2016-11-23

Poesie sulla Morte

Raccolta delle più belle poesie sulla morte. Per rendere più coinvolgente la lettura di questa raccolta poetica, sono state selezionate da Aforismario soltanto le poesie più intense ed emozionanti sulla morte, scritte dai più grandi poeti del mondo. Le poesie sono in ordine alfabetico secondo il nome dell'autore. Per semplice comodità di lettura, le poesie più lunghe sono state riportate in prosa, segnando l'a capo dei versi con l'apposita barra [/]. Su Aforismario trovi altre raccolte di poesie correlate a questa sulla vita, la solitudine e la sofferenza.
Io son giunto alla disperazione, calma, senza sgomenti. Scendo. Buon proseguimento.
(Giorgio Caproni)
Sommario
  • Charles Baudelaire: Una carogna
  • Giuseppe Gioachino Belli: Er caffettiere fisolofo
  • Aleksandr Blok: Tutto muore al mondo...
  • Giorgio Caproni: Congedo del viaggiatore cerimonioso
  • Giosuè Carducci: Pianto antico
  • Sergio Corazzini: Il mio cuore - L’addio
  • Aldo Fabrizi: Er mortorio [in romanesco con traduzione in italiano]
  • Ugo Foscolo: Alla sera
  • Hermann Hesse: Cimitero di campagna - Il viandante alla Morte
  • Nazim Hikmet: Il raggio è riempito di miele
  • Giovanni Pascoli: L'aquilone
  • Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
  • Fëdor Tjutčev: Pacificazione primaverile
  • Totò: 'A livella [vedi su Aforismario la pagina dedicata a Totò]
  • Boris Vian: Non vorrei crepare
Charles Baudelaire
(1821-1867) - Poeta, scrittore e critico letterario francese.
Una carogna
[Traduzione dal francese a cura di Aforismario]
Ricordate, anima mia, la cosa che vedemmo / quel così dolce mattino d'estate; / alla svolta d'un sentiero un'infame carogna / su un giaciglio cosparso di sassi, / le gambe all'aria, come una donna impudica, / ardente e trasudante veleni, / spalancava in modo cinico e disinvolto / il ventre pieno d'esalazioni. / Il sole irradiava questo putridume, / come volesse cuocerlo a puntino, / e rendere centuplicato alla grande Natura / tutto ciò che essa aveva congiunto; / e il cielo osservava la superba carcassa / schiudersi come un fiore. / Talmente forte era il fetore, che sull'erba / vi sentiste svenire. / Le mosche ronzavano sopra quel ventre putrido, / da cui uscivano neri battaglioni / di larve, che colavano come un liquido denso / lungo quei brandelli di vita. / Il tutto scendeva e risaliva come un'onda / o si slanciava gorgogliando; / si sarebbe detto che il corpo, gonfiato da un vago soffio, / vivesse moltiplicandosi. / E questo mondo produceva una strana musica, / come l'acqua corrente e il vento, / o come il grano che il vagliatore con movimento ritmico / gira e agita nel vaglio. / Le forme svanivano e non erano più che un sogno, / un abbozzo lento a venire / sulla tela dimenticata che l'artista completa / solamente con la memoria. / Dietro le rocce una cagna inquieta / ci guardava con occhio crucciato, / aspettando il momento per riprendere allo scheletro / il boccone che aveva lasciato. / − Eppure voi sarete simile a questa sozzura, / a quest'orribile infezione, / stella dei miei occhi, sole della mia natura, / voi, mio angelo e mia passione! / Sì! tale sarete, o regina delle grazie, / dopo gli ultimi sacramenti, / quando andrete sotto l'erba e i rigogliosi fiori, / a marcire tra le ossa. / Allora, o mia bellezza! dite ai vermi / che vi mangeranno di baci, / che ho conservato la forma e l'essenza divina / dei miei amori disfatti!

Giuseppe Gioachino Belli
(1791-1863) - Poeta italiano
Er caffettiere filosofo
L’ommini de sto Monno sò ll’istesso
che vvaghi de caffè nner mascinino:
c’uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
tutti cuanti però vvanno a un distino.
Spesso muteno sito, e ccaccia spesso
er vago grosso er vago piccinino,
e ss’incarzeno tutti in zu l’ingresso
der ferro che li sfraggne in porverino.
E ll’ommini accusí vviveno ar Monno
misticati pe mmano de la sorte
che sse li ggira tutti in tonno in tonno;
e mmovennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
senza capillo mai caleno a ffonno
pe ccascà nne la gola de la Morte.

Aleksandr Blok
(1880-1921) - Poeta russo.
Tutto muore al mondo...
Tutto muore al mondo, madre e giovinezza:
la donna tradisce e l'amico scompare.
Impara ad assaporare una nuova dolcezza,
contemplando il freddo circolo polare.
Prendi la tua barca, salpa verso il polo
fra mura di ghiaccio, e in silenzio oblìa
come l'uomo ama, lotta e muore solo:
dimentica il paese dell'umana follia.
E all'anima stanca insegna, mentre lento
s'impossessa del sangue il brivido del gelo,
che non le serve a nulla questo pianeta spento,
perché i raggi vengono dal cielo.

Giorgio Caproni
(1912-1990) - Poeta italiano
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia / meglio per me cominciare / a tirar giù la valigia. / anche se non so bene l’ora / d’arrivo, e neppure / conosca quali stazioni / precedano la mia, / sicuri segni mi dicono, / da quanto m’è giunto all'orecchio / di questi luoghi, ch’io / vi dovrò presto lasciare. / Vogliatemi perdonare / quel po’ di disturbo che reco. / Con voi sono stato lieto / dalla partenza, e molto / vi sono grato, credetemi, / per l’ottima compagnia. / Ancora vorrei conversare / a lungo con voi. Ma sia. / Il luogo del trasferimento / lo ignoro. Sento / però che vi dovrò ricordare / spesso, nella nuova sede, / mentre il mio occhio già vede / dal finestrino, oltre il fumo / umido del nebbione / che ci avvolge, rosso / il disco della mia stazione. / Chiedo congedo a voi / senza potervi nascondere, / lieve, una costernazione. / Era così bello parlare / insieme, seduti di fronte: / così bello confondere / i volti (fumare, / scambiandoci le sigarette), / e tutto quel raccontare / di noi (quell’inventare / facile, nel dire agli altri), / fino a poter confessare / quanto, anche messi alle strette, / mai avremmo osato un istante / (per sbaglio) confidare. / (Scusate. È una valigia pesante / anche se non contiene gran che: / tanto ch’io mi domando perché / l’ho recata, e quale / aiuto mi potrà dare / poi, quando l’avrò con me. / Ma pur la debbo portare, / non fosse che per seguire l’uso. / Lasciatemi, vi prego, passare. / Ecco. Ora ch’essa è / nel corridoio, mi sento / più sciolto. Vogliate scusare). / Dicevo, che era bello stare / insieme. Chiacchierare. / Abbiamo avuto qualche / diverbio, è naturale. / Ci siamo – ed è normale / anche questo – odiati / su più d’un punto, e frenati / soltanto per cortesia. / Ma, cos’importa. Sia / come sia, torno / a dirvi, e di cuore, grazie / per l’ottima compagnia. / Congedo a lei, dottore, / e alla sua faconda dottrina. / Congedo a te, ragazzina / smilza, e al tuo lieve afrore / di ricreatorio e di prato / sul volto, la cui tinta / mite è sì lieve spinta. / Congedo, o militare / (o marinaio! In terra / come in cielo ed in mare) / alla pace e alla guerra. / Ed anche a lei, sacerdote, / congedo, che m’ha chiesto s’io / (scherzava!) ho avuto in dote / di credere al vero Dio. / Congedo alla sapienza / e congedo all’amore. / Congedo anche alla religione. / Ormai sono a destinazione. / Ora che più forte sento / stridere il freno, vi lascio / davvero, amici. Addio. / Di questo, sono certo: io / son giunto alla disperazione, / calma, senza sgomenti. / Scendo. Buon proseguimento.

Giosuè Carducci
(1835-1907) - Poeta e scrittore italiano
Pianto antico
L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,
Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,
Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

Sergio Corazzini
(1886-1907) - Poeta italiano
Il mio cuore
Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
...e allora morirò.

L’addio
Venne l’ultimo giorno... Con le stelle
si spense ogni speranza, il sole uccise
in me, ogni cosa, ogni delirio, e rise
il cielo azzurro, e le rose sorelle
nel mio rosario parvero più belle
quel dì... La donna venne, mi sorrise
mi baciò sulla fronte ardente e mise
nelle mie, le sue mani bianche e snelle.
Era il saluto estremo, allor credetti
di morire e gridai: «Vision fuggente
dimmi, mi hai amato, come io t’amai?!»
Ella un poco annoiata, e a denti stretti
disse di sì; ma l’eco, che non mente,
lugubremente mi rispose «...mai!»

Aldo Fabrizi
(1905-1990) - Attore, regista e sceneggiatore italiano
Er mortorio
Appresso ar mio num vojo visi affritti,
e pe’ fa’ ride pure a ‘st’occasione
farò un mortorio con consumazione…
in modo che chi venga n’approfitti.
Pe’ incenso, vojo odore de soffritti,
‘gni cannela dev’esse un cannellone,
li nastri – sfoje all’ovo e le corone
fatte de fiori de cocuzza fritti.
Li cuscini timballi de lasagne,
da offrì ar momento de la sepportura
a tutti quelli che “sapranno” piagne.
E su la tomba mia, tutta la gente
ce leggerà ‘sta sola dicitura:
"Tolto da questo mondo troppo al dente”.

Il funerale
[Traduzione dal romanesco a cura di Aforismario]
Dietro al mio non voglio visi afflitti / e per far ridere pure in quest'occasione / farò un funerale con consumazione... / in modo che chi venga ne approfitti. / Per incenso, voglio odore di soffritti, / ogni candela dev’esse un cannellone, / i nastri – sfoglie all’uovo e le corone / fatte di fiori di zucca fritti. / I cuscini timballi di lasagne, / da offrire al momento della sepoltura / a tutti quelli che “sapranno” piangere. / E sulla tomba mia, tutta la gente / ci leggerà questa sola dicitura: / "Tolto da questo mondo troppo al dente”.

Ugo Foscolo
(1778-1827) - Poeta e scrittore italiano
Alla sera
Forse perché della fatal quïete
Tu sei l'imago a me sì cara vieni
O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all'universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

Hermann Hesse
(1877-1962) scrittore, poeta, aforista, filosofo e pittore tedesco naturalizzato svizzero
Cimitero di campagna
Su croci oblique pendio di edera,
leggero sole, profumo e canto d'api.
Felici voi che giacete al riparo
stretti al cuore buono della terra.
Felici voi che, lievi e senza nome,
riposate a casa nel grembo della madre!
Ma ascolta, dal volo delle api e dai bocci
canta per me bramosia di vivere e di esistere,
l'anelito alla luce di un'essenza a lungo estinta
erompe dal profondo dei sogni, alle radici,
macerie di vita, incrostate di nero,
trasmutano e reclamano il presente,
e regalmente la madre Terra
si agita in nascite incalzanti.
Soave tesoro di pace nel grembo della tomba
si culla non più greve di un sogno della notte.
Solo un fumo torbido è il sogno della morte,
e il fuoco della vita sotto vi arde.

Il viandante alla Morte
Anche da me giungerai un giorno,
non mi dimentichi,
s'infrange la catena
e il tormento avrà una fine.
Sembri ancora lontana ed estranea
sorella Morte,
sovrasti come stella gelida
al mio destino.
Ma un giorno ti farai vicina,
ricolma di fiamme sarai.
Vieni amata, sono qui,
prendimi, sono tuo.

Nazim Hikmet
(1901-1963) Poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco.
Il raggio è riempito di miele
Il raggio è riempito di miele
i tuoi occhi son pieni di sole.
I tuoi occhi, mia rosa, saranno cenere
domani, e il miele continuerà
a riempire altri raggi.
Non mi fermo a rimpiangere i giorni passati
- salvo una certa notte d’estate –
e anche l’ultima luce dei miei occhi azzurri
ti annuncerà lieti giorni futuri.
Un giorno, madre natura dirà: “Mia creatura
hai già riso, hai già pianto abbastanza”.
E di nuovo, immensa
sconfinata, ricomincerà
la vita, senza occhi, senza parola, senza
pensiero...

Giovanni Pascoli
(1855-1912) - Poeta italiano
L’Aquilone
C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:
un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...
sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... — Chi strilla?
Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l’orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda
tua madre... adagio, per non farti male.

Cesare Pavese
(1908-1950) - Scrittore e poeta italiano
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 
questa morte che ci accompagna 
dal mattino alla sera, insonne, 
sorda, come un vecchio rimorso 
o un vizio assurdo. I tuoi occhi 
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio. 
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza, 
quel giorno sapremo anche noi 
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo. 
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 
Sarà come smettere un vizio, 
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso. 
Scenderemo nel gorgo muti.

Fëdor Tjutčev
(1803-1873) Scrittore e poeta russo
Pacificazione primaverile
Oh non mettetemi 
nella terra umida!
Nascondetemi, seppellitemi
Nella folta erba!
Che il respiro del vento
Faccia ondeggiare l'erba,
Che di lontano un flauto canti,
Che luminose e placide le nubi
Fluttuino sopra di me!...

Boris Vian
(1920-1959) - Scrittore, cantautore e poeta francese
Non vorrei crepare
Non vorrei crepare / Prima d'aver conosciuto / I cani neri del Messico / Che dormono senza sognare / Le scimmie a culo nudo / Divoratrici dei tropici / I ragni d'argento / Dal nido pieno di bolle / Non vorrei crepare / Senza sapere se la luna / Sotto la sua falsa aria di moneta / Ha un lato appuntito / Se il sole è freddo / Se le quattro stagioni / Sono davvero quattro / Senza aver provato / A portare un vestito / Lungo i grandi viali / Senza aver guardato / Dentro a un tombino / Senza aver ficcato il cazzo / Nei posti più impensati / Non vorrei crepare / Senza conoscere la lebbra / O le sette malattie / Che si prendono laggiù / Il bene e il male / Non mi farebbero penare / Se sapessi / Che ne avrò la strenna / E c'è anche / Tutto ciò che conosco / Tutto ciò che apprezzo / E che so che mi piace / Il fondo verde del mare / Dove le alghe ballano il valzer / Sulla sabbia ondulata / L'erba bruciata di giugno / La terra che si screpola / L'odore delle conifere / E i baci di colei / Che questo che quello / La bella ecco / Il mio Orsetto, Orsola / Non vorrei crepare / Prima d'aver consumato / La sua bocca con la mia bocca / Il suo corpo con le mie mani / Il resto coi miei occhi / Non dico altro bisogna pur / Mantenersi riverenti / Non vorrei crepare / Prima che abbiano inventato / Le rose eterne / La giornata di due ore / Il mare in montagna / La montagna al mare / La fine del dolore / I giornali a colori / Tutti i bambini contenti / E tante cose ancora / Che dormono nei crani / Di geniali ingegneri / Di allegri giardinieri / Di socievoli socialisti / Di urbani urbanisti / E di pensatori pensierosi / Tante cose da vedere / Da vedere e da sentire / Tanto tempo d'attendere / A cercare nel nero / E io vedo la fine / Che brulica e che s'avvicina / Con la sua gola ripugnante / E che m'apre le braccia / Di ranocchia brancicante / Non vorrei crepare / Nossignore nossignora / Prima d'aver provato / Il gusto che mi tormenta / Il gusto più forte / Non vorrei crepare / Prima di aver gustato / Il sapore della morte... 

Note
Vedi anche: Poesie brevi - Poesie sulla Vita - Poesie sulla Solitudine - Poesie sul Dolore e la Sofferenza

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