2016-01-20

Leo Longanesi - I migliori aforismi di un carciofino sott'odio

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più argute di Leo Longanesi (Bagnacavallo 1905 - Milano 1957), disegnatore, pittore, giornalista, editore, scrittore e aforista italiano. Longanesi è stato tra i protagonista della vita culturale italiana dalla metà degli anni '20 alla metà degli anni '50 del Novecento, uno dei periodi più critici della storia del nostro Paese, segnato dal regime fascista e dalla seconda guerra mondiale. La sua notorietà comincia a espandersi con la fondazione, nel 1926, de L'Italiano, settimanale di cultura artistico-letteraria. Nel 1937 dirige il settimanale di attualità politica e letteraria Omnibus, che può essere considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. La rivista si avvalse della collaborazione dei più noti intellettuali italiani dell'epoca (Flaiano, Maccari, Montale, Montanelli, Moravia, Prezzolini, ecc.) ed ebbe un notevole successo, ma fu chiusa dopo soli due anni, nel 1937, dal Ministero della Cultura Popolare, che usò come pretesto un articolo irriverente di Alberto Savinio su Giacomo Leopardi, uno dei padri della letteratura italiana. Nel 1946 Longanesi si trasferisce a Milano dove fonda la casa editrice che porta il suo nome. Nel 1950 Longanesi fonda un'altra importante rivista culturale: Il Borghese, che ha continuato a essere pubblicata anche dopo la morte del suo fondatore, avvenuta nel 1957. Ha scritto l'amico Indro Montanelli: "Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...». Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo".
Oggi Longanesi può essere ricordato anche per essere stato uno dei più arguti e irriverenti aforisti italiani ("Sono un carciofino sott'odio", recita un suo aforisma). Le riviste da lui fondate e diversi suoi libri, soprattutto Parliamo dell'elefante (1947) e La sua signora (1957), sono ricchi di suoi aforismi, spesso ironici e perfino sarcastici nei confronti della società e della politica italiana. Più volte Longanesi ha messo in risalto l'importanza e l'efficacia della scrittura aforistica. In una lettera del 1926 a Camillo Pellizzi, Longanesi afferma: "Lo scrivere 250 righe su un argomento, ti posso assicurare essere inutile, quando con un bell'aforisma, o una battuta si può dire le stesse cose"; "Preferisco due parole a 100, purché in quelle 2 parole sian racchiuse le altre 100". E ancora: "La rivista [L'Italiano] sarà fatta tutta in massima parte da pezzetti, aforismi ecc. 1° perché sono più geniali, 2° più interessanti, 3° perché sotto l'aforisma si può velare meglio certe critiche e certi malcontenti".
Leo Longanesi (1905-1957) giornalista, editore e aforista italiano.
L'Italiano
1926-1942*

I filosofi, è cosa strana, non capiscono nulla di arte, mentre gli artisti capiscono assai di filosofia: segno è che l'arte è anche filosofia, ma la filosofia non è arte.

I nostri deputati leggono poco, si sente dal loro silenzio.

Il facile è difficilissimo. Il semplice è complicatissimo.

Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri.

La mediocrità ha un solo vantaggio, quello di credere a se stessa.

Le dittature sono due: quella della libertà e quella dell'autorità.

L'uomo mediocre è indispensabile e inutile. La sua forza sta nel rendere indispensabile la sua inutilità.

Mussolini ha sempre ragione.

Noi siamo il cuore d'Europa, ed il cuore non sarà mai né il braccio né la testa: ecco la nostra grandezza e la nostra miseria.

Non è necessario esser dei geni; ci si può accontentare di una mediocrità, tanto mediocre, da star fuori del comune.

Non interessarsi dell'arte può essere un male, ma interessarsene con cattivo gusto può essere peggio.

Per il borghese lo Stato non esiste: esistono solo le tasse da pagare.

Sotto ogni italiano si nasconde un Cagliostro e un San Francesco.

La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta:
Ho famiglia. (Leo Longanesi)
Parliamo dell'elefante
Frammenti di un diario
© Longanesi 1947 - Selezione Aforismario

B. C.: Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza.

Bisogna trovare un fratello al Milite Ignoto.

Ci si conserva onesti il tempo necessario che basta per poter accusare gli avversari e prendergli il posto.

Cielo chiaro, sole splendente; se non piove, siamo tutti ottimisti.

Conservatore in un Paese in cui non c'è niente da conservare.

È meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità.

Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.

Il napoletano non chiede l'elemosina, ve la suggerisce.

Il professore di lingue morte si suicidò per parlare le lingue che sapeva.

La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l'accompagnano le lascio sul piatto.

La chiarezza è impegnativa, e non bisogna mai impegnarsi troppo. Se le religioni fossero molto chiare perderebbero, coll'andar del tempo, i credenti.

La miseria italiana è la grande scusa che permette al governo di gettar via denari.

La noia segue l'ordine e precede le bufere.

La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia.

Le apparenze hanno per me uno straordinario valore e giudico tutto dall'abito... ho il coraggio di essere superficiale.

Non bisogna appoggiarsi troppo ai princìpi, perché poi si piegano.

Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza

Non c'è posto per la fantasia, ch'è la figlia diletta della libertà.

Non disturbate il cretino che lavora!

Non portare più la cravatta è un atto di indipendenza dai vincoli borghesi.

Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano questo idee.

Nulla si difende con così tanto calore quanto quelle idee a cui non si crede.

Siate enfatici e transigenti.

Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia.

Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

Un'idea imprecisa ha sempre un avvenire.

Veterani si nasce.

Vissero infelici perché costava meno.

Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa. (Leo Longanesi)
In piedi e seduti 
© Longanesi 1948 - Selezione Aforismario

Alla storia non si chiede né il numero dei morti né il costo delle grandi imprese!

Distratta, indolente, prudente, la nostra borghesia ama i suoi figli viziati e ribelli.

Gli ideali che nascono dal pane, fanno perdere il pane.

L'arte di trascorrere il tempo è l'arte di non inseguirlo.

Una vita
© Longanesi 1950

L'amore è l'attesa di una gioia che quando arriva annoia.

Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi. (Leo Longanesi)
La sua signora
Taccuino di Leo Longanesi
© Rizzoli 1957 (postumo) - Selezione Aforismario

Abuso di potere, mitigato dal consenso popolare: ecco l'ideale della nostra democrazia.

Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione.

Buoni a nulla, ma capaci di tutto.

C'è una sola grande moda: la giovinezza.

Cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza.

Cercava nella Bibbia l'indirizzo di un buon albergo in Palestina.

Certo, la nostra coscienza è un grande impedimento, ma poi ci si accorda sempre con lei, come col fisco.

Chi rompe, non paga e siede al governo.

Credeva, era un fervido credente: credeva, soprattutto, nella forza della Chiesa per mandare all'estero valuta pregiata.

Diffidate delle donne intellettuali: finiranno col rintracciare sempre il cretino che le capisce.

Eppure, è sempre vero anche il contrario.

Esistono tipi che assumono una personalità soltanto al telefono.

I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari.

I debiti di riconoscenza si pagano entro le ventiquattro ore con l'antipatia.

I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri. 

I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si dimenticano.

I ricordi si interpretano come i sogni. 

Il contrario di quel che penso mi seduce come un mondo favoloso.

Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda.

Il piacere di dispiacere a chi si vuol far piacere.

In Italia, tutti sono estremisti per prudenza. 

La famiglia è uno stato che riceve autorità dalla noia, dalle convenienze e dalla paura di morir soli in casa.

La giovane attrice cominciò a chioccolare sul palcoscenico, ma invano cercammo il suo uovo.

La libertà tende all'obesità.

La ricchezza è una convinzione; la povertà una certezza.

La virtù affascina, ma c'è sempre in noi la speranza di corromperla. 

L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati.

L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto. 

L'italiano non lavora, fatica.

L'italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica. 

Noia e scetticismo ingrassano la fede cattolica.

Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi.

Non pagare i debiti, ma versare grosse lacrime di acconto ai creditori.

Non si ha idea delle idee della gente senza idee.

Quando era fascista abusava di verbi al tempo futuro; ora, democratico, si serve del condizionale.

Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più.

Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa.

Questi americani, Dio mio, che non hanno il coraggio di essere tedeschi; e questi tedeschi che non riescono a sembrare americani; e questi francesi che credono di essere ancora francesi; e questi italiani sempre italiani, dalla mattina alla sera!

Un anno passa rapido, un mese mai.

Un matrimonio d'amore: amano tutti e due i cani barboni.

Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa.

Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo.

Una vedova desta sempre fascino, attira. Il povero morto è un ruffiano tremendo.

Fa lo stesso
© Longanesi 1996 (postumo)
a cura di Paolo Longanesi - Selezione Aforismario

Giornalista. È chi sa spiegare al pubblico quel che egli stesso non ha capito.

L'espressione «il popolo sovrano» racchiude il rimpianto della monarchia.

Non abbiamo fantasia, ma il bisogno di danaro la supplisce.

Sono misantropo che cerca compagnia per sentirsi solo.

Un disoccupato è un poveraccio; mille disoccupati sono una sicura fonte di sussidi governativi.

Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola. (Leo Longanesi)
Fonte sconosciuta
  • Il ribelle si placa non appena conquista il bagno.
  • La domenica è il giorno in cui ci si propone di lavorare anche la domenica. 
  • Non comprate quadri moderni: fateveli in casa.
  • Quanti milioni di alberi si sarebbero potuti salvare se, invece di scrivere un brutto romanzo, molti scrittori si fossero accontentati di un solo aforisma.
  • Se c'è una cosa che in Italia funziona è il disordine. 
  • Siamo legati ai film come ai nostri migliori sogni.
  • Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola. 
Libri di Leo Longanesi consigliati
Parliamo dell'elefante
Frammenti di un diario
Editore Longanesi, Milano, 1947

Capitolo fondamentale di quella «storia di un italiano» di cui In piedi e seduti (1948) traccerà il profilo tra il 1919 e il 1943, Parliamo dell'elefante (1947) prende in considerazione gli anni tra il 1938 e il 1946. Anni cruciali, che ritornano puntualmente in questi «frammenti di un diario» recuperati e riordinati ancora a caldo, in un tumultuoso dopoguerra. Appunti, riflessioni, note di lettura, opinioni, incontri, veri e propri piccoli racconti si compongono in una narrazione ove il gusto per la battuta feroce, per l'epigramma assassino, per la definizione fulminante è al contempo alto esercizio di stile e puntuale testimonianza. Il pigro ante-guerra, l'ambiente degli intellettuali romani, il ricordo della natia Romagna, le prime conseguenze del conflitto, l'attesa della caduta del fascismo, l'avventurosa fuga attraverso l'Abruzzo sino a Bari, la precaria esistenza nella Napoli occupata dagli americani, il ritorno a Roma e poi a Milano in un'Italia che medica le sue ferite ed è già preda di nuove contraddizioni e soprusi sono i principali momenti del diario, le tappe essenziali di un viaggio nella memoria. Personaggi famosi - gerarchi e cospiratori, scrittori e politicanti, gente di cinema e gente di mondo - appaiono e rapidamente scompaiono dalle pagine, ma accanto a loro prendono vita, umili e sofferenti, pigri e meschini, furbi o ingenui, uomini e donne di tutti i giorni - reduci, prostitute, soldati, contadini, popolani e piccoli borghesi - in un autentico spaccato della società italiana, dei suoi eroismi e delle sue miserie materiali e morali.

La sua signora
Introduzione Indro Montanelli
Editore Rizzoli, Milano, 1975

Giornalista, editore, disegnatore di raro talento, Longanesi si esprime in questo piccolo libro nella forma che più gli è congeniale: epigrammi, frammenti, osservazioni, sarcasmi, poesiole, caricature, che riecheggiano la sua impareggiabile arte di conversatore e a poco a poco costruiscono l'immagine di un paese conformista, mammista, retorico e cattolico, vanaglorioso e disposto, sempre, alla lacrima e al compromesso, alla strombazzata e alla frode fiscale. Insomma, "alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione": e in quest'Italia piena di magagne l'autore si scopre, senza rimedio, italiano fino all'osso. Proprio questo conferisce alle sue battute tanto mordente e, in fondo, tanta malinconia e un senso amaro di dissociazione e d'insofferenza, sotto la veste scintillante e lieve del gioco di parole, del motto arguto. ha scritto Montanelli: "Non lasciatevi ingannare dallo sfolgorio delle sue stelle filanti. Era un uomo triste, che sghignazzava per non singhiozzare, e aveva chiara la coscienza del fallimento di tutti i valori che difendeva. Perché si ostinasse a farlo, è difficile dire. Un po' perché ci credeva. Un po' perché, guidato com'era più dal gusto che dalla logica, non amava che le battaglie perdute".

Note
*Gli aforismi da L'Italiano sono tratti da: Gino Ruozzi, Scrittori italiani di Aforismi, Mondadori, 1996

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