2015-11-03

Scrittura aforistica e Forme brevi

Raccolta di brevi saggi e riflessioni sulla scrittura aforistica e sulle forme letterarie brevi in genere. Gli articoli sono scritti da critici letterari e aforisti. In appendice è riportata anche una bibliografia con i migliori libri sulla scrittura aforistica pubblicati in Italia, consigliati a chi voglia approfondire l'argomento. Nella sezione "Aforistica" del sito Aforismario trovi anche una breve storia dell'aforisma dall'antichità a oggi e altri articoli interessanti su questo affascinante genere letterario.
La pratica aforistica si potrebbe definire un prolungato commento al mondo
fatto in forma di glosse, asterischi, appunti. (Gino Ruozzi)
Sommario
  • Breve storia dell'aforisma - Italo Zingarelli, 1980
  • L'aforisma e i suoi sinonimi - Giorgio Colarizi, 2001
  • Cos'è un aforisma? - Alberto Schön, 2006
  • Perché si scrivono aforismi? - Emilio Rega, 1999
  • Perché l'aforisma piuttosto che il romanzo? - Emilio Rega, 2010
  • Aforismi: verità in capsula - Mario Vassalle, 1996
  • Natura e funzione degli aforismi - Mario Vassalle, 2011
  • Il sapore ironico della brevità - Antonio Castronuovo, 2011
  • Libri sulla scrittura aforistica
Breve storia dell'aforisma
Italo Zingarelli
Introduzione a Le minime di Morandotti, vol. II © Vanni Scheiwiller, 1979-1980

Chi volesse tracciare una storia della massima come espressione etico-concettuale dovrebbe rifarsi innanzitutto ai testi fondamentali di tutte le grandi religioni, dal Vecchio e Nuovo Testamento (Proverbi, Ecclesiaste, Sapienza, Vangeli) agli scritti di Confucio, ai discorsi di Budda, ai Veda, al Corano, non meno che alle concezioni dei grandi filosofi e pensatori di tutti i tempi: da Protagora a Socrate e Platone, da Aristotele agli Stoici, da Cartesio a Kant. Ma Kant precisa trattarsi di verità e di norma soggettiva, pertanto non valida come legge universale. Come espressione di verità soggettive, in effetti, massime e aforismi sono incastonati come gemme nelle opere maggiori di tutte le letterature; basti pensare ai tragici greci, a Virgilio, Orazio, Dante, Shakespeare, Molière, Machiavelli, Cervantes, Goethe, Dostoevskij. Invece come genere letterario a se stante - Ove si prescinda dalle letterature orientali che richiederebbero un discorso a parte - il numero dei loro cultori risulta assai più limitato. Vi figurano anche degli italiani, ma i più fecondi sono stati senza dubbio i tedeschi e i francesi, probabilmente perché portatori di una cultura permeata di pensiero filosofico. Alle origini stesse di questo particolare filone troviamo Ippocrate, padre della medicina, i cui Aforismi - il termine nasce con lui - riguardano sostanzialmente l'arte di scoprire le malattie e di guarire chi ne sia affetto. E alla medicina si riferiscono vari secoli dopo anche gli aforismi della Scuola Salernitana, regole sanitarie in versi latini, che ebbero grande fortuna nel Medio Evo. Di ispirazione più propriamente filosofica, con una forte impronta etico-religiosa, sono invece i Ricordi di Marco Aurelio Antonino, che possono forse essere considerati come una delle prime raccolte di riflessioni personali, in cui peraltro le massime sono da rintracciare in lunghi periodi, talvolta di non facile lettura. La trattazione d'una determinata materia in aforismi passava, in seguito, nell'ambito più propriamente. letterario, assumendo l'odierno significato di breve massima che condensa in forma succinta e pregnante il succo di riflessioni e esperienze personali. In Italia bisognerà arrivare fino al '500 per trovare un'altra raccolta di massime che rappresenti il distillato di un'esperienza e di un modo di pensare individuali, ugualmente caratterizzata da un alto rigore morale anche se improntata a uno scetticismo più amaro: i Ricordi politici e civili di Francesco Guicciardini. «In una letteratura, com'è la nostra, povera di raccolte di massime, di osservazioni, di pensieri, di divagazioni personali, - scrive il Sapegno - i Ricordi sono un libro singolare e nuovo, che troverà la sua ideale continuazione, fuori d'Italia, in opere come gli Essais di Montaigne, le Maximes di La Rochefoucauld, i Caractères di La Bruyère, l'Oraculo di Baltasar Gracián, e altre siffatte fino agli Essays di Bacone, ancora così fortemente impregnati di spirito del Rinascimento e di sapienza italiana». Sono proprio i pensatori e moralisti francesi del «Grand Siècle», a conferire alle massime piena dignità letteraria e compiutezza stilistica, stabilendo una tradizione che poi prosegue nel '700 con accenti sempre più sarcastici fino a Chamfort e Voltaire. Successivamente, col Romanticismo, il genere come tale subisce un'eclissi, anche se di pensose riflessioni e di brillanti aforismi pullulano il romanzo e il teatro, la poesia e la saggistica, le memorie e i diari prodotti dal genio francese fino ai nostri giorni. Così nella letteratura anglosassone, pur tanto ricca di fervori moralistici, di spirito satirico e di humour, si ripete un fenomeno del genere, per cui dopo Bacone e Pope, il «wit» dell'epoca elisabettiana trova espressione e continuazione soprattutto nel teatro, nella saggistica e nel giornalismo, senza quasi mai assurgere a rango di genere. Ma come non pensare a Samuel Johnson e a Dryden, a Swift, a Carlyle (e oltre oceano a Franklin, a Emerson e Twain), per non parlare di Walter Pater, Oscar Wilde e George Bernard Shaw. L'eredità dello spirito satirico anglosassone e dell'ironico scetticismo dei moralisti francesi viene invece raccolta in Germania da Lichtenberg, che apre una feconda tradizione che si perpetuerà per tutto 1'800 e oltre, passando attraverso il cupo pessimismo di Schopenhauer e il folgorante irrazionalismo nietzschiano. Questa tradizione non trova riscontro nella letteratura italiana degli ultimi due secoli, ma, a prescindere da quella ricchissima miniera che è lo Zibaldone leopardiano, riflessioni, massime e aforismi non mancano negli scritti del Foscolo, del Tommaseo, del Nievo, di Mazzini e di alcuni minori come il D'Azeglio, il Bini, il Settembrini. In tempi a noi più vicini nessuno scrittore si è dedicato sistematicamente al genere aforistico. Soltanto occasionalmente, nel contesto di opere di natura diversa, letterati quali Panzini, Bernasconi, Bontempelli, Folgore, Savinio e Flaiano. Come verità soggettive, secondo la definizione kantiana, massime e aforismi, oltre al valore intrinseco del concetto che esprimono, possono anche fornire una chiave per penetrare nella personalità dell'autore. E in tal modo si scoprono singolari se non stupefacenti corrispondenze. Come quando troviamo due filosofi così profondamente diversi come il caustico Voltaire e l'ipocondriaco Schopenhauer d'accordo nel sentenziare che lasceremo questo mondo più sciocco e più imbecille di quanto lo abbiamo trovato arrivandoci. O quando in rapporto all'affermazione attribuita a Machiavelli che il fine giustifica i mezzi, scopriamo che a suo tempo Ovidio aveva detto che il risultato giustifica l'atto e che, alquanto dopo il Segretario Fiorentino, l'olimpico Goethe scrisse che il fine santifica i mezzi. Il che dimostra che quando, in ogni tempo e in ogni luogo, delle lucide intelligenze si chinano a esplorare la natura umana, pervengono alle stesse disincantare conclusioni.

L'aforisma e i suoi sinonimi
Giorgio Colarizi (1912-1999) - Musicista, musicologo, pedagogista e aforista italiano
da Zibaldone aforistico © Manfredi Colarizi Graziani, 2001

Nello sciorinare i sinonimi di aforisma, troviamo: adagio, apoftegma, massima, sentenza, precetto e proverbio; e tutti qui si respingono. Adagio: se vogliamo credere a filologi e linguisti che lo apparentano al verbo latino aio, varrebbe quanto "affermazione" e, non foss'altro perché immune da presunzioni, potrebbe anche andar bene. Ma all'orecchio italiano suona ambiguo e vecchiotto, e d'altra parte non sembra che i latini usassero spesso il loro adagium. Dunque lasciamolo lì. Apoftegma: la nobile ascendenza greca lo renderebbe forse accetto ai nostri contemporanei, imbambolati dal lucore scientifico dei termini che la grecità offre appunto alla scienza. Meglio cedere alle esigenze della nostra lingua, che mal sopporta quel terribile cozzo di consonanti. E in greco sembra andar peggio, per la re trazione dell'accento (apophthegma), anche se la presenza della doppia aspirazione agiva forse come lubrificante di questo saltellante congegno. Comunque la parola sta per "detto altisonante, memorabile"; epiteti che debbono attendere i posteri, né se ne può fregiar da sé nemmeno il più superbo autore. Massima: sottintende "maxima sententia", ossia un pronunziamento di particolare importanza morale o giuridica, con possibilità di applicazione normativa: così le massime dello spietato La Rochefoucauld, così le raccolte di sentenze giuridiche fino agli odierni "Massimari". Sentenza: da sentire come "manifestare il proprio sentimento su .... ", "giudicare". Termine troppo ampio, perché ogni affermazione è un giudizio; troppo ristretto, in quanto richiama ad una decisione di sapore giuridico o dogmatico (gr. dogma = editto pubblico, sentenza). Precetto: da prae e capère+praecipere, letteralmente "prendere prima di .... ". Denuncia subito la sua autorità normativa, vuoi religiosa, vuoi pedagogica, vuoi terapeutica. Il principio di autorità è stato sempre odioso agli spiriti più vivaci e recalcitranti o ai nevrotici, così come in altri tempi fu spregiata la figura del povero precettore. Restano accetti solo i precetti medici, per il grande affetto che serbiamo a questo nostro corpo di morte. Proverbio: è un po' tutto quanto sopra, ed altro ancora, in veste sempre sintetica e spesso poetica; come la musica e la poesia popolare, è opera di un singolo che riassume un sentimento collettivo. Anche l'aforisma è opera di un singolo, ma quando mai questo signore presumerebbe di rappresentare l'anima di una collettività? Aforisma: da aphorizein, limitare, quindi "definizione", concetto che in matematica implica con saggia economia il minor numero possibile di parole. La matematica, chissà perché, usa però il termine di aforisma per indicare un problema insolubile, quale per es. la quadratura del cerchio. Secondo Kant, potremmo accostare l'aforisma ai due giudizi di modalità: quello problematico, fondato sui rapporti di possibilità, e quello assertorio, su rapporti reali non necessari o verità di fatto che dir si voglia. Ma come può la logica accalappiare l'infinita varietà degli accadimenti e sentimenti e comportamenti umani, sospinti o sconvolti dallo Spirito che soffia dove vuole? Quanto sopra aveva lo scopo di accennare ai significati che non competono all'aforisma o che solo in parte l'accostano. Questione di sinonimi, e quindi di sfumature. Vorremo dire con questo che il suo dominio è così vasto da farlo piuttosto denominare "pensiero"? C'è chi l'ha fatto, personaggi di prim'ordine di fronte ai quali non c'è che da togliersi il cappello. Il termine esprime un concetto così vasto da comprendere tutto il panorama desiderabile; ma, oltre che vasto, è vago. Per quel che ci serve, anche nell'aforisma vediamo quasi una specola che abbraccia virtualmente tutti i panorami in cielo e in terra visibili; ma conserverà nel contempo caratteri più o meno definitori; si contenterà quindi di poche parole, e soppesate col bilancino del farmacista; anche quando una Musa letterata suggerirebbe maggior generosità. Naturalmente resta il pericolo di assumere una mùtria oracolare, con tutta l'ostilità che essa generalmente oggi riscuote, soprattutto fra gente costretta già ad ascoltare gli oracoli dei vari santuari politici e sociologici. Ciò si riflette particolarmente nella forma aforistica: A è B.

Cos'è un aforisma?
Considerazioni sullo scrivere e leggere aforismi
Alberto Schön (1934) - Medico, psicoanalista e aforista italiano
Dalla prefazione a "Infallibili errori" © CLEUP, 2006

Dire cos'è un aforisma è come rispondere alla domanda: cos'è un pensiero? Si può solo per approssimazioni – e per aforismi. Alcuni aforismi sono come le foto istantanee. E anche questo è un aforisma. Alcuni sono titoli di racconti, gemme troppo piccole e verdi, fogli di scena di spettacoli mancati, accuse fondate ma senza le prove, dichiarazioni d’amore altrettanto poco fondate, veli da sollevare, nuove tavole del Rorschach, come dire contenitori in cui ciascuno possa versare i suoi contenuti. A volte sono stupidaggini intelligenti, nature morte più vive di un ritratto, ossimori utili insomma. Ai miei penso come a riflessioni, ma anche immagini che mi sono venute in mente lavorando con pazienti, dialogando in silenzio con autori di libri, e con me stesso, soprattutto al risveglio, nel corso degli ultimi cinquant’anni. Un aforisma si scrive e si legge in mezzo minuto. Meglio se dopo averci pensato per decenni. Non occorre dire che l’ironia è un ingrediente molto utile, almeno per il mio modo di pensare i pensieri. Alla sola idea di compiere un’operazione così elevata, mi viene da sorridere. Nel poco spazio di un aforisma si raccontano storie piccole, dense che possono contenere grandi storie, pensieri, arrabbiature piccole e grandi, dialoghi con altri e con sé, prese in giro e frecciate, molti giochi di pensieri e parole, critiche, movimenti riparativi, appunti per un pensiero più sviluppato, irritazioni con sé, partecipazione alla vita pubblica, desideri di ogni genere, tra i maggiori quello di scrivere qualcosa che sia letto anche da un lettore frettoloso, cioè dalla maggior parte dei lettori. Gli aforismi sono anche questo. Anche altro. Soprattutto sono giochi in cui si combinano elementi, a volte poco coerenti, sotto la pressione della sintesi, fino a trovare uno o più sensi. Credo che gli aforismi li scriva più spesso chi non è scrittore di professione, preferisce l’annotazione aperta a sviluppi imprevisti, i racconti brevi e non ama i romanzi organizzati, dettagliati, di centinaia di pagine. Gli aforismi li scrive chi riflette, annota, sta in osservazione e quindi è sempre un po’ esule, spesso solitario, a volte antipatico. A volte annotare un pensiero precede lo sviluppo in versi o in prosa. Ad ogni passo si sente una tensione etica, a volte un po’ conservatrice, ma non sempre in senso negativo. L’anticonsumismo ha per modello società pre-moderne. È una posizione da conservatori?

Perché si scrivono aforismi?
Identikit di uno scrittore di aforismi, 1999
Emilio Rega (1955) - Aforista italiano

Lo scrittore di aforismi è uno che ci tiene alla VERITA’ e che la sa dire. Glielo consente la sua cultura ma soprattutto la sua ricettività (bella l’immagine musiliana riguardo alla poesia: “come se il vento da lungi recasse un messaggio…”). Si tratta quindi di un sapere per illuminazioni, dove la sintesi, folgorante, trovata dallo scrittore di aforismi equivale a quella di una formula o di una definizione. La particolare capacità che ha lo scrittore di aforismi riguardo alla espressione allegorica, simbolico-sintetica, emblematica, lo rende inoltre partecipe della magia delle lettere e dei numeri. Lo affascina l’esattezza, la simmetria, l’armonia, l’ordine, la misura, la bellezza, la purezza, l’unita’ delle cose, di cui egli istintivamente ed ostinatamente va alla ricerca, anche quando sembrano rendersi improvvisamente irreperibili (ma solo in apparenza). Egli ama infatti andare nel profondo, “sondare gli abissi”, e l’aforisma riuscito è sempre un premio al suo coraggio ed alla sua costanza in questa ricerca, che in fondo non è altro che la ricerca di un senso da dare all'esistenza. La conoscenza che egli è in grado di attingere deriva in effetti dalla più elevata tra le diverse facoltà conoscitive, e cioè quella che rappresenta la comprensione immediata del verbo divino nella meditazione. Lo scrittore di aforismi infine è colui che attraverso le sue “sentenze” ha il potere di giudicare la società in cui vive, e persino la propria epoca. È, come si diceva all’inizio, il Vero, con la vu maiuscola, ad eleggerlo e ad investirlo di tanta autorità, conferendogli una funzione attiva e d’avanguardia.

Perché l'aforisma piuttosto che il romanzo?
Emilio Rega (1955) - Aforista italiano (2010)

La ricerca della verità ha bisogno di concetti espressi in modo sintetico ed efficace. L'aforisma è un lampo che bisogna essere preparati a cogliere perché giunge improvviso ed accecante per chi non vi è portato. L'Augenblick, la verità colta in una frazione di secondo, questo è l'aforisma. Ma, oltre al talento che è indispensabile, quanto studio occorre per arrivare a scrivere un' apparentemente semplice "battuta"! La gente non se ne rende conto, occorre farglielo notare. Le "frasette" sono roba da idioti non da aforisti, signori miei! Ma tant'è, si sa, è più facile giudicare che conoscere. L'impresa donchisciottesca e meritoria del Premio Internazionale "Torino in sintesi"  dedicato all'aforisma, è far sì che finalmente ci si renda conto dell'estrema importanza in letteratura del genere aforistico, data l'esagerata importanza conferita improvvidamente al romanzo, un genere, come insegnava Robert Musil, ormai in decadenza per chi è ancora in grado di comprendere la conoscenza e di amarla. Si può dire che ormai l'aforisma è la via maestra verso la saggezza, quella tanto amata da Seneca per intenderci.

Aforismi: verità in capsula
Mario Vassalle (1928) - Medico, poeta e aforista italiano
in L'enigma della mente: aforismi © Mario Vassalle, New York, 1996

Gli aforismi sono verità in capsula, che sono più penetranti per essere espresse concisamente. Spesso individuano un aspetto di comportamento che, per essere enunciato nella sua essenzialità, colpisce immediatamente: vi riconosciamo verità che non avevamo formulato. Per questo, gli aforismi contribuiscono a chiarire noi a noi stessi, dato che siamo tutti partecipi della natura umana e pertanto soggetti alle sue leggi. Una limitazione degli aforismi è che colgono aspetti isolati della verità, senza fornire spiegazioni o elaborazioni. Inoltre, gli aforismi hanno due nemici importanti. Uno è la tentazione di dire cose brillanti, ma non vere. A questo spinge la demagogia che non risparmia neanche alcune delle menti più acute, le quali confondono l'aforisma col paradosso. In tal caso, la nostra personalità sostituisce l'obiettività con il piacere di una scelta personale, volta più a impressionare che a convincere. L'altro è la deformazione della realtà che deriva dal vedere tutto secondo le nostre convinzioni personali. Allora si può dire anche la verità, ma non tutta la verità. Una verità parziale o isolata assume connotazioni diverse per non essere vista in un contesto più generale o nell'equilibrio di altre verità taciute. Per esempio, della natura umana si possono vedere solo i difetti. Ma i difetti possono essere una necessità vitale per la nostra umanità. Questo facilmente spiega perché siano universali e insopprimibili. Lo stesso può essere detto delle virtù. Ma c'è chi si concentra prevalentemente o sugli uni o sulle altre. Nonostante queste limitazioni, gli aforismi ci spiegano quello di cui abbiamo esperienza ma non coscienza esplicita, quello che non abbiamo mai analizzato e tanto meno formalmente espresso. Sono come lampi di luce che illuminano diversi aspetti dell'enigma della mente, e pertanto permettono di conoscere meglio noi stessi. Dal momento che siamo quello di cui la nostra mente ha coscienza, il conoscerci meglio aumenta la nostra realtà. Alla loro maniera, anche gli aforismi contribuiscono a farci crescere: come sovrapponendo mattone su mattone alla fine si costruisce una casa, tutti insieme contribuiscono a definire l'edificio della mente nella sua complessità e contraddizioni. Ma gli aforismi sono un po' come i cioccolatini: per gustarli, bisogna assaggiarne pochi per volta. Altrimenti, se ne fa un'indigestione. Negli intervalli, si può sempre riflettere.

Natura e funzione degli aforismi
Un breve saggio
Mario Vassalle (1928) - Medico, poeta e aforista italiano
© Mario Vassalle, New York, 2011

“Sul palcoscenico della vita, recitiamo la parte assegnataci da un copione che non abbiamo né scritto né letto”. Questo stato di cose sfida la comprensione della mente, ponendo la domanda su come siamo determinati e perché. Non solo si desidera comprendere chi siamo, ma anche i significati della nostra esistenza. Queste domande sono rivolte alla filosofia, ma essendo complesse e difficili, spesso ci si limita a un’analisi di singoli aspetti di una realtà il cui significato generale ci sfugge. I singoli aspetti della realtà umana sono accessibili a tutti e quelli generali nella loro interezza non sono accessibili a nessuno. L’analisi presuppone l’attività della mente e cioè la capacità di pensare e di sentire. Un ingrediente indispensabile del pensare è la curiosità intesa nel senso migliore della parola: nulla si muove a meno che non vi sia una forza motrice. Senza la curiosità, la mente si adagerebbe passiva nel letto dell’ignavia. Se la curiosità è indispensabile per cercar di comprendere qualcosa della nostra vita, non è necessariamente sufficiente, perché la comprensione può essere resa impossibile dalla difficoltà di quello che si vuol capire. Per la mente, è certamente assai più facile analizzare le varie percezioni dal mondo esterno che colpiscono la sua attenzione piuttosto che sviluppare un sistema di pensiero in cui inquadrarle. Qui entrano di scena gli aforismi. La ripetuta esposizione a un certo fenomeno alla fine suggerisce quello che di comune vi è nelle ripetute percezioni (per esempio, i motivi dei vari comportamenti umani). Se si capisce chiaramente quello che si percepisce, si è in grado di esprimerne in maniera concisa la verità che l’analisi della mente ha acquisito. A causa della maniera in cui sono acquisiti, gli aforismi esaminano la realtà in ordine sparso, facendoci coscienti dei significati di quello che prima solamente osservavamo: non vi può essere un aforisma se quello che si osserva non è sottoposto alla riflessione per distillarne il significato. Non basta guardare con gli occhi, bisogna vedere con la mente. Un aforisma ci può far riconoscere quello che avevamo guardato, ma che non avevamo veduto. Ma a questo punto si deve fare i conti con la necessità della Varietà e dell’Ordine, un tema sviluppato in Sintesi, una visione d’insieme della realtà umana. Qui si dirà semplicemente che vi deve essere un Ordine che regola la realtà umana, perché l’alternativa sarebbe il caos. Gli aforismi non potrebbero esistere se la realtà umana non fosse regolata da leggi precise e costanti, quelle dall’Ordine, leggi che l’aforisma esplora. Se però si dovessero ubbidire le leggi dell’Ordine in una maniera obbligatoria, sarebbe la fine della razza umana come la conosciamo: si diventerebbe un esercito di formiche. Di qui nasce la necessità assoluta non solo che si possa scegliere se conformarci o no alle leggi dell’Ordine (che è la base della nostra libertà), ma anche che ciascuno sia differente e possa pensare e sentire in maniera individuale (che è la base della nostra individualità, personalità, creatività, inclinazioni naturali, ecc., cioè del nostro Io). Questo rende necessaria la Varietà: ciascuna mente deve essere se stessa e, per esserlo, deve essere diversa.  Questo comporta tutta una serie di considerazioni come, per esempio, in quale maniera sia creata la diversità, in cosa siamo diversi e in cosa siamo simili, come si può comunicare se siamo diversi, in cosa consista la nostra libertà e la licenza, ecc. Talune di queste questioni sono trattate in Sintesi. Quello che interessa qui è che la varietà delle menti comporta diversità non solo nel pensare, ma anche in quello che si pensa e come si pensa. Per il nostro tema, questo significa una cosa sola: le diverse menti sviluppano interessi diversi, metodi di pensare e di esprimersi diversi e conclusioni diverse. Nella sfera delle nostre attività, in genere ciascuno segue le preferenze delle sue caratteristiche naturali e acquisite. Le nostre inclinazioni naturali determinano i desideri che perseguiamo perché il perseguirli ci dà piacere. Questo si applica anche a chi scrive aforismi. Essendo ciascun differente da tutti gli altri, non solo variano gli interessi della mente, ma anche quello che si fa e come lo si fa per soddisfarli. Ne risulta una grande Varietà di aforismi e degli scopi che perseguono. A questo proposito, cito quanto segue: “Ci sono molte specie di aforismi e ciascuna riflette la personalità di chi li scrive. Tanti aforismi sono acuti, avvincenti, brillanti, spiritosi, paradossali, ecc. Alcuni vogliono intrattenere con un sorriso o una risata il senso dellumorismo del lettore, spesso sottolineando le contraddizioni di quello che l’abitudine e la routine ci fanno accettare meccanicamente. Per questo, inducono a riflettere e spesso insegnano divertendo. Pertanto, gli aforismi sono di tanti tipi differenti e tutti hanno una loro utile e piacevole funzione. Insegnano nuove maniere di vedere quella realtà che normalmente solo si guarda…” …Altri... “aforismi sono dettati dall’interesse verso quell’entità misteriosa e seducente che è la realtà umana. Vogliono intrattenere la curiosità e il desiderio di comprendere della mente, il desiderio di comprendere soprattutto se stessa. Il loro intento è di soddisfare il desiderio di capire quello che ci caratterizza e ci condiziona come essere umani.” (da Sintesi: una visione d’insieme della realtà umana, Mario Vassalle, Albatros, 2011) Pertanto, gli aforismi e il loro stile variano secondo chi li scrive.  Certamente, gli aforismi di una persona idealista, pratica, religiosa, cinica, pessimista, infingarda, artistica, energica, sognatrice, atea, sentimentale, ecc. riflettono la paternità dell’autore. Ma qualsiasi cosa si dica, per aforisma s’intende una verità che colpisce piacevolmente il lettore per essere espressa in maniera concisa e inusitata.  La funzione del conciso e dell’inusitato dovrebbe essere quella di sorprendere la mente per essere drasticamente differenti dalla routine alla quale è abituata. Questo significa che la verità che si dice dovrebbe essere in qualche maniera stimolante perché istintivamente piace e perché può stimolare la riflessione. Quindi, una buona parte degli aforismi si basa sulla riflessione di quello che si osserva, ma anche su intuizioni improvvise alla cui base sono forse l’esperienza e il lavorio del subconscio. La diversità delle menti fa gli aforismi diversi, ma non necessariamente li fa tutti corretti. Pertanto, nell’analisi di quello che si osserva, bisogna riflettere senza i pregiudizi delle nostre convinzioni, le distorsioni delle nostre emozioni o le preferenze delle nostre inclinazioni naturali. Altrimenti si esprimono delle opinioni personali e non delle verità valide per tutti. Per esempio, della realtà si può vedere soprattutto il bene o il male, ma quello che si dice sul bene o sul male deve essere vero. In un’analisi distaccata, s’impara dalla natura e non si pretende di insegnarle. La verità è una sola, e nostra è solo la maniera di esprimerla. Se non si resiste alle seduzioni della demagogia, si danneggia la qualità di quello che si crea. Il fatto che qualcosa possa piacere a noi personalmente per se stesso non lo fa diventare vero. Ora, quale merito ci può essere nel dire cose sbagliate? Se è inevitabile ed essenziale avere delle convinzioni, non è su queste ma sui fatti che bisogna basare le nostre conclusioni. Altrimenti, non si analizza la realtà, ma la si deforma, vedendola attraverso le distorsioni di un’ottica personale. Quindi, nella ricerca della verità, l’aforisma ha bisogno di essere (se non “scientifico”) per lo meno obiettivo. Ma ognuno raggiunge i suoi fini secondo le sue preferenze naturali scegliendo quello che lo interessa e analizzandolo secondo la sua maniera di pensare. Pertanto, gli aforismi riflettono la personalità e il metodo di chi li scrive e questo assicura che un numero vasto di differenti argomenti sia considerato in maniera originale. Le vie che portano alla verità sono molte (ma purtroppo lo sono anche quelle che portano agli sbagli). Tra i vari metodi, il più “semplice” è di usare una chiarezza cristallina per esprimere concisamente un concetto nuovo che illumina come un lampo l’oscurità della nostra ignoranza. Un’altra maniera relativamente comune di formulare un aforisma è quella di usare l’ironia. L’ironia prende in giro quello che vuol criticare, ma lo fa in maniera garbata, in genere esagerando quello che in realtà critica e facendo sorridere per la sua finezza. Al contrario delle prediche, che possono essere turgide di una sincera indignazione morale, l’ironia preferisce essere elegante, anche se qualche volta taglia profondo per essere ben affilata. Inoltre, spesso nell’ironia vi è un sottofondo morale, anche se inconfessato: si ironizza su quello che non si approva. La satira invece è aggressiva e cerca di essere caustica, in un certo senso per essere indignata e sdegnata da quello che critica. Per colpire il lettore si possono usare anche altri metodi che riflettono la personalità di chi li usa. Qualcuno può preferire le assonanze e dissonanze. Per es. “È un tipo che fa di tutto pur di non fare nulla”. La contrapposizione è rinforzata dall’opposizione di due situazioni completamente opposte. La verità espressa acquista una certa vivacità. Inconsciamente, si cerca l’effetto della simmetria degli opposti e la simmetria ha sempre un effetto estetico.  Anche in questo caso, si delinea un certo aspetto della realtà umana che interessa e diverte per la maniera in cui lo si formula. Naturalmente qui si tratta di metodi, che sono la maniera selezionata da ciascuno per fare o dire le cose in maniera che lo soddisfino. Ma nessun metodo per sé fa certo dire qualcosa di nuovo o di speciale. Così si può usare la contrapposizione in maniera ripetitiva, ma non sempre con la stessa efficacia e qualche volta con nessuna. Forse in questa categoria rientrano i giochi di parole. Spesso sono assai piacevoli ed anche penetranti, e talvolta somigliano ai giochi di prestigio. Una limitazione dei giochi di parole è che sono  difficilmente traducibili in un'altra lingua. Se poi uno deve spiegare il gioco delle parole nella traduzione, questo perde tutto il suo sapore. La possibilità che i pensieri siano traducibili in lingue diverse ne garantisce la potenziale universalità nel senso che tutti possono immediatamente capirli. I paradossi sono più ambiziosi: vogliono essere brillanti. Una base comune dei paradossi è la contraddizione di quello che comunemente si crede o si dice. Un paradosso vuol essere non-convenzionale, spiritoso, piacevole e acuto. Se un paradosso deve scegliere tra spirito e verità, preferisce essere spiritoso, anche perché spesso coglie le incongruenze che abbiamo passivamente accettato nelle cose di tutti i giorni. Alla loro maniera, i paradossi fanno pensare e possono scuotere le certezze che sono troppo facili e trite. Ma anche se insegna, il paradosso non vuole insegnare: gli sembrerebbe di essere pedestre. Invece, vuole divertire con la finezza del suo spirito e sfidare la compiacenza di chi legge: spesso lo fa. Una sua limitazione è che una lunga sequenza di paradossi diverte, ma non conclude; non perché non riesca a concludere, ma perché non c’è nulla di sistematico da concludere. Se sono tanti, i paradossi possono occasionalmente contraddirsi tra di loro. Sono adattissimi per intrattenere piacevolmente il gusto e anche il senso critico della mente. Nei ricevimenti in particolare, vi è una simbiosi naturale tra paradossi (motti si spirito) e quello che si beve (in genere bevande spiritose: scusate lo spirito). L’equazione suona così: paradossi + liquori = grandi risate divertite. Ad un paradosso non dispiace mai di essere elegante e anche avere una certa venatura di fatuità e talvolta persino di cinica stanchezza. I paradossi non sono interessati a parlare di cose troppo “serie” come virtù, doveri, responsabilità, sacrificio, ecc.: sono cose scialbe e persino noiose per un paradosso, e soprattutto sono oltre i suoi scopi e i suoi interessi. Reciprocamente, la virtù esige da noi assai di più dei paradossi. Tuttavia, il paradosso può esprimere la verità che vi è nelle eccezioni. Anche se i paradossi sono seri, non vogliono apparirlo. I migliori paradossi piacciono a tutti e insegnano a molti. Tuttavia, nessun paradosso è così interamente vero da sostituirsi alle regole che sfida. Su una serie di paradossi non si costruisce un sistema di pensiero, ma solo un insieme di acute piacevolezze. Il loro scopo è di essere stimolanti, piacevoli e anche di mettere in questione certe ipocrisie inconsapevoli o certe abitudini rese decrepite dall’essere accettate non-criticamente: in questo hanno spesso successo. Ci sono anche altri stili e metodi, ma essenzialmente queste forme di analisi della realtà umana da menti diverse sono apprezzate da chi condivide gli stessi atteggiamenti e inclinazioni naturali. Ognuno cerca quello che lo intrattiene nella sua maniera preferita. La diversità degli aforismi che risulta dalla Varietà di chi li scrive contribuisce alla Varietà della realtà umana. Essenzialmente, s’impara da tutte le forme di analisi e tutti noi vogliano essere da loro intrattenuti. Ma taluni preferiscono che li si faccia sorridere, altri che li si faccia ridere e altri che li si faccia pensare. In conclusione, tutte insieme le varie forme di aforismi fanno parte di una cultura umanistica e vi contribuiscono, spesso piacevolmente. Sono un’attività specializzata della mente e che, come tutte le altre attività, ha fini particolari e metodi propri. Il risultato è che si leggono con piacere, perché meravigliano la mente: nascono dalla curiosità di chi scrive e stimolano quella di chi li legge. Sono una forma di cultura che interessa l’intelletto di tutti, grandi e piccoli, e che può aprire nuovi orizzonti alle nostre vedute andando più in profondità delle prescrizioni di un pur necessario buon senso quotidiano. Inoltre, gli aforismi permettono a chiunque di fare delle contribuzioni valide, proprio perché basate sull'esperienza personale delle vicende della vita, piuttosto che sulle teorie o sistemi specializzati che pascolano nei recinti filosofici. Gli aforismi sono tanto apprezzati che talvolta si preferisce qualcosa di spiritoso (anche se di dubbia verità) a qualcosa di vero (specialmente se espresso con un’opacità pedestre). La fertilità di quest’attività è assicurata proprio dalla differente maniera di vedere delle menti umane e contribuisce in maniera importante alla Varietà di quello spettacolo che si rappresenta quotidianamente sulla scena umana. Altrettanto importantemente, stimola lo sviluppo della mente umana aprendole differenti vedute attraverso lo scambio delle diverse comprensioni.

Antonio Castronuovo
Il sapore ironico della brevità
Sulla recente produzione aforistica in Italia
Antonio Castronuovo (1954) - Scrittore, critico e aforista italiano
in L’Indice dei libri del mese, a. XXVIII, n. 9, settembre 2011

Presenza editoriale esigua e un po’ scontrosa, immune dallo strepito dei duelli narrativi, la produzione aforistica scivola taciturna; ma è caparbia e non passa anno senza che appaia qualche titolo di rango. I lettori che ne fruiscono (anch’essi in numero esiguo e ugualmente ostinati) sono inclini alla fruizione colta, propensi alle invenzioni linguistiche di sapore ludico, persone che sanno comunque apprezzare quegli aromi di base – ironia, scetticismo e scatto – senza i quali la forma breve perde smalto. L’accusa di essere il cugino studioso dei pensierini d’amore, quelli che accartocciano il cioccolatino, non offende l’aforisma più di tanto: orgoglioso di essere stato “sdoganato” dalla magnifica antologia Scrittori italiani di aforismi che Gino Ruozzi approntò anni fa per i Meridiani, il genere tiene la posizione, come prodotto di nicchia ma molto spesso di qualità. Ce ne rendiamo conto se solo puntiamo l’attenzione sugli ultimi tempi. Notiamo subito che vi ha fatto ingresso anche un noto poeta, Valentino Zeichen, con gli Aforismi d’autunno (Roma, Fazi, 2010, pp. 168, € 15,00). È una collezione di arguti frammenti che, fedeli al titolo, manifestano una qualità pensosa e una tonalità pastello. Zeichen tradisce le origini poetiche nell'impaginazione “epigrammatica” dei suoi frammenti, che originano da uno sguardo ironico sulla società («I promotori culturali dai nobili fini hanno soppiantato la religione inducendo i lettori alla bulimia culturale, che senza volere rientra nella strategia del trionfale consumismo»), dagli involontari misfatti che un cultura può compiere («Crimini letterari. / Così, per eccesso di clarté / i francesi ammazzarono Rabelais») e naturalmente da una disincantata auto-osservazione («Provenendo dal niente / il mio divenire / non può che finire / in questo luogo comune»). Il disincanto non deve infatti mai mancare in un’arte, come quella dell’aforisma, che si fonda su dubbio e disinvoltura, su ironia e irriverenza: ingredienti necessari alla buona riuscita di ogni onesto autoritratto intellettuale. Come quello che è riuscito a delineare Mario Andrea Rigoni nella collezione aforistica Vanità (Torino, Aragno, 2010), di cui abbiamo parlato su queste pagine nel febbraio scorso e dal quale non ci separiamo senza trarre un ultimo esempio, capace di pungere alcune quiete e danarose eredità letterarie: «Quanti mediocri prosperano all’ombra della fama dei loro padri». Su un territorio assai diverso scorrazza Alberto Casiraghy, amabile aforista di linea “meriniana”, con Gli occhi non sanno tacere (Novara, Interlinea, 2010, pp. 84, € 14,00). I suoi pezzi sembrano lievi sguardi sul cuore e sul mondo, sorprese visive e sonore, ben in linea con la grazia dei libri da lui stampati in veste di editore e tipografo, le famose plaquette del Pulcinoelefante (è un piacere essergli al fianco quando, disponendosi alla stampa nella sede di Osnago, fa roteare gli ingranaggi di un torchio d’antan). Oltre a fare l’editore, suona il violino e disegna creature immaginarie che, tracciate in punta di penna, vanno infine a popolare le sue collezioni aforistiche, ormai giunte alla ventina. La nuova collezione di Casiraghi – questo il vero nome – è appunto edificata all'insegna degli occhi che, dopo aver visto, non sanno tacere. Sono infatti tratti visivi a segnare la forma di aforismi come «I grandi amori si riconoscono anche dai contorni», o «La vera felicità non sta mai ferma», o ancora «L’infinito è un punto inquieto senza risposte». Il tutto in un flusso di nitido acume, tanto che a un certo punto l’autore si chiede ironicamente: «Gli aforismi migliori sono quelli che non si fanno capire?». Domanda retorica che implica, per quanto mi riguarda, una fatale risposta negativa: «No, i buoni aforismi devono farsi capire». Come succede per questa devota confessione dell’autore: «Appena posso cerco l’aldilà». Le anime fanciulle dell’aforisma hanno trovato in questi anni una materna nutrice: il premio biennale “Torino in sintesi”, alla base del quale sta il segreto lavoro dell’aforista Sandro Montalto (di cui ricordiamo L’eclissi della chimera, uscita anni fa da Joker). Sorta nel 2008, la manifestazione premia questa specifica produzione facendo emergere creazioni di tutto rispetto, come la collezione vincente nel 2010: A mani alzate di Mauro Parrini (Bologna, Pendragon, 2009, pp. 80, € 14,00), aforismi lucidi, penetranti, che sembrano vibrare di sonorità “cioraniane” ma che infine svelano una soave disposizione umana. Insegnante a Magenta, l’autore è riuscito a compiere una rara operazione: inventare convincenti aforismi sul tema dell’uso sportivo del corpo. Che io sappia, la cosa fu tentata solo da Jean Giraudoux sulla scia dell’emozione per i giochi olimpici del 1924, quando raccolse la serie di lampi de Lo sport. Ora possiamo goderci le belle schegge che Parrini dedica al cosmo ciclistico: «Una bicicletta che cade turba l’equilibrio del mondo, come il pianto di un bambino», oppure «Il paradiso in terra non esiste, ma chi va in bicicletta ci arriverà comunque». Come ogni buon aforista, Parrini prende le mosse dalla teoria della brevità esposta in brevi tratti, con illuminazioni del genere: «L’aforisma è un buco nero nel linguaggio: chi ci cade dentro rischia di non uscirne più». Fino a conquistare quella rarefatta materia di scetticismo, anche sociale, che solo il lettore semplicista può definire retriva: «Chi è il progressista? Chi pensa di stare meglio quando invece starà peggio», oppure «La comunicazione è l’ovvio dei popoli», o ancora «Il sonno della ragione genera mostri che la ragione ha sempre sognato di generare». Sia detto: se il mondo non viene messo in discussione con la tagliente levità dell’aforisma, chi mai avrà il coraggio di dire le cose come stanno? Può farlo solo chi pratica la forma breve, chi spudoratamente afferma: «Togliete il superfluo dal mondo, e resterà un aforisma». Il premio torinese ha avuto il merito di riconoscere alle forme brevi quella dignità letteraria che già la teoria aveva loro assegnato. E dalle varie sezioni del premio sono emersi altri ottimi prodotti, come le Hommelettes dell’avvocato luganese Mario Postizzi (Torino, Aragno, 2007, pp. 66, € 5,00). Lo stile di Postizzi tende a catturare l’attenzione utilizzando il gioco di parole, il calembour, la sorpresa, quella pointe aforistica che – si affretta a dichiarare l’autore – «deve colpire, non fare colpo». La differenza è di rilievo: in altri termini ci viene detto che l’aforisma non deve stupire bensì percuotere. E certamente Postizzi lo fa in pezzi del genere: «Con l’adulterio si esce dal seminato per entrare nell’anonimato», oppure «Per mantenere un segreto il cervello deve inghiottire la lingua». [...] La produzione aforistica, uscendo a volte presso piccole case editrici (eroiche imprese perennemente in lotta con una difficile visibilità), rischia a volte di passare inosservata. Esitante risonanza ha infatti avuto la bella collezione di Giovanni Soriano Finché c’è vita non c’è speranza: diario aforistico 2003-2009 (Patti, Kimerik, 2010, pp. 102, € 14,00). Fin dalla premessa l’autore dichiara – con un’invidiabile dose di coraggio – la propria natura di misantropo e nichilista, annunciando il graffio che nel testo segue: «Ho l’occhio cinico». Trattandosi di un occhio un po’ gelido, il lettore teme che il libro rischi di cadere, e invece l’autore gestisce bene l’impertinenza e, con fare elegante, sfugge alla banalità. Difficile pensarla diversamente con chi cesella pensieri del genere: «Amare è umano, sposarsi è diabolico», «I soldi non fanno la felicità, la comprano», «Vivere: un modo assai complicato di morire». Per definizione, l’aforista deve nutrire almeno un pizzico di pessimismo («Ottimista: uno che, non avendo sale nella zucca, lo cerca disperatamente nella vita»), una dose di scetticismo («Dio è un ansiolitico. Questo spiega il suo successo») e una solida consapevolezza dello strumento che maneggia, come si desume da ciò che colloco a sigillo di una collezione da conoscere: «Scrivere aforismi è un’arte, la più breve».

Libri sulla scrittura aforistica
Qui di seguito, si segnalano alcuni tra i migliori libri pubblicati in Italia che trattano di scrittura aforistica e vivamente consigliati a chiunque intenda approfondire l'argomento.

La scrittura aforistica
Curatrice: Giulia Cantarutti
Editore: Il Mulino, Bologna, 2001

Il volume, di taglio comparatistico, propone sei prospettive di ricerca ritenute particolarmente fruttuose per confrontarsi con la scrittura aforistica: scrittura "scorciata" per eccellenza, secondo la metafora viaria inventata (o reinventata) da Saba. Jean Lafond lega funzionalmente "Essais" e "Maximes" individuandoli come "l'ambito in cui viene messo in causa l'imperialismo della parola eloquente". Alain Montandon muove dalla più immediata esperienza fenomenologica nella lettura di un libro di aforismi, gli spazi bianchi, e ne analizza i sensi di cui si caricano. Il rapporto con la scrittura diaristica risulta cruciale anche nel saggio di Werner Helmich, che ha il merito storico di avere scoperto il variegato paesaggio dell'aforistica moderna in lingua francese. Il saggio di Giulia Cantarutti risale fino alle prime utilizzazioni dell'"Oráculo manual" in Germania, studiando la scrittura aforistica nell'età della "filosofia della vita". Gino Ruozzi presenta con efficaci esemplificazioni le forme proprie e improprie dell'aforisma nella letteratura italiana contemporanea. Il saggio di Maria Teresa Biason esamina le tematiche e la sintassi di questo genere oggi vitalissimo.

Le forme brevi
Autore: Alain Montandon
Curatrice: Elisabetta Sibilio
Editore: Armando Editore, Roma, 2001

In questo testo i lettori troveranno una sistemazione, anche terminologica, di fenomeni letterari che percorrono trasversalmente, sia in senso diacronico, sia in senso sincronico, molte letterature non solo occidentali. Il volume vuole essere anche una fonte di spunti riflessivi sia di carattere teorico, sia su specifici autori analizzati in rapporto con antecedenti e contemporanei.

Retoriche della brevità
Autrice: Maria Teresa Biason
Editore: Il Mulino, Bologna, 2002

Le forme brevi sono oggetto, in questi ultimi anni, di un numero altissimo di studi. L'interesse di questo volume consiste nella visione non convenzionale di tali forme, ottenuta focalizzando l'analisi sulle conseguenze inattese di alcuni loro tratti caratteristici. La serrata organizzazione retorica delle forme brevi, infatti, può essere una guida per l'attività speculativa del lettore, come anche una costrizione che genera stereotipi e spersonalizza il discorso o addirittura stravolge le sue finalità.

  • La fortuna critica dell'aforismo nell'area tedesca di Giulia Cantarutti, 1980
  • La lingua scorciata: detto, motto, aforisma di Giovanni Folena, 1986
  • La Massima o il «Saper dire» di Maria Teresa Biason, 1990
  • Forme brevi. Pensieri, massime e aforismi nel Novecento italiano di Gino Ruozzi, 1992
  • Tradizione e modernità dell'aforisma di Philippe Moret, 1997
  • Medicina della memoria. Aforistica ed esemplarità nella scrittura barocca (Olschki) di Linda Bisello, 1998
  • Saggezza in salotto. Moralisti francesi ed espressione aforistica (Edizioni Scientifiche Italiane) di Corrado Rosso, 1999
  • Configurazioni dell'aforisma. Ricerca sulla scrittura aforistica diretta da Corrado Rosso. Vol. 1 (CLUEB) a cura di Giulia Cantarutti, 2000
  • Configurazioni dell'aforisma. Ricerca sulla scrittura aforistica diretta da Corrado Rosso. Vol. 2 (CLUEB) a cura di Gino Ruozzi
  • Configurazioni dell'aforisma. Ricerca sulla scrittura aforistica diretta da Corrado Rosso. Vol. 3 (CLUEB) a cura di Carminella Biondi, Carla Pellandra, Elena Pessini
  • Aforisti italiani del Settecento. Pensieri al crocevia della modernità di Francesca Mecatti, 2006
  • I moralisti classici (Laterza) di Benedetta Papasogli
Note
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Vedi anche: Tutto sull'Aforisma: Definizione, Storia e Curiosità - Teoria e tecnica dell'Aforisma

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