stare in guardia dalle semplificazioni eccessive.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986 (prefazione)

Il ricordo di un trauma, patito o inflitto, è esso stesso traumatico, perché richiamarlo duole o almeno disturba: chi è stato ferito tende a rimuovere il ricordo per non rinnovare il dolore; chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo, per liberarsene, per alleggerire il suo senso di colpa.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria. A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

Più si allontanano gli eventi, più si accresce e si perfeziona la costruzione della verità di comodo.
ibidem

L'Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.
Primo Levi (attribuzione incerta - fonte sconosciuta)

La Shoah, come in ambito ebraico viene chiamato l'Olocausto, termine a suo modo improprio, fu un evento senza precedenti perché mai era stato deciso a tavolino lo sterminio, l'annientamento di un popolo in quanto tale, non perché fosse un nemico in guerra o perché si fosse macchiato di colpe. I nazisti hanno eliminato un milione e mezzo di bambini ebrei, e al di là della tragedia umana, ciò spiega meglio di ogni altra cosa l'intento di questo immane progetto di sterminio: non un pretesto, né una ragione se non quella di far scomparire un popolo dalla faccia della terra. E' in questa totale mancanza di senso che va ricercata la necessità della memoria: non bisogna dimenticare, perché così come è accaduto può accadere di nuovo.
Elena Loewenthal, Gli ebrei questi sconosciuti, 1996 [3]

Non credo che la memoria del crimine contro l’umanità sia «vana», e non credo al «dovere della memoria». Credo al dovere della storia, l’unico che possa alimentare una memoria autentica.
Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, 2005

Coloro che pretendono di negare l’esistenza stessa della Shoah, e che si autodefiniscono “revisionisti” – oggi vengono chiamati piuttosto negatori – cercano di colpire ciascuno di noi – che si abbia vissuto la Shoah direttamente o indirettamente, direi perfino che si sia ebrei o no – nella propria memoria individuale.
Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, 2005

Questa memoria non è, beninteso, la storia e quando noi saremo scomparsi non resterà che la storia. Ma la storia è fatta anche dell’intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni. Insistendo sulla memoria, insisto sul fatto che l’operazione dei negatori cerca chiaramente di colpire ognuno di noi nella sua soggettività. Si può assassinare la storia stessa?
Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, 2005

La mia generazione, quella dei cinquantenni, è più o meno l’ultima per la quale il crimine hitleriano resta ancora un ricordo. Che si debba lottare contro la scomparsa o, peggio, contro lo svilimento di questo ricordo mi sembra evidente.
Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, 2005

Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
George Santayana, La vita della ragione, 1905/06 [2]

In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia".
Luis Sepúlveda, Le rose di Atacama, 2000

Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l'unico modo per sperare che quell'indicibile orrore non si ripeta, è l'unico modo per farci uscire dall'oscurità.
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, 1997 (introduzione)

A distanza di cinquant'anni, nel mondo, si è fatto ancora poco per far comprendere alla gente, cosa sono stati il nazismo e la Shoà. C'è stato anche chi ha negato, e nega tutt'ora, a volte anche per nascondere le proprie colpe o la propria vergogna!
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, 1997

Lo strazio più grande, in questi cinquant'anni, è stato quello di dover subire l'indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l'evidenza dello sterminio.
ibidem

La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare, a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri!
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, 1997

Tanto grande è il rischio di dimenticare, che occorrerebbe un anniversario di Auschwitz al giorno!
ibidem

La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare: è il testamento che ci ha lasciato Primo Levi.
Mario Rigoni Stern, cit. in Ritratti: Mario Rigoni Stern, 2006

La memoria è determinante. È determinante perché io sono ricco di memorie e l’uomo che non ha memoria è un pover'uomo, perché essa dovrebbe arricchire la vita, dar diritto, far fare dei confronti, dar la possibilità di pensare ad errori o cose giuste fatte. Non si tratta di un esame di coscienza, ma di qualche cosa che va al di là, perché con la memoria si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover'uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita.
Mario Rigoni Stern (fonte sconosciuta - segnalala ad Aforismario)

Gli anni della storia sembrano lunghi e lontani, ma in realtà non sono che un soffio, e gli avvenimenti apparentemente dispersi in quella dimensione della storia che è il tempo sono in realtà vicini e collegati da quel misterioso robustissimo filo che è la memoria degli uomini.
Andrea Rossi, In nome del petrolio, 1986

Chi ascolta un superstite dell'Olocausto diventa a sua volta un testimone.
Elie Wiesel, su Il Bergamo, 2007

L’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza. L’opposto dell’educazione non è l’ignoranza, ma l’indifferenza. L’opposto dell’arte non è la bruttezza, ma l’indifferenza. L’opposto della giustizia non è l’ingiustizia, ma l’indifferenza. L’opposto della pace non è la guerra, ma l’indifferenza alla guerra. L’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza alla vita o alla morte. Fare memoria combatte l’indifferenza.
Elie Wiesel, cit. su Avvenire, 2008

Note
  1. Victor Frankl, Uno psicologo nei lager © 1975 Ares, traduzione di Nicoletta Schmitz Sipos.
  2. Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo. In inglese: Those who cannot remember the past are condemned to repeat it. Questa frase (a volte tradotta in italiano con la parola "riviverlo" invece che "ripeterlo") è spesso attribuita a Primo Levi o allo scrittore statunitense Chuck Palahniuk. In realtà la frase è del filosofo e scrittore spagnolo George Santayana, e si trova in La ragione nel senso comune (Reason in Common Sense), che costituisce il primo volume del suo La vita della ragione (The Life of Reason, 1905-1906): "Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo". La frase "Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo" si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau.
  3. Elena Loewenthal, Gli ebrei questi sconosciuti. Le parole per saperne di più © Baldini e Castoldi, 1996
  4. Vedi anche aforismi, frasi e citazioni su: Ebrei e Antisemitismo

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