2016-01-05

Anacleto Verrecchia - I migliori aforismi

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più significative di Anacleto Verrecchia (Vallerotonda 1926 - Torino 2012), giornalista, traduttore, germanista e filosofo italiano. Riguardo alla propria formazione culturale, Anacleto Verrecchia ha affermato: "Ho fatto tre università: quella vera e propria, che non mi ha dato nulla o quasi; la collaborazione alle pagine dei quotidiani come elzevirista, che mi ha costretto a leggere libri che altrimenti non avrei mai letto; e infine l'università più utile in assoluto, vale a dire il soggiorno nel Gran Paradiso a contatto con la natura". E proprio da quest'ultima esperienza è nato il bel libro di aforismi Diario del Gran Paradiso (1997), da cui emerge una visione ateistica e alquanto pessimistica della vita, che ha una certa affinità col pensiero schopenhaueriano: "La nostra vita è una corsa a ostacoli e il traguardo è la tomba". Altri libri di Verrecchia, da cui sono tratti i suoi migliori aforismi presenti in questa pagina, sono: Rapsodia viennese (2003) e La stufa dell'Anticristo (2010). I libri di Verrecchia sono scritti in stile aforistico e asistematico; come egli stesso affermava: "Alle solenni impalcature dei sistemi filosofici io preferisco la frase breve e concisa. Quel poco che riusciamo a scorgere nella nebbia che avvolge la nostra esistenza può essere contenuto in un aforisma. Il resto è lttérature".
Anacleto Verrecchia (1926-2012) filosofo italiano
Rapsodia viennese
Luoghi e personaggi celebri della capitale danubiana
© Donzelli 2003 - Selezione Aforismario

A proposito di Cristo in croce: e se egli, anziché i peccati dell'uomo, avesse espiato quelli di suo padre? Creare un mondo come questo, comunque lo si consideri, non sembra davvero un atto di bontà.

A Vienna ci sono oltre quattrocento chiese. Che sia diventato proprietario di beni immobili anche
il Padreterno?

Bancarotta sentimentale: aveva investito in una squinzia il capitale dei suoi affetti.

Chi ha bisogno di un dio dimostra, già solo per questo, di non avere una mente filosofica e di non saper pensare. Il problema è proprio qui: o si pensa o si crede. La causa del mondo va cercata nel mondo stesso e non fuori di esso. Il teismo è un’assurdità colossale.

Ciò che simboleggia meglio la vanità di tutte le cose, fama letteraria compresa, è il fiore di zucca: dura appena lo spazio di un giorno, poi appassisce e muore.

Come l'amore va cercato fuori del matrimonio, così la cultura va cercata fuori delle sue istituzioni.

Come potrebbero i teologi negare l’esistenza di Dio, visto che ci campano sopra?

Con la sua onnipotenza Dio ha deciso non solo di non esistere, ma anche di non essere mai esistito.

Dove comincia la critica cessa la creatività, così come quando si fanno troppi inventari vuol dire che la produzione ristagna. 

Freud trasformò in lettino l’inginocchiatoio del confessionale e lo rese più comodo. Credo che sia qui il grande beneficio della psicoanalisi.

Generalmente la donna nordica porta il sesso dove glielo ha messo la natura, mentre quella latina lo porta nell'ostensorio.

Gli uomini, dice Marco Aurelio, o li migliori o li sopporti. Ma la prima cosa è impossibile e la seconda difficile.

Ho sempre il sospetto che quelli che si riempiono la bocca di cultura siano dei ciarlatani. Le Muse sono discrete e non amano il proscenio.

I morti a quelli che passano dinanzi al cimitero: «Dove correte, sciagurati, se la meta è qui?».

I viennesi sono così attaccati ai beni immobili che non li mollano neppure quando muoiono e cercano di portarseli nell'aldilà. In quasi tutte le epigrafi cimiteriali si legge «proprietario di case», «proprietario di beni immobili» e perfino, come ho visto nel cimitero di Heiligenstadt, «vedova di un proprietario di beni immobili». Par quasi di vedere il morto con le unghie attaccate a quei beni.

Il cielo è un quadro ingannevole dipinto sul soffitto dell’inferno.

Il congiuntivo è l'indicativo dello scettico. 

Il ciuffetto d’erba che affiora tra gli interstizi di un muro a secco e l’uomo che arranca sullo scosceso sentiero della vita sono spinti dalla stessa forza metafisica.

Il fuoco dell’amore cristiano e perfino capace di accendere roghi.

Il luogo comune è la forma più blanda del dogma, ma ugualmente difficile a infrangere. E non esistono solo dogmi della religione, ma anche della storia.

Il mondo è un condominio tra la malvagità e la pazzia: l'una regna e l'altra comanda.

Il sorriso è la lingua della saggezza.

Il vero spirito libero è il gatto, perché fa quello che vuole e non si lascia imprintare da niente e da nessuno. Non è gregario e ha idee di lusso, di pulizia, di libertà e di aristocrazia. Riesce a conservare la sua dignità perfino quando è innamorato, perché non fa mai il cascamorto e sbriga le sue faccende rapidamente e con eleganza.

In mezzo ai libri era come un eunuco in un harem: non ne sfogliava nessuno.

La casa dell’essere è un passaggio verso il nulla.

La falsità del prete si rivela soprattutto nella voce impostata. 

La vita è un arco voltaico tra la culla e la morte.

L'amore è un allucinogeno che può farci vedere una musa in una manza e un'aquila in una gallina.

L’amore, la più tirannica e violenta delle passioni umane, viene simboleggiato da un angioletto con l’aria coglioncella e con una freccina in mano. Che errore! Dovrebbe essere invece simboleggiato dalla scala Mercalli, perché l’amore, nei gradi più alti della sua intensità, fa più danni e lascia dietro di sé più macerie di una scossa tellurica. Per fortuna non dura a lungo, altrimenti rimarremmo tutti sepolti sotto quella passione. Buddha dice che se l’uomo avesse un’altra passione di intensità pari a quella dell’istinto sessuale non gli rimarrebbe addosso neanche un’oncia di carne.

Le Muse non amano partorire nei ricchi palazzi e tengono i loro figli a stecchetto, forse per timore che ingrassino e che l’ispirazione si tramuti in flatulenze.

L'ottimismo è la cataratta dello spirito.

L'unica sfortuna di quelli che non sono mai nati è che non sanno nulla della loro fortuna.

L'uomo è un proiettile che la vulva spara verso la tomba.

Nessuna malattia si nasconde così bene come la follia. Ha cento maschere, compresa quella della normalità.

Nessuno è mai uscito vivo da questo mondo e nessuno è mai tornato indietro dall'altro. Così il mistero è completo. Possiamo solo ripetere con Socrate: «So di non sapere niente».

Non è stata un’idea sbagliata abolire i manicomi in Italia. Che ci stavano a fare, dal momento che
l’Italia stessa è un manicomio all'aperto? Là, se uno è pazzo, nessuno se ne accorge.

Ogni fine di orrore è solo un episodio in un orrore senza fine.

Pensare è difficile, però si può benissimo parlare e scrivere senza pensare.

Per una mente filosofica l’uccellino che pigola nel nido perché ha fame e più eloquente dei libri di un Hegel o di un Heidegger.

Schopenhauer dice che la donna è una trappola della natura. Ma se si pensa alle gravidanze, ai parti e alle infinite cure per allevare i figli, risulta chiaro che la vera vittima di quella trappola è la donna stessa.

Se i tedeschi sono goffi e pesanti, gli italiani sono soltanto goffi e ricorrono ai tedeschi per zavorrarsi lo spirito. Come? Masticando il chewing-gum filosofico dei vari Hegel e Heidegger, oppure facendo gli strilloni e i muezzin di Nietzsche.

Se si sente parlare di bestialità, sappiamo subito che si tratta di azioni umane.

Stufo di sentirsi invocare, Dio sbottò: «E lasciatemi una buona volta in pace!».

Tanti scrittori di oggi, specie quelli filosofici, pretendono troppo dal lettore. Non basta leggerli, ma bisogna anche mettere un senso in quello che scrivono. Siamo ai picnic letterari: tu ci metti le parole e io il senso.

Togliere le catene agli schiavi è facile, ma liberarli è difficile.

Trebbiare le biblioteche per vedere quanto grano e quanto loglio contengano.

Tutti gli animali, asini compresi, fanno quello che Venere comanda, però hanno il buon gusto di non parlarne. L’animale uomo, invece, ci scrive sopra montagne di romanzi.

Tutti parlano dell’imprinting delle oche a opera di Konrad Lorenz. Ma i preti che imprimono i loro dogmi metafisici nel tenero cervello dei bambini fanno forse qualche cosa di diverso? L’unica differenza sta nella qualità dell' imprinting, perché le oche imprintate da Lorenz si mettono al seguito di un’intelligenza geniale, mentre i bambini imprintati dai preti diventano più oche delle oche.

O si crede o si pensa, non c'è altra via. (Anacleto Verrecchia)
Immagine: Incredulità di san Tommaso (part.), Caravaggio, ca. 1600
La stufa dell'Anticristo
Altri vagabondaggi culturali 
© Fogola 2010 - Selezione Aforismario

Asseriva di aver scalato l’Everest della filosofia, ma in realtà si era fermato, molto più in basso, al Pederest.

C’è la dea della discordia, ma non il dio della discordia.

Chi non ha personalità si mette a rimorchio di un partito e nuota in gruppo come i tonni.

Ci sono di quelli che nascono con la camicia, ma anche di quelli che nascono con la livrea.

Corrono continuamente di qua e di là, sono sempre in movimento come gli squali, sempre affannati e pieni di impegni, non sono capaci di starsene fermi un momento: quando pensa, gente siffatta?

Essere borghesi significa vivere nell'opinione degli altri.

Gli italiani non hanno carattere, di conseguenza non hanno neppure orgoglio e dignità.

Il canto dei giornalisti e quello delle cicale dura soltanto un giorno come i fiori di zucca.

L’amore è un inganno che si rinnova continuamente e contro il quale l’esperienza non serve a niente.

Nelle carriere come negli uffici, gli zeri vengono solitamente prima degli altri numeri. Il più grande cretino io l’ho incontrato a capo di un istituto di cultura.

Nessun pesce abbocca con tanta voluttà all'esca come il vanitoso all'adulazione.

Porta un pessimista attraverso tutti i cieli: non si ricrederà. Precipita un ottimista in tutti gli inferni: non imparerà niente.

Sarebbe ora che il buon Dio, se esiste, spegnesse la più pericolosa delle centrali atomiche: il sole.

Strano che a nessuno sia venuto in mente di tassare le parole, parlate e scritte.

Un dio crocifisso è paradossale e un dio circonciso è ridicolo.

Il mondo un condominio tra la malvagità e la pazzia: l'una regna e l'altra comanda.
(Anacleto Verrecchia)
Diario del Gran Paradiso
© Fogola 1997 - Selezione Aforismario

E non ditemi che la cenere di un uomo, nonostante lo sfarzo dei cimiteri, sia diversa da quella di un gatto o di una volpe.

È pura cecità considerare l'uomo qualche cosa di completamente avulso dal resto del regno animale. L'antropocentrismo lasciamolo alle sacrestie.

Forse la natura, prevedendo che l'eternità sarebbe stata insopportabile, ha voluto escogitare, con la morte, un ricambio di attori sulla scena del mondo.

Gli occhi? Si dice che siano lo specchio dell'anima; ma, se si pensa alla falsità dei rapporti umani, se ne deve dedurre che essi servano più per spiare gli altri che per rivelare se stessi.

I fili spinati e le schegge di vetro sui muri di cinta delle proprietà private la dicono molto lunga sui rapporti umani.

Il mondo gira sull'ombelico della donna. Dio, se c'è, è sicuramente una donna.

Il prete grasso è una contraddizione, oserei dire una bestemmia incarnata.

La dittatura serve a far tacere la gente, la democrazia a farla litigare.

La lumaca ha gli occhi sulle corna. Ma i cornuti non li hanno neppure nelle orbite.

La nostra vita è una corsa a ostacoli e il traguardo è la tomba.

La somma finale, nel libro mastro della nostra vita, sarà sempre in rosso, perché le uscite superano di gran lunga le entrate. Gli ottimisti dicano quello che vogliono.

La verità non si rivela in serie o a lotti. Solo di tanto in tanto è possibile carpire qualche segreto alla natura. Viviamo in una notte fonda, appena rischiarata da qualche lampo. È per questo che la filosofia, anziché per sistemi, dovrebbe esprimersi per aforismi. Una filosofia aforistica, occasionale, rapsodica.

La vita è una tragedia che viene recitata come una commedia.

La vita, comunque e dovunque la si viva, è un affare che non copre le spese. Per tutti.

L'uomo è il più intelligente o il più sconsiderato degli animali? Si riproduce sempre e ovunque, al caldo e al freddo, nei ricchi palazzi e nelle misere capanne, senza curarsi del destino cui andranno incontro i figli. Gli altri animali, in questo, sono più accorti.

L'uomo è una specie di stecca nel grande concerto della natura.

Mettetela come volete: si è liberi soltanto quando si è soli.

Nessuno è mai stato ucciso o arso vivo in nome di Buddha, mentre l'Europa è stata insanguinata nel nome di Cristo

O si crede o si pensa, non c'è altra via. Quelli che credono fanno bene ad andare in chiesa, ma quelli che pensano non possono accontentarsi di prediche e di verità preconfezionate.

Tutti vogliono cambiare la società e nessuno si accorge di non essere neppure in grado di cambiare se stesso.

Un libro dev'essere un cordiale. Se non vi tonifica, gettatelo via.

Libri di Anacleto Verrecchia consigliati
Rapsodia viennese
Editore Donzelli, 2003

Come si conviene in ogni Rapsodia, questo libro si compone di una serie di quadri e di episodi. È ambientato a Vienna o nei suoi dintorni, in luoghi molto familiari all'autore. Fa da sfondo, o se si preferisce da filo conduttore, il Danubio, con le sue bellezze, ma anche con i suoi miti e con la sua tragica storia. I personaggi che entrano in scena - poeti e musicisti, filosofi e imperatori - vengono visti soprattutto dal lato umano, con le loro debolezze e le loro passioni, con i loro drammi e le loro follie. Si comincia con Enea Silvio Piccolomini, il grande papa umanista, cui si deve la prima descrizione di Vienna, e si arriva ai nostri giorni, passando per Maria Teresa d’Austria, Mozart, Beethoven, Schubert, Lenau, Hebbel, Brahms e tanti altri. L’autore ne ripercorre da vicino i momenti essenziali della vita. La cupa tragedia di Mayerling viene rievocata in toni accorati, ma senza indulgere alla letteratura dolciastra sorta da quell’episodio. Lo stesso avviene per la figura della mitica imperatrice Sissi. Nel libro entrano in scena anche gli animali, cicogne, scoiattoli, tortore, che a Vienna godono quasi degli stessi diritti degli uomini. Se è vero, come dice l'Awesta, che l’amore per gli animali è una via che conduce al cielo, bisogna riconoscere che i viennesi hanno percorso un lungo tratto di quella via. A chiusura del libro, un intenso capitolo sul Danubio, la cui storia millenaria viene rievocata in toni drammatici. Nel suo insieme, un tributo appassionato a una città che è stata per secoli, insieme con il suo fiume, il cuore dell’Europa.

La stufa dell'Anticristo
Editore Fogola, 2010

Comunque lo si consideri il mondo, a conti fatti, appare come un condominio tra la malvagità e la pazzia: l’una regna e l’altra comanda. Questa massima, che ha sempre guidato la riflessione filosofica dell’Autore, fa da filo conduttore anche in questi suoi Vagabondaggi culturali. Ma nel volume c’è anche dell’altro, come l’amore per la natura e il rimpianto per il mondo classico. La prosa, franta e sincopata, dà proprio l'idea di chi corre di qua e di là per vedere il più possibile i resti della civiltà classica, segnatamente di quella romana. La lettura è così affascinante che verrebbe voglia di riportare qui le parole di Lichtenberg, un grande autore fatto conoscere in Italia soprattutto da Verrecchia: “Chi ha due paia di calzoni ne venda uno e si procuri questo libro”.

Diario del Gran Paradiso
Editore Fogola, 2012

"Dividere il cielo con gli stambecchi, ma anche con i camosci e le marmotte, è un’esperienza molto gradevole e unica nel suo genere: l’anima si allarga, lo spirito si arricchisce e l’innocenza degli animali fa dimenticare la malvagità degli umani”. È questa la fondamentale esperienza fatta da Anacleto Verrecchia in gioventù, quando per tre anni visse, lavorò e meditò nel Parco del Gran Paradiso. Esperienza non d’isolamento, ma, piuttosto, di diradamento del commercio coi propri simili - avendo inoltre con sé, lo s’intende, alcuni livres de chevet, tra i quali Schopenhauer, vera guida spirituale del Nostro. Cosa cercava lassù? Certo, conforto a un cocente, tormentoso dolore, come accenna lui stesso. Ma trovò anche altro: un punto nuovo d’osservazione degli uomini, la possibilità d’accedere ad un diverso grado di conoscenza. Di quel periodo è rimasto questo libro: un diario, come recita il titolo, ma anche uno “zibaldone” di riflessioni. Vi troviamo persino l’unica poesia che Verrecchia abbia accettato di rendere pubblica. Da luogo reale il Parco diventò per lui anche un luogo mentale, una costante del suo modo di giudicare e di essere. Chiude il libro un dialogo tra i “Demiurghi” riuniti a consiglio sulla cima del Gran Paradiso. Ognuno di loro rivendica di aver fatto e di governare il mondo. Prevale la pazzia: e non è l’ambivalente oggetto del celebre Elogio d’Erasmo. Essa è il crudo “segreto”, in verità a tutti noto ma sempre rimosso

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