2016-01-13

Sergio Quinzio - Aforismi di un teologo tormentato

Selezione dei migliori aforismi e delle frasi più profonde di Sergio Quinzio (Alassio 1927 - Roma 1996) teologo, esegeta e aforista italiano. Tutte le opere di Sergio Quinzio sono a sfondo religioso e hanno come filo conduttore la fede cristiana, vissuta non in maniera rassicurante, ma in modo problematico e persino tormentato. Si veda ad esempio La sconfitta di Dio (Adelphi, 1992): "Le promesse procrastinate per millenni sono, di per sé, delle promesse non mantenute, delle promesse fallite. Resterebbero tali anche se dovessero compiersi in questo istante, manterrebbero comunque al loro interno, anche se ne venisse cancellata la consapevolezza, un abisso di delusione, di stanchezza. [...] Dopo interminabili doglie, secondo il testo ebraico di Isaia, «abbiamo partorito vento» (26, 18). Questa è certamente una sconfitta dei credenti, una sconfitta della fede, ma è anzitutto una sconfitta di Dio, che lungo tutte le pagine della Bibbia si rivela come colui che dà la vita, come colui che salva. Il fallimento della salvezza è il fallimento stesso di Dio". Guido Ceronetti, suo amico, ha scritto: "Quinzio è uomo di biblioteca povera (unius libri, la Bibbia cattolica), di vita povera e di fede ingente e arcigna. È più un eretico di stanza chiusa che un apostolo, sebbene abbia trovato la sua vocazione, come l'apostolo Matteo, quando era ufficiale di Finanza, ed è stimato più fuori che dentro la Chiesa, in particolare da quei non credenti che apprezzano solo i credenti capaci di dargli un fremito, nei quali sentire una forza, un avversario, un giudizio, una tempra. Anch'io stimo Quinzio, da filosofo libero, che ama un buon discorso su Dio e trova l'ateismo privo di senso: è l'unico uomo con cui posso avere un contrasto religioso; non è poco". (La vita apparente Adelphi, 1982). Alcune si queste opere di carattere teologico sono scritte da Sergio Quinzio in stile aforistico, come: Dalla gola del leone (1980) e La croce e il nulla (1984), da cui sono state tratte la maggior parte delle riflessioni presenti un questa pagina. Come ha affermato Gino Ruozzi: "La forma aforistica, con la sua strutturale alternanza di pieni e di vuoti, di detto e di non detto, è l'esito stilistico più idoneo al pensiero di Quinzio: un pensiero religioso composto di pazienti ruminazioni e di improvvise esplosioni, di oscurità e di illuminazioni. Lo spazio di scrittura e di riflessione tra un aforisma e l'altro compone quel leggero ma robusto filo bianco col quale, ripetendo la similitudine usata da Vigny per i frammenti di Pascal, vengono ricuciti i pensieri del libro come i grani di un rosario; e nello stesso tempo esso è figura del vuoto, dell'aridità del deserto, del palpabile esilio della parola". (Scrittori italiani di aforismi, Mondadori, 1996).
Sergio Quinzio (1927-1996) teologo, esegeta e aforista italiano
Religione e futuro
Realtà nuova, 1962

Quel che va sotto il nome di «democrazia» (ben oltre il significato dottrinario del termine) è il tentativo di sostituire alla sostanza la forma, all'autorità il meccanismo, al rischio il controllo, alla persona la struttura. Un prodotto dell'«era della macchina»

Cristianesimo dell'inizio e della fine
© Adelphi, 1967

Gesù appare improvvisamente nel deserto, scompare altrettanto improvvisamente dalla tomba. Oscura è la sua venuta e oscura la sua andata. Il mondo continua per la sua strada, la sua promessa è scomparsa con lui.

La parola di Gesù – passando dagli apostoli ai martiri, ai padri greci e latini, ai monaci, ai teologi scolastici, ai canonisti e ai casuisti, agli esegeti eruditi e ai ripetitori automatici – è giunta fino a noi deturpata e quasi irriconoscibile. Eppure conserva un peso e un fascino, e in definitiva intorno a questa parola – che anche se depotenziata e sviata rimane l’ultima esigua base comune del discorso umano – si giocano ancora gli estremi dilemmi del mondo.

La religione di Gesù è escatologica anzitutto perché è il compimento e insieme la negazione di ogni forma di religione, di ogni tentativo cioè di legare l’umano al divino come due dimensioni distinte e separate.

Le intime insufficienze del comunismo sembrano discendere dall'inadeguata interpretazione che il movimento – per influsso della cultura ingenuamente scientistica del secolo in cui nacque – ha dato della religione, riflettendosi in una concezione profana della speranza escatologica privata delle sue aperture più alte.

La fede sepolta
© Adelphi, 1978

L'amore evangelico per i nemici non ha nessuna parentela con l'utopia nonviolenta che spera di stabilire la pace, di dissuadere gli empi non contrastandoli.

La fede è soltanto il sì che l’uomo dice al silenzio di Dio. (Sergio Quinzio)
Dalla gola del leone
© Adelphi, 1980 - Selezione Aforismario

Anche la polvere del nostro amore è qualcosa, confrontata al nulla del mondo.

Bisogna porre al centro dell'annuncio cristiano il supremo mistero del suo fallimento.

Ci si può rassegnare alla disperazione, ma anche ci si può disperare della rassegnazione.

Guardate gli occhi di un cane che muore, e vergognatevi della vostra presuntuosa teologia.

I veri problemi sono quelli che non ammettono soluzioni.

Il Signore è per noi uno sconosciuto che è morto. Sì può veramente amare colui di cui non conosciamo il volto, gli occhi, la voce, di cui abbiamo con ripetizione bimillenaria consumato il ricordo di gesti e parole, o è piuttosto già un miracolo ogni istante in cui desideriamo di amarlo e sentiamo la vergogna e la pena di non esserne capaci?

La fede è diventata impossibile, ma è impossibile anche non credere, vivere così nel mondo sapendo ormai che non è possibile né certezza né senso, ma solo cinismo o disperazione.

La maggior parte dei cristiani non ha più nemmeno il sospetto che la speranza cristiana è la resurrezione dei morti (At 23, 6). Certo non occorrevano meno di venti secoli per questa totale vanificazione.

Le cose lontane che non si possono neppure sognare si dimenticano.

L'odio sembra capace più dell'amore di serbare memoria.

Mettere la consolazione al posto del dolore è opera più grande della creazione che ha messo l'essere al posto del nulla.

Neppure Dio avrebbe avuto la forza d'iniziare la strada che va da bereshit all'amen se l'avesse conosciuta.

Piangere insieme è il regno.

Sebbene ami tanto le Scritture provo dinanzi al Libro di Dio il fastidio che sia un libro, parole scritte.

Si deve credere nei segni, per rischioso che sia, e se non vediamo segni nella nostra vita allora vuol dire che per noi Dio non c'è.

Si vogliono risolvere le più spaventose lacerazioni e contraddizioni della storia sacra nello happy end universale.

Sperimentare l'impossibilità della fede senza tuttavia poter non credere, vedere il fallimento della promessa di Dio e della nostra invocazione senza tuttavia poter rinunciare alla promessa e all'invocazione.

Tutto ciò che accade è voluto, o almeno permesso, da Dio, dunque tutto è in definitiva bene. Questa è la più sottile tentazione del credente. Il non credente elude lo scandalo del male togliendo il riferimento al perfetto bene; e il credente fa la stessa cosa giustificando tutto come opera di Dio. Giusto, e disperante, sarebbe tener fermo, insieme, che il mondo è orribile e che il Dio onnipotente che l'ha creato è perfettamente buono.

Un uomo che ha fede è un uomo al quale è precluso il rimedio del suicidio.
Volere il regno è un segno di debolezza e d'incapacità di vivere. Se non fossimo deboli e incapaci non avremmo bisogno di essere salvati.

Il nichilismo l'abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla. (Sergio Quinzio)
La croce e il nulla
© Adelphi, 1984 - Selezione Aforismario

Certo non la pietà, non l'umiltà, non l'ingenuità, non la debolezza possono salvarci, ma forse il disporsi con orrore a povere, sconfitte e disperate cose come queste. 

Che la sofferenza sia più grande della colpa è la terribile, la distruttiva verità della croce.

Come le molte e complicate leggi in politica, così i molti e complicati libri sono segni indiscutibili di decadenza. 

Dove non ci sono domande è inutile mettere risposte, ma è inutile anche farsi domande quando non si ha più nessuna speranza di pervenire a vere risposte. 

Fuori del regno non solo non c’è vera consolazione, ma non c’è nemmeno possibilità di coerenza, di senso.

Il moderno è un’enorme malattia cresciuta nello spazio del mancato evento escatologico, una malattia disperata perché consiste nella perdita della « naturale » rassegnazione alla sofferenza e alla morte.

Il nichilismo è inseparabile da un grande amore per la vita, perché un grande amore per la vita è inseparabile da una più che disperata delusione. 

Il nichilismo l'abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla.

La forza capace di dire parole vere è la stessa che è necessaria per tacere, per non parlare troppo, per non analizzare interminabilmente, per spezzare il cerchio. 

La mancanza di volontà di vivere, che oggi dilaga endemica, è l'unica malattia certamente mortale, alla quale non ci sarà rimedio in eterno.

Un unico popolo non ha potuto accettare la croce, perché è l'unico che nel suo attaccamento alle concrete promesse che Dio fa al giusto ne ha sentito la spaventosa, l'insostenibile assurdità.

Venuta meno la credenza nella sopravvivenza oltretomba, la morte laica è più cupamente disperata della morte cristiana.

La speranza nell'apocalisse
© Edizioni Paoline, 1984

L'abolizione della violenza a qualunque prezzo non è un ideale cristiano, e non è vero che il violento abbia sempre torto nei confronti dell'ipocrita che finge di non vedere l'ingiustizia che scatena la violenza. (da La speranza nell'Apocalisse, Paoline, Milano, 2002

La sconfitta di Dio
© Adelphi, 1992

Dio che si è offerto a noi, che aspetta da noi la salvezza, è un Dio che dovremmo perfettamente amare, ma ci ha reso troppo stanchi, delusi, infelici per poterlo fare.

È una sconfitta di Dio la mancata resurrezione dei morti, e lo è tanto più in quanto la stessa resurrezione, tardivo rimedio a quello che è il destino fallimentare del dover morire, ha già il sapore della sconfitta.

Dopo duemila anni i morti non sono risuscitati, e lo spazio per la fede è mostruosamente diminuito.

La storia così come la racconta la Bibbia è la storia di una continua caduta, nei confronti della quale gli eventi che testimoniano Dio sono momenti puntiformi, eccezioni che consentono di misurare il decadimento.

La storia di Dio è, fin dalla prima pagina della Bibbia, una storia di sconfitte.

La Bibbia, se la leggiamo senza lasciarci troppo ingannare dal nostro antico postulato metafìsico o dal nostro moderno postulato evoluzionista, colpisce anzitutto come la registrazione di vicende fallimentari. Fallimentari per gli uomini, ma fallimentari anzitutto per Dio, se lo riconosciamo, come al credente è rivelato dalla Scrittura, “Dio di tenerezza e di pietà”.

Neanche la creazione, con tutti i suoi orrori, è la prima sconfitta di Dio. C’è « qualcosa » di logicamente, se non cronologicamente, antecedente, che consiste, secondo il linguaggio dei filosofi, nell'atto di libertà originaria con il quale Dio pone se stesso.

Il Dio delle sconfitte può servirci, perché è il nostro modello, l’unico modello di cui possiamo ancora sperare di disporre.

Ma se Dio sarà sconfitto? Se Dio non salverà mai più? Se i morti non risusciteranno? Se le ingiustizie e le sofferenze continueranno per sempre? Cose come queste può la fede pensarle? E' ancora fede quella che si vede precipitare verso un esito più catastrofico, per la fede stessa, di qualunque catastrofe? O non è semplicemente l'abbandono, la perdita della fede?

Per chi prende sul serio il male, per chi pensa quindi che rispondere alla vita e alla morte che ci interpellano negli altri e in noi stessi non vuol dire rispondere come se ci trovassimo dinanzi a un rebus o a una sciarada, cercando cioè il gioco di parole che « risolve », che « funziona», le cose appaiono meno insensate se si osa sperare che ciò che «accade» − in cielo, in terra, fra gli uomini − procede da Dio, ma da un Dio che non ha il dominio assoluto su ciò che ha creato.

Libri di Sergio Quinzio consigliati
Dalla gola del leone
Editore: Adelphi, 1980

"Ho raccolto qui pensieri annotati negli ultimi anni soltanto per me, o per qualche persona vicina. Legati da un filo tenace alla mia storia personale, segnano la strada percorsa da un credente nella verità cristiana sine glossa, il quale è stato condotto a farsi le più difficili domande circa la fede, quelle che non avrebbe mai osato. Mentre si assiste al rilancio mondano dì ogni genere di trionfali sacralità, prossime e remote, sono domande che insistono sull'umile e delusa da millenni speranza dì una salvezza che già nell'ottavo secolo prima di Cristo il profeta Amos aveva detto misera e paradossale: «come un pastore salva dalla gola del leone due zampe o un brandello d’orecchia, così saranno salvati i figli d’Israele»". Simile, qui più che mai prima, anche per la forma spezzata, aforistica, narrante che la sua prosa assume, a certi maestri chassidici, insieme tenerissimi e violenti, che erano pronti a insultare Dio pur di non diminuirne in nulla l’incombente, oscura e impenetrabile maestà, Quinzio ha raggiunto in queste pagine la massima esasperazione dei suoi temi, scrivendo una testimonianza che spicca nella sua solitudine.

La croce e il nulla
Editore: Adelphi, 1984

Come in opere precedenti aveva interrogato e sondato le Scritture, Quinzio interroga qui la storia del cristianesimo, «prototipo e madre della storia moderna». E l’argomentazione coinvolge tutto il moderno, in quanto esso è «post-cristiano e anti-cristiano, nel senso che sta in luogo del cristianesimo, risponde in qualche modo alle aspettative di salvezza cristiana storicamente deluse». Sono squarci rapidi, brucianti, pagine che non si appagano di tracciare linee di una storia della cultura: anzi, la loro intenzione è quella di mettere in questione la cultura stessa, svelandola come relitto di un secolare naufragio. In questa prospettiva, non sussiste un processo evolutivo nella storia, se non nel senso che il tempo acuisce progressivamente l’eccesso delle contraddizioni – e queste si riconducono a un’unica fonte: la necessità della salvezza e il suo continuo sfuggire.

La sconfitta di Dio
Editore: Adelphi, 1992

È stato detto, da Martin Buber, che Hitler ha costretto ebrei credenti e non credenti a parlare di Dio, e che questa non è una delle sue minori scelleratezze: perché o Dio parla, e allora lo si ascolta, o si parla a Dio, pregando, ma non si parla di Dio. Per noi comunque, e certo non soltanto da oggi, il divino non può più essere l’orizzonte, ma tutt'al più il problema. Di Dio siamo condannati a parlare, perché non è facile nemmeno non parlarne più, come prescriverebbe Wittgenstein. Parlare di Dio è possibile − e forse, finora almeno, inevitabile − per il credente come per il non credente che pensino. Proprio nel parlare di Dio, nel farlo entrare nelle nostre equazioni teologiche e filosofiche, estetiche e scientifiche, politiche e antropologiche, il credente e il non credente si incontrano, e nell'incontro si perde anticristicamente la differenza, irrinunciabile dal punto di vista della fede, tra fede e non fede. Anch'io, dunque, parlo di Dio.

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