2015-12-22

Jean de La Bruyère - Le più belle massime da I Caratteri

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più significative di Jean de La Bruyère (Parigi 1645 - Versailles 1696) scrittore e moralista francese. L'opera che lo ha reso famoso, e con la quale si è imposto come uno dei più importanti moralisti francesi, è I caratteri (Les caractères). Si tratta di una raccolta di massime morali e di ritratti di alcuni personaggi della sua epoca, alla quale La Bruyère dedicò gran parte della sua vita. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1688, ebbe nove edizioni con continui aggiornamenti. Nella sua prefazione, ha scritto La Bruyère: "Rendo al pubblico quanto mi ha prestato: ho preso da lui la materia di questo lavoro; avendolo terminato con tutta l’attenzione per la verità di cui sono capace, e che da me esso merita, è giusto che glielo restituisca. Il pubblico può guardare a piacimento il ritratto dal vero che ne ho fatto e, se ravvisa in se stesso qualcuno dei difetti da me abbozzati, correggersene. È l’unico scopo che ci si deve prefiggere scrivendo e, insieme, l’esito di cui meno ci si deve lusingare". Qualche secolo dopo, lo scrittore francese André Gide ha detto di questo libro: "Rileggendo I caratteri, mi accorgo che sono come quei laghi la cui acqua è così chiara che bisogna meditare a lungo prima di capire quanto sono profondi". 
Jean de La Bruyère (1645-1696) scrittore e moralista francese
I caratteri
I costumi di questo secolo
Les caractères de Théophraste, traduits du grec, avec les caractères ou les moeurs de ce siècle, 1688 - Selezione Aforismario

Agiscono bene, o compiono il loro dovere, quanti fanno ciò che devono. Chi, con tutto il suo comportamento, lascia dire a lungo di sé che farà bene, agisce malissimo.

Ai bambini tutto sembra grande: cortili, giardini, edifici, mobili, uomini, animali; agli uomini appaiono tali le cose della società, e m’arrischio a dire per la stessa ragione, perché sono piccoli.

Al mondo non ci sono che due modi per fare carriera: o grazie alla propria ingegnosità o grazie all'imbecillità altrui. 

Bisogna essere veramente sprovvisti di acume, se l’amore, la malignità, la necessità non ne fanno trovare.

Bisogna ridere prima di essere felici, per paura di morire senza aver riso.

Cerchiamo la nostra felicità fuori di noi, per giunta nell'opinione degli uomini che sappiamo adulatori, poco sinceri, privi di equità, pieni d’invidia, di velleità e ubbie: che stramberia!

Cessare d'amare: ecco una prova sensibile che l'uomo è imperfetto e che il cuore ha i suoi limiti.

Chi ha avuto l’esperienza di un grande amore trascura l’amicizia; e chi si è estenuato nell’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore.

Ci affezioniamo sempre più alle persone cui facciamo del bene, così come odiamo violentemente quanti abbiamo assai offesi

Ci sono due mondi: uno in cui si dimora brevemente e donde si deve uscire per non rientrarvi mai più; l'altro dove presto si deve entrare per non uscirne mai più. Favore, autorità, amici, alta reputazione, grandi patrimoni servono per il primo mondo; il disprezzo di tutte queste cose serve per il secondo. Si tratta di scegliere.

Ci sono poche donne così perfette da impedire che un marito non si penta almeno una volta al giorno d'aver una moglie o che giudichi felice chi non l'ha.

Ci sono solo tre eventi nell'esistenza di un uomo: la nascita, la vita e la morte; e l'uomo non sa di nascere, muore soffrendo e si dimentica di vivere.

Coloro che, senza conoscerci abbastanza, pensano male di noi, non ci fanno torto: non attaccano noi, ma il fantasma creato dalla loro immaginazione.

Dare significa agire: non soffrire della propria generosità, né cedere all'importunità o alla necessità di quanti ci chiedono.

Due cose assolutamente opposte ci condizionano ugualmente: l'abitudine e la novità. 

È la profonda ignoranza a suggerire il tono dogmatico.

È più facile vedere un amore estremo che un'amicizia perfetta.

È triste amare senza una grande ricchezza che ci fornisca i mezzi di soddisfare chi si ama, rendendolo felice a tal punto che non abbia più desideri da esprimere.

È un ben scolorito carattere quello di non averne nessuno.

Esistono anime sordide, impastate di fango e d’immondezza, sedotte dal profitto e dall'interesse, come le anime belle lo sono dalla gloria e dalla virtù; capaci di una sola voluttà, quella di lucrare o di non rimetterci; bramose e avide del dieci per cento; unicamente ansiose dei loro debitori; sempre inquiete per il calo o il discredito delle monete; sprofondate e come sommerse in contratti, titoli e pergamene. Individui del genere non sono né parenti, né amici, né cittadini, né cristiani, e forse neppure uomini: hanno denaro

Essere importuno è proprio dello stolto. L'uomo accorto avverte se è accetto o se infastidisce: sa scomparire nell'istante che precede quello in cui sarebbe di troppo.

Farsi un nome con un'opera perfetta non è così facile come far valere un'opera mediocre con il nome che ci si è già fatti. 

Gli agi della vita, l’opulenza, la calma di una grande prosperità fanno sì che i Principi abbiano sovrabbondanza di gioia per ridere di un nano, di una scimmia, di un imbecille e di un racconto triviale: la gente meno fortunata ride solo a proposito.

Gli amori muoiono di disgusto, e l'oblio li seppellisce.

Gli uomini arrossiscono meno dei loro misfatti che delle loro debolezze e della loro vanità. C’è chi è apertamente ingiusto, violento, perfido, calunniatore, che cela il proprio amore o la propria ambizione, senz'altra mira se non di dissimularli.

Gli uomini e le donne raramente convengono sul merito di una donna: troppo dissimili sono i loro interessi. Le donne non piacciono le une alle altre in virtù delle stesse attrattive per cui piacciono agli uomini: i mille atteggiamenti che accendono in questi le grandi passioni suscitano fra di esse avversione e antipatia.

Gli uomini faticano tanto a mettersi d’accordo negli affari, sono così puntigliosi nelle minuzie, così irti di difficoltà, così vogliosi d’ingannare e così maldisposti a essere ingannati; pongono tanto in alto quanto appartiene loro e così in basso quanto appartiene agli altri che confesso d’ignorare tramite cosa e in che modo si possano concludere i matrimoni, i contratti, le compere, la pace, la tregua, i trattati, le alleanze.

Gli uomini incominciano con l’amore, finiscono con l’ambizione, e spesso si trovano in uno stato d’animo più tranquillo solo quando muoiono.

Gli uomini vogliono fare tutta la felicità o, se ciò è impossibile, tutta l'infelicità di coloro che amano.

Gloria e merito di certi uomini è lo scrivere bene; di certi di non scrivere affatto.

Ha già fatto grandi passi nell'astuzia chi giunge a considerarsi solo mediamente astuto.

I bambini non hanno né passato né avvenire e, cosa che a noi non accade mai, godono del presente. 

I bambini sono alteri, sdegnosi, irascibili, invidiosi, curiosi, interessati, pigri, volubili, timidi, intemperanti, mentitori, dissimulatori; ridono e piangono con facilità; provano gioie smoderate e amare afflizioni per cose di poco momento; non vogliono sopportare il minimo male, e amano farlo; sono già degli uomini.

Il popolo ascolta avidamente, occhi verso l'alto e bocca aperta, crede quel che gli piace, e meno capisce, più ammira.

Il rimpiangere chi si ama è un bene, paragonato al vivere con chi si odia.

Il rimpianto che gli uomini provano per avere male impiegato il tempo che hanno già vissuto, non li porta sempre a far un miglior uso di quello che resta loro ancora da vivere.

Il tempo, che rinsalda le amicizie, indebolisce l'amore.

In amicizia non si può andare lontano se non si è disposti a perdonarsi reciprocamente i piccoli difetti.

In uno stesso giorno gli uomini aprono l’animo a piccole gioie, lasciandosi dominare da piccoli dispiaceri; nulla di più irregolare e di meno coerente di quanto avviene in così poco tempo nei loro cuori e nelle loro menti. Si rimedia a questo male assegnando alle cose del mondo unicamente il loro esatto valore.
Bisogna ridere prima di essere felici, per paura di morire senza aver riso.
(Jean de La Bruyère - foto: Roberto Benigni)
L’adulatore non ha un’opinione abbastanza buona di sé, né degli altri.

L'amore che nasce all'improvviso è il più lungo a guarire.

L’arguzia della conversazione non consiste tanto nel mostrarne molta quanto piuttosto nel lasciare agli altri di trovarne: chi dall'incontro con voi esce soddisfatto di sé e del proprio ingegno, lo è mirabilmente di voi. Agli uomini non piace affatto ammirarvi, vogliono piacere; cercano meno di essere istruiti e perfino divertiti che di essere apprezzati e applauditi; e il piacere più squisito è fare quello altrui.

L’armonia più dolce è il suono della voce di colei che amiamo.

L'attitudine alla conversazione non consiste nel mostrarne molta quanto nel suscitarla negli altri. 

L’avaro spende più da morto in un sol giorno di quanto facesse da vivo in dieci anni; e il suo erede spende più in dieci mesi di quanto non abbia saputo fare lui durante tutta la vita.

L'essere infatuati di sé e tenacemente persuasi che si ha grande acume, è una disgrazia che non capita se non a chi ne ha poco o punto.

L’inizio e il declino dell’amore si percepiscono dall'impaccio che si prova nel trovarsi soli insieme.

La generosità consiste meno nel dare molto che nel dare a proposito.

La vita è breve e noiosa; la si passa tutta a desiderare; si rinviano riposo e gioie al futuro, all'età in cui i beni più preziosi, salute e giovinezza, sono già scomparsi. Arriva quel momento che ci sorprende ancora in balia dei desideri: siamo a quel punto quando la febbre ci afferra e ci spegne; se guarissimo, sarebbe solo per desiderare più a lungo.

Le cose più desiderate non si avverano; o, se si avverano, non accadono né nel tempo né nelle circostanze in cui avrebbero procurato un estremo piacere.

Le donne sono estreme: o migliori o peggiori degli uomini. 

Lo schiavo ha un solo padrone; l'ambizioso ne ha tanti quante sono le persone utili alla sua fortuna. 

Lo sciocco è un automa, meccanismo, molla; il suo peso lo trascina, lo fa muovere, lo fa girare, e sempre, e nello stesso senso, e con la stessa scansione; è uniforme; non si smentisce mai; chi lo ha visto una volta, lo ha visto in tutti gli istanti e in tutti i periodi della sua vita; tutt'al più bue che muggisce o merlo che fischia, è fissato e condizionato dalla sua indole e, mi spingo a dire, dalla sua specie. La cosa in lui meno evidente è l’anima: non agisce, né si fa sentire, riposa.

L’uomo che asserisce di non essere nato felice potrebbe almeno diventarlo grazie alla felicità degli amici o dei congiunti. L’invidia lo priva di quest’ultima risorsa.

L'uomo è nato bugiardo: la verità è semplice e ingenua, ed egli vuole lo specioso e l'orpello.

Negli amici occorre guardare soltanto la virtù che a essi ci lega, senza minimamente accertarsi della loro buona o cattiva fortuna; e quando ci si sente capaci di seguirli nella sventura, occorre coltivarli con ardimento e fiducia anche al culmine della loro prosperità.

Non c'è cammino troppo lungo per chi cammina lentamente, senza sforzarsi; non c'è meta troppo alta per chi vi si prepara con la pazienza.

Non c’è così tanta distanza dall'odio all'amicizia come dall'antipatia.

Non c’è nulla di più basso, e che meglio si addica al volgo, d’incensare con magniloquenza quegli stessi individui che si ritenevano mediocri prima della loro ascesa.

Non c'è strada troppo lunga per chi cammina lentamente e senza fretta; non ci sono mete troppo lontane per chi si prepara ad esse con la pazienza.

Non potendo gli uomini contare gli uni sugli altri per la realtà, sembrano aver convenuto fra loro di accontentarsi delle apparenze.

Non si devono giudicare gli uomini come si giudica un quadro o una statua, a un primo e unico sguardo; c’è un’interiorità e un animo che occorre approfondire. Il velo della modestia nasconde il merito, e la maschera dell’ipocrisia dissimula la malignità; solo un ristretto numero di conoscitori potrebbe distinguere, ed essere legittimato a pronunciarsi; solo a poco a poco, e anzi forzati dal tempo e dalle circostanze, la virtù perfetta e il vizio consumato giungono infine a manifestarsi.

Non si è padroni di amare sempre più di quanto non lo si sia stati di non amare.

Non viviamo abbastanza per approfittare dei nostri errori. Ne commettiamo per tutto il corso della vita e tutto ciò che possiamo fare a forza di errori è morire corretti.

Per l'uomo ci sono soltanto tre avvenimenti: nascere, vivere, morire. Non si accorge di nascere, soffre a morire e dimentica di vivere.

Per raggiungere i loro fini, gli uomini sono per la maggior parte più capaci di un grande sforzo che di lunga perseveranza. La pigrizia o l’incostanza fanno perdere loro il frutto dei migliori esordi; spesso si lasciano superare da altri che, partiti dopo di loro, camminano lentamente, ma costantemente.

Quelli che impiegano male il loro tempo sono i primi a lamentarsi che passi troppo in fretta.

Ridere degli uomini di buon senso è privilegio degli sciocchi.

Rimpiangere chi si ama è un bene in confronto a vivere con chi si odia.

Se la povertà è la madre dei delitti, lo scarso ingegno ne è il padre.

Se la vita è miserabile, è faticoso sopportarla; se è fortunata, è orribile perderla. Una cosa vale l'altra. 

Si continua ancora lungamente a vedersi per abitudine e a dirsi con la bocca che ci si ama, dopo che i modi dicono che non ci si ama più.

Si dubita di Dio in piena salute, come si dubita se l’intrattenimento con una persona libera sia peccato. Quando ci si ammala e l’idropisia è maturata, si abbandona la concubina e si crede in Dio.

Si è più socievoli e si hanno migliori rapporti piuttosto grazie al cuore che alla mente.

Si può avere la fiducia di qualcuno senza possederne il cuore. Chi ne possiede il cuore non ha bisogno né di rivelazione né di fiducia: tutto gli è aperto.

Si ricava questo bene dalla perfidia delle donne: che guarisce dalla gelosia.

Spesso è più sbrigativo e più utile adattarsi agli altri che fare sì che gli altri si adattino a noi.

Tutto è detto e si giunge troppo tardi, dopo più di settemila anni che degli uomini esistono e pensano. In merito ai costumi, quanto di più bello e di meglio è stato raccolto; non si fa che spigolare dopo gli antichi e i più ingegnosi fra i moderni.

Un animo grande è superiore all'ingiuria, all'ingiustizia, al dolore, al dileggio; e sarebbe invulnerabile, se non soffrisse per compassione.

Un bigotto è quello che sotto un re ateo sarebbe ateo.

Un colpevole punito è un esempio per la canaglia; un innocente condannato è cosa che riguarda tutti gli uomini onesti.

Un uomo di ingegno mediocre crede di scrivere divinamente; uno di solido ingegno ritiene di scrivere passabilmente.

Una donna dimentica perfino i favori concessi a un uomo, quando non lo ama più.

Una donna incostante è quella che non ama più; frivola, quella che già ne ama un altro; instabile, quella che non sa se ama e cosa ama; indifferente, quella che non ama nulla.

Uno sciocco non entra, non esce, non si siede, non si alza, non tace, non sta in piedi come un uomo di spirito.

Libro di La Bruyère consigliato
I caratteri
I costumi di questo secolo
Curatore: Adriano Marchetti 
Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2012

La Bruyère è autore, a quarantatré anni, di un solo libro, unico nella sua fattura, maturato in più di tre lustri, a partire verosimilmente dal 1670, prima di darne alle stampe una parziale stesura anonima (420 osservazioni). Nella prima edizione predominano le massime e le brevi riflessioni morali; i ritratti e gli aneddoti cominciano a moltiplicarsi nelle edizioni successive alle prime tre. Il successo immediato di queste, che si susseguono nello stesso anno, incoraggiano La Bruyère a sviluppare la parte più personale del suo talento, convincendolo a pubblicare nel 1689 una quarta edizione considerevolmente aumentata, poi una ulteriore ogni anno successivo, Fino all'ottava del 1694 (1120 osservazioni). Questa reca anche l’aggiunta del suo Discours de réception all’Académie française (pronunciato nel 1693 al suo insediamento fra gli Immortels), preceduto da una prefazione fortemente polemica. Si prende cura di un’ultima edizione, la nona, che sarà pubblicata poche settimane dopo la sua morte. L'arricchito, il falso devoto, il collezionista invasato. L'uomo d'ingegno di professione, il distratto cronico, il ciarlatano di successo. La potenza del denaro che si impone sul merito, l'inutilità della guerra, il dominio dell'esteriorità. Sul vasto palcoscenico dei "Caratteri" è rappresentata la farsa umana, e La Bruyère ne è spettatore disincantato: uomo di corte suo malgrado, osserva i costumi della Francia del Re Sole e li fissa sulla pagina in un mosaico composito, dove osservazioni amare si alternano a ritratti fulminanti con un ritmo irregolare e inatteso. Dietro il paravento del grande moralismo antico, La Bruyère cela l'opera di tutta una vita, un testo prismatico, modernissimo, forse una delle più scintillanti rapsodie della letteratura francese.

Note
Se sei interessato ai moralisti francesi, vedi anche le più belle massime di: La Rochefoucauld, ChamfortVauvenargues.

Nessun commento: