2015-11-26

Cesare Pavese - Frasi e poesie

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più belle di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 - Torino 1950), scrittore, poeta e traduttore italiano. Tutte le citazioni di Pavese riportate in questa pagina, sono tratte dai sui romanzi, dai suoi racconti, dalle sue lettere e soprattutto da quello straordinario diario che è Il mestiere di vivere, sicuramente il libro migliore per conoscere la personalità dello scrittore piemontese.
In appendice a questa raccolta sono riportate anche alcune poesie di Pavese e le parole scritte nel suo ultimo messaggio prima di compiere suicidio, gesto al quale fu spinto dal protrarsi nel tempo di un profondo tormento interiore e dall'impossibilità, ai suoi occhi, di realizzare il suo sogno più grande: quello di vivere un grande amore. A tale proposito ha scritto nel suo diario: "Avere una donna che ti aspetta, che dormirà con te, è come il tepore di qualcosa che dovrai dire, e ti scalda e t'accompagna e ti fa vivere". E inoltre: "Questo è definitivo: tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la tua vita era fondata su questa speranza".
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 - Torino 1950) Scrittore e poeta italiano
Lavorare stanca
© Einaudi 1936 (poesie) - Selezione Aforismario

L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente.

Paesi tuoi
© Einaudi 1941 - Selezione Aforismario

Uno di campagna è come un ubriaco. È troppo stupido per lasciarsela fare.

Quando le donne parlano ridendo è come un uomo che vi prende da parte per darvi un consiglio.

Non fidarti delle donne quando ammettono il male.

Dove c'è una bella ragazza è sempre il mio paese.

C'è soltanto una cosa che è uguale a Torino e in campagna: le commedie delle donne.

La spiaggia
© Einaudi 1942 - Selezione Aforismario

Più di tre persone fanno folla, e nulla si può dire allora che valga la pena.

Che cosa non sonnecchia sotto la scorza di noialtri. Bisognerebbe avere il coraggio di svegliarsi e trovare se stessi. O almeno parlarne. Si parla troppo poco a questo mondo.

Bisogna capire la vita. [...] Capirla quando si è giovani.

Tutte le ragazze si somigliano, e bisogna vederle donne per giudicarle.

Per sopportare i ricordi d'infanzia di un altro, bisogna esserne innamorato.

Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo. 

Gli uomini sono tutti d'accordo per frequentare le prostitute, e lì si sfogano e non dànno più noia alle altre. Dunque le rispettino.

Le donne erano stupide e smorfiose: l'infatuazione degli uomini le rendeva necessarie; bastava mettersi d'accordo e non cercarle più, per togliere a tutte la superbia.

Nulla è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici. 

Tutti gli anni sono stupidi. È una volta passati, che diventano interessanti.

La langa
© Einaudi 1946 - Selezione Aforismario

Bisogna andar cauti, quando si è ragazzi, nel fare progetti, poiché questi si avverano sempre nella maturità.

Dialoghi con Leucò
© Einaudi 1947 - Selezione Aforismario

Immortale è chi accetta l'istante. Chi non conosce più un domani. 

Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli dèi. 

Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. È morire a una forma e rinascere a un'altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo. 

È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. 

Nessuno si uccide. La morte è destino. Non si può che augurarsela.


Perché quasi tutti hanno sofferto una delusione d'amore? Perché proprio l'amore in cui 
si sono buttati con slancio, li deve tradire − per la legge che si ottiene solo ciò
che si chiede con indifferenza. (Cesare Pavese e Constance Dowling).
Il diavolo sulle colline
© Einaudi 1949 - Selezione Aforismario

Non c'è niente che sappia di morte più del sole in estate, della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l'aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte.

Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

Quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.

È bello svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare l'innocenza. Si è disposti a soffrire.

Una donna innamorata è sempre stupida. 

Si fa all'amore per ferire, per spargere sangue. Il borghese che si sposa e pretende una vergine, vuole cavarsi anche lui questa voglia.

La casa in collina
© Einaudi 1949 - Selezione Aforismario

Nelle parole c'è qualcosa d'impudico.

Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno. 

Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli.

È religione anche non credere in niente. 

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. 

Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

La luna e i falò
© Einaudi 1950 - Selezione Aforismario

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. 

I veri acciacchi dell'età sono i rimorsi.

Non si parla solamente per parlare, per dire "ho fatto questo" "ho fatto quello" "ho mangiato e bevuto", ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo. 

L'ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca.

Il carcere
© Einaudi 1949 - Selezione Aforismario

Si resiste a star soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella intollerabile.

L'angoscia vera è fatta di noia.

Non c'è destino, ma soltanto dei limiti. La sorte peggiore è subirli. Bisogna invece rinunciare.

La bella estate
© Einaudi 1949 - Selezione Aforismario

Non bisogna conoscersi per volersi bene.

La vera confidenza è sapere quel che desidera un altro, e quando piacciono le stesse cose una persona non dà più soggezione. 

I lavativi hanno la pelle dura.

Terra d'esilio
© Einaudi 1953 (postumo)

Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale.

Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere,
per non esserne più ossessionati. (Cesare Pavese)
Il mestiere di vivere
1935-1950 © Einaudi 1952 (postumo) - Selezione Aforismario

Aspettare è ancora un'occupazione. È non aspettare niente che è terribile.

Bisogna osservare bene questo: ai nostri tempi il suicidio è un modo di sparire, viene commesso timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non è più un agire, è un patire.

C'è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini.

Chi non è geloso anche delle mutandine della sua bella, non è innamorato.

Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

Ciascuno ha la filosofia delle proprie attitudini.

È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla.

È concepibile che si ammazzi una persona per contare nella sua vita? − E allora è concepibile che ci si ammazzi per contare nella propria.

Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.

Farsi amare per pietà, quando l'amore nasce solo dall'ammirazione, è un'idea molto degna di pietà.

Finché ci sarà qualcuno odiato, sconosciuto, ignorato, nella vita ci sarà qualcosa da fare: avvicinare costui.

Gente come noi innamorata della vita, dell'imprevisto, del piacere di «raccontarla», non può arrivare al suicidio se non per imprudenza. E poi, il suicidio appare ormai come uno di quegli eroismi mitici, di quelle favolose affermazioni | di una dignità dell'uomo davanti al destino, che interessano statuariamente, ma ci lasciano a noi.

Gli artisti che veramente si sono uccisi per i loro tragici casi, sono solitamente leggeri cantori, dilettanti di sensazioni, che nulla accennarono mai nei loro canzonieri del profondo cancro che li rodeva. Da cui s'impara che l'unico modo di sfuggire all'abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi.

Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore. Date una compagnia al solitario e parlerà più di chiunque.

I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece di sadismo.

I tempi della filantropia sono i tempi in cui si mettono dentro i mendicanti.

Il maggiore torto del suicida è non d'uccidersi, ma di pensarci e non farlo. Niente è più abbietto dello stato di disintegrazione morale cui porta l'idea − l'abitudine dell'idea − del suicidio.

In amore conta soltanto aver la donna in letto e in casa: tutto il resto sono balle, luride balle.

In genere è per mestiere disposto a sacrificarsi chi non sa altrimenti dare un senso alla propria vita.

Insegna più una sola creatura che cento.

L'arte della vita consiste nel nascondere alle persone più care la propria gioia di esser con loro, altrimenti si pèrdono.

La bontà che nasce dalla stanchezza di soffrire è un orrore peggio che la sofferenza.

La fantasia umana è immensamente più povera della realtà.

La forza dell'indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

La politica è l'arte del possibile. Tutta la vita è politica.

La religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo, proprio per questa ragione.

La ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati.

La strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati.

La vera genialità non è conquistare una donna già desiderata da tutti, ma scovarne una preziosa in un essere ignoto.

La vita senza fumo è come il fumo senza l'arrosto.

L'amore è la più a buon prezzo delle religioni.

L'amore ha la virtù di denudare non i due amanti l'uno di fronte all'altro, ma ciascuno dei due davanti a sé.

L'arte di sviluppare i motivetti per risolverci a compiere le grandi azioni che ci sono necessarie. L'arte di non farci mai avvilire dalle reazioni altrui, ricordando che il valore di un sentimento è giudizio nostro poiché saremo noi a sentircelo, non chi interviene. L'arte di mentire a noi stessi sapendo di mentire. L'arte di guardare in faccia la gente, compresi noi stessi, come fossero personaggi di una nostra novella. L'arte di ricordare sempre che, non contando noi nulla e non contando nulla nessuno degli altri, noi contiamo più di ciascuno, semplicemente perché siamo noi. L'arte di considerare la donna come la pagnotta: problema d'astuzia. L'arte di toccare fulmineamente il fondo del dolore, per risalire con un colpo di tallone. L'arte di sostituire noi a ciascuno, e sapere quindi che ciascuno si interessa soltanto di sé. L'arte di attribuire qualunque nostro gesto a un altro, per chiarirci all'istante se è sensato. L'arte di fare a meno dell'arte. L'arte di essere solo.

L'arte di vivere è l'arte di saper credere alle menzogne.

L'ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L'operosità rapide le ore e lenti gli anni.

L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso - prigione, malattia, abitudine, stupidità, - si vorrebbe morire.

La difficoltà di commettere suicidio sta in questo: è un atto di ambizione che si può commettere solo quando si sia superata ogni ambizione.

Le cose si ottengono quando non si desiderano più.

Le puttane battono a soldi. Ma quale donna si dà altro che a ragion veduta?

Le uniche donne che vale la pena di sposare, sono quelle che non ci si può fidare a sposare.

Nessuna donna fa un matrimonio d'interesse: tutte hanno l'accortezza, prima di sposare un milionario, d'innamorarsene.

Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente.

Non c'è assolutamente nessuno che faccia un sacrificio senza sperarne un compenso. E tutto questione di mercato.

Non c'è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso.

Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.

Non è affatto ridicolo o assurdo chi, pensando d'uccidersi, si secchi e spaventi di cadere sotto un'automobile o di buscarsi un malanno. A parte la questione del maggiore o minor dolore, resta sempre che volere uccidersi è desiderare che la propria morte abbia un significato, sia una suprema scelta, un atto inconfondibile. È perciò naturale che il suicida non tolleri il pensiero di cadere per caso sotto un veicolo o crepare di polmonite o qualcosa d'altrettanto insensato.

Non è che accadono a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta, se ne ha la forza, disponendole secondo un senso – vale a dire, un destino.

Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi.

Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più ossessionati.

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.

Pensa male, non ti sbaglierai.

Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto.

Perché è sconsigliabile di perdere la testa? Perché allora si è sinceri.

Perché il veramente innamorato chiede la continuità, la vitalità (lifelongness) dei rapporti? Perché la vita è dolore e l'amore goduto è un anestetico, e chi vorrebbe svegliarsi a metà operazione?

Perché si desidera esser grandi, esser geni creatori? Per la posterità? No. Per girare tra la folla, segnati a dito? No. Per sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico. Per l'oggi, non per l'eterno.

Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio.

Prima di essere astuti con gli altri, occorre essere astuti con sé stessi. C'è un'arte di far accadere le cose in modo che sia in coscienza virtuoso il peccato che commettiamo. Imparare da qualunque donna.

Quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l'altra riva, e arriverò.

Quei filosofi che credono all'assoluto logico della verità, non hanno mai avuto a che discorrere a ferri corti con una donna.

Se è vero che ci si abitua al dolore, come mai con l'andare degli anni si soffre sempre di più?

Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì.

Si aspira ad avere un lavoro, per avere il diritto di riposarsi.

Si dovrebbe stupirsi se fosse diverso: si accumula, si accumula rabbie, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta. E voilà.

Si odiano gli altri, perché si odia se stessi.

Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male (cfr. lo stato dei beati liberi e certi di non peccare), ne viene che il male l'ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo.

So che per sempre sono condannato a pensare al suicidio davanti a ogni imbarazzo o dolore. È questo che mi atterrisce: | il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità.

Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco.

Tanto poco un uomo si interessa dell'altro, che persino il Cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio.

Tanto stupido che per trovare uno scopo alla sua vita, ha dovuto fare un figlio.

Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri.

Una donna che non sia una stupida, presto o tardi, incontra un rottame umano e si prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a rottame. Ci riesce sempre.

Vendicarsi di un torto ricevuto è togliersi il conforto di gridare all'ingiustizia.

Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno d'isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle da biliardo.

Lettere
1925-1950 © Einaudi 1956-1966 (postumo)

C'è qualcosa di più assurdo dell'amore? Se lo godiamo fino all'ultimo, subito ce ne stanchiamo, disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra sciocchezza e viltà di non aver osato. 

Per guarire da ogni nostalgia amorosa non c'è che sperimentare d'essere amato o voluto o bramato o quello che vuoi, da una persona che ci dia ai nervi.

Non va bene esagerare in beneficenza, perché ad un certo punto non si guadagna più che l'odio del beneficiato. 

L'amore è come la grazia di dio – l'astuzia non serve.

La paura di innamorarsi non è forse già un po' d'amore? 

La vita non è forse più bella perché da un momento all'altro si può perderla?

Poesie di Cesare Pavese
Ti ho sempre soltanto veduta
Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930 - Le poesie © Einaudi 1998

Ti ho sempre soltanto veduta, / senza parlarti mai, / nei tuoi istanti più belli. / Ma ho l’anima ormai tanto tesa, / schiantata dalla tua figura, / che non trovo più pace / al suo brivido atroce. / E non posso parlarti, / nemmeno avvicinarmi, / ché cadrebbero tutti i miei sogni. / Oh se tale è il tremore orribile / che ho nell'anima questa notte, / e non ti conoscerò mai, / che cosa diverrebbe il mio povero cuore / sotto l’urto del sangue, / alla sublimità di te? / Se ora mi par di morire, / che vertigine folle, / che palpiti moribondi, / che urli di voluttà e languore / mi darebbe la tua realtà? / Ma io non posso parlarti, / e nemmeno avvicinarmi: / nei tuoi istanti più belli / ti ho sempre soltanto veduta, / sempre soltanto sognata.

Lo steddazzu
Lavorare stanca © Einaudi 1936
"Steddazzu" in dialetto calabrese (più correttamente stiddazzu) indica la cosiddetta "stella di Venere", che brilla in cielo poco prima dell'alba.

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio / e le stelle vacillano. Un tepore di fiato / sale su dalla riva, dov'è il letto del mare, / e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla / può accadere. Perfino la pipa tra i denti / pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío. / L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami / e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare / tra non molto sarà come il fuoco, avvampante. / Non c’è cosa piú amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà. Non c’è cosa piú amara / che l’inutilità. Pende stanca nel cielo / una stella verdognola, sorpresa dall'alba. / Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco / a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda; / vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne / dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta piú nulla. / Val la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci? Domani / tornerà l’alba tiepida con la diafana luce / e sarà come ieri e mai nulla accadrà. / L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire. / Quando l’ultima stella si spegne nel cielo, / l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Lo steddazzu (Cesare Pavese)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi © Einaudi 1951 (Postumo)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi / questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo. I tuoi occhi / saranno una vana parola, / un grido taciuto, un silenzio. / Così li vedi ogni mattina / quando su te sola ti pieghi / nello specchio. O cara speranza, / quel giorno sapremo anche noi / che sei la vita e sei il nulla. / Per tutti la morte ha uno sguardo. / Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio, / come vedere nello specchio / riemergere un viso morto, / come ascoltare un labbro chiuso. / Scenderemo nel gorgo muti.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (Cesare Pavese)

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene?
Non fate troppi pettegolezzi. (Cesare Pavese)
L'ultimo messaggio
Cesare Pavese, com'è noto, si uccise il 27 agosto del 1950 in una camera dell'albergo "Roma" di Torino. Le sue ultime parole le lasciò scritte sul frontespizio del suo libro Dialoghi con Leucò, trovato su un comodino accanto al letto:

Perdono tutti e 
a tutti chiedo 
perdono. 
Va bene? 
Non fate troppi 
pettegolezzi.

Tra parentesi, queste parole ricordano l'inizio del messaggio  lasciato dal poeta Vladimir Majakovskij (1893-1930) prima del suicidio: "A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi". Tra le pagine di "Dialoghi con Leucò" vi era anche una scheda di prestito della Biblioteca Nazionale di Torino, dietro al quale Pavese aveva annotato a matita tre frasi:
  • L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. 
  • (cit. da Dialoghi con Leucò)
  • Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. (cit. da Il mestiere di vivere)
  • Ho cercato me stesso.
Alcuni giorni prima, il 18 agosto, Cesare Pavese aveva terminato il suo diario "Il mestiere di vivere", pubblicato postumo, con alcune frasi lapidarie:

La cosa più segretamente temuta accade sempre. 
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po' di coraggio. 

Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo. 
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

Citazioni attribuite
  • Tu sarai amato, il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza, senza che l'altro se ne serva per affermare la sua forza.
Questa frase, molto diffusa su internet, deriva probabilmente da una citazione errata del filosofo André Comte-Sponville, che in Petit traite des grandes vertus (1995) l'attribuisce a Cesare Pavese. Tant'è che la medesima frase, sempre con attribuzione allo scrittore italiano, è molto diffusa anche in lingua francese: "Tu seras aimé le jour où tu pourras montrer tes faiblesses sans que l'autre s'en serve pour affirmer sa force". In realtà la citazione è del filosofo tedesco Theodor Adorno, che in Minima moralia (1951) scrive: "Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza". Per altri approfondimenti su questa frase, vedi "Citazioni errate" su Aforismario.

Libro di Cesare Pavese consigliato
Il mestiere di vivere
Diario 1935-1950 
Autore: Cesare Pavese 
Curatori: M. Guglielminetti e L. Nay
Introduzione: Cesare Segre
Editore Einaudi, Torino, 2006

Iniziato il 6 ottobre 1935 durante i giorni del confino politico, "Il mestiere di vivere" accompagna Cesare Pavese fino al 18 agosto 1950, nove giorni prima della sua morte, e diventa a poco a poco il luogo cui affidare i pensieri sul proprio mondo di scrittore e di uomo e, soprattutto, le confessioni ultime su quei drammi intimi che laceravano la sua esistenza. Amaro, disperato, violento, ironico, raramente sereno, Pavese consegna al lettore una meditazione sulla vita, sui sogni, sui ricordi e sull'arte condotta con rigore intellettuale e morale; e allo stesso tempo, pagina dopo pagina, testimonia con lucidità l'evoluzione di un personale mestiere di vivere.

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