Pietro Ellero - Frasi e aforismi

Selezione di frasi e aforismi morali di Pietro Ellero (Pordenone 1833 - Roma 1933), giurista, saggista e aforista italiano. Tra il 1861 e il 1880, Pietro Ellero insegna diritto penale presso l'Università di Bologna. Dal 1880 inizia la sua attività di magistrato presso la Corte di Cassazione di Roma. Nel 1889 diventa senatore del Regno. Tra le sue opere più importanti: Della pena capitale (1858), Opuscoli criminali (1874), La questione sociale (1874), Trattati criminali (1875), La tirannide borghese (1879), La riforma civile (1889), Aforismi morali (1915).
Gli aforismi riportati in questa pagina sono tratti da La tirannide borghese e da Aforismi morali. Da notare che nel capitolo de La tirannide borghese, intitolato Vangelo del secolo decimonono, riportato qui di seguito, Pietro Ellero scrive alcuni pungenti aforismi che prendono di mira le presunte "verità" della morale borghese. Pertanto, questi aforismi non vanno presi come affermazioni in cui l'autore crede, ma cui finge di credere per ironizzarvi sopra.
Per il resto, diciamo che la lettura del testo aforistico di Pietro Ellero risulta un po' pesante, e non è certo un autore col quale conviene cominciare per avvicinarsi alla scrittura aforistica.
Pietro Ellero
La tirannide borghese
Vangelo del secolo decimonono
© Zanichelli 1879 - Selezione Aforismario
  1. Non vi sono altre verità, tranne quelle, che si veggono cogli occhi e si toccano con mano. 
  2. A chi dice, esservi, oltre la percezione esterna, un sentimento interiore ineffabile, anatema. 
  3. Le scienze, che non sieno fisiche e matematiche, ciarle pei gonzi.
  4. Solamente tra le morali e politiche lecita l'economia per ragioni facili a capirsi. 
  5. Le lettere e le arti, pur che rappresentino le cose reali cui c'intendiamo, trastulli permessi. 
  6. Sempre che tengasi a mente, le invenzioni de' poeti e de' gli artefici essere puri vaneggiamenti, quanto le fisime degl'ideologi.
  7. Pratici pertanto e tecnici vogliono esser gli studi, e non teorici e classici. 
  8. Ché non si tratta di principii e d'azioni, ma di spedienti e d'affari. 
  9. E, quanto alle cose disputabili, fa le veci delle convinzioni individuali l'opinione pubblica.
  10. In luogo del catechismo, mettere in mano ai bimbi subito un libretto della cassa di risparmio. 
  11. Scopo della vita il guadagno, per arricchirsi chi può, e chi non può per campare.
  12. Onde interrogare qualche volta la coscienza, raccogliersi nello spirito o contemplar la natura, è senz'altro voglia di far niente. 
  13. Nondimeno, se senza danno de' propri interessi, si può quanto piace divertirsi. 
  14. Quantunque non vi sieno altri diletti, che i materiali, e supremo quello di tesaurizzare. 
  15. Pur di far danari niun'arte, che stia in riga col codice penale, è riprovevole. 
  16. Anzi il tornaconto è l'unico criterio, con cui giudicare della bontà delle imprese e del pregio delle opere. 
  17. Mentre unico dovere è il non far male agli altri. 
  18. E la probità sta esclusivamente nel pagare i debiti. 
  19. Del resto non importa tanto essere onesti, quanto onorati. 
  20. Giacché chi è infamato una volta, non aspetti più perdono. 
  21. Niun servigio, che non sia retribuito. 
  22. Ognuno pensi a sé, e non si curi d'altro. 
  23. Tanto che, se alcuno stesse per annegare, non occorre punto soccorrerlo. 
  24. E chiunque cade nel malanno, non rimproveri altri, che se medesimo. 
  25. I così detti istituti pii, quanto meglio sopprimergli e incamerargli! 
  26. Perché ogni sorta di carità fomenta l'ozio e l'imprevidenza.
  27. Ma appena appena convien quella che ne' balli e in simili spettacoli si fa per sollazzo.
  28. Non bisogna poi affannarsi per la così detta causa della giustizia o del bene. 
  29. I vinti hanno sempre torto, e i vincitori ragione. 
  30. E. se uno muore allo spedale, segno, che lo meritava.
  31. Aver debito ai maggiori o ai posteri, modi di dire. 
  32. Patria è dove si soggiorna e si lucra commodamente. 
  33. Né giova aver per essa maggiore affetto, che per altri angoli del globo. 
  34. Le religioni, mere imposture. 
  35. La gloria e la grandezza, chimere. 
  36. Il sacrificio di sé, affatto un atto di pazzia. 
  37. Felice e stimabile unicamente il ricco, e viceversa la povertà un delitto. 
  38. Una sola qualità personale è mestieri pregiare alquanto, la furberia. 
  39. Sebbene in ogni cosa tanto una persona valga quanti quattrini ha. 
  40. Considerare, per esempio, fonti di felicità le così dette gioe pure, fole da romanzi. 
  41. Anche il grado della civiltà d'una nazione, si giudica da' chilometri delle sue strade ferrate e da cotali argomenti. 
  42. Le mostre universali de' prodotti e delle merci, ecco le vere olimpiadi e i degni areopaghi del tempo. 
  43. Ah, se si potesse trarre alcuna utilità anche da' monumenti e da' cimiteri! 
  44. Lo stato è indubbiamente un patrimonio degli uomini d'affari. 
  45. E i pubblici uffici un passatempo, con un compenso arroto ai medesimi. 
  46. Gli altri, che osano competere col così detto ingegno e colla così detta virtù, gabbamondi. 
  47. Teste sventate tutti costoro, che parlano in sul serio di libertà e di popolo, e di altre pari fandonie. 
  48. La plebe, che intende esser contata per qualche cosa, canaglia.
  49. E il cercare di redimerla una birboneria. 
  50. Oh che bisogno c'è di fare novità, se si sta così bene?
Non vi è cosa, che più all'uomo importi ed a cui sventuratamente
meno egli pensi, quanto il conoscer sé stesso. (Pietro Ellero)
Aforismi morali
© UTET 1915 - Selezione Aforismario

Alcuni fatti capitali, indagati nel nostro spirito e per ciò non tangibili, non misurabili e non ponderabili, ma tuttavia suscettibili di un procedimento sperimentale e mercé di questo parimente cerziorabili e innegabili, danno luogo a que' morali assiomi, su cui i cardinali principii della filosofia morale hanno fondamento.

Chiunque abbia praticato ciò, che di suo dovere, è già irreprensibile, né più gli si domanda: ma, se per le generosissime qualità del suo animo estollesi sino alla virtù, egli diviene per giunta laudabile ed ammirando.

Ciò nonostante, a differenza dell'umiltà, la quale (troppo chinandosi a terra e prosternandovisi) abbassa la dignità personale e nulla produce nel mondo, la modestia, che non è punto nemica dell'ambizione ed è anzi consueto indizio del valore, vuol sempre nel suo stesso ascendere essergli compagna.

Ciò premesso, siccome l'uomo nulla fa senza un perché ed applica ogni sua opera ad un qualche intento, è ben ovvio, che nell'intiero corso della sua vita tutte quante le sue opere indirizzar debba ad un fine, che per lui conseguentemente diventa l'ultimo fine.

L'uomo, per quanto favorito nelle sue voglie, desidera sempre alcun che di più; e così dal buono sale sale col pensiero al migliore e da questi all'ottimo, cui tuttavia non può cogliere, per quanto ve lo attragga e solleciti: ed eziandio tale insaziabilità de' suoi desiderii prova, qualmente un ideal bene egli abbia ognora innanzi agli occhi della mente.

Nella regolarità abituale della condotta e quindi nella costante moderazione degli appetiti e delle voglie avendosi la miglior guarentigia di una vita lunga, sana e lieta, sovviene a tal uopo il precetto della temperanza, intesa ancor questa in latissimo senso.

Non vi è cosa, che più all'uomo importi ed a cui sventuratamente meno egli pensi, quanto il conoscer sé stesso, il suo destino, lo scopo della sua esistenza e la miglior maniera di avverarlo.

Or, se l'uomo ama sé stesso e tende al bene, di che non è a dubitare, ei deve amarsi di un amore verace e tendere ad un verace bene; cioè a quello, che sia tale realmente e gli rechi maggior vantaggio: altrimenti egli odierebbe sé stesso e vorrebbe il suo danno.

Qualunque scopo prefiggasi l'uomo nelle sue azioni, previa la dirittura delle medesime, egli dee restarvi fermo, sia per poternelo definitivamente conseguire, sia per cattivarsi l'altrui fiducia e sia per menomare con l'incostanza la sua stessa serietà.

Libro di Pietro Ellero
Aforismi morali
Editore: UTET 1915

La filosofia morale o in altri termini la disciplina del buono, versa intorno a ciò, ch'è essenzialmente buono per gli uomini; ed offre i principi e le regole per uniformarvi la loro condotta o (come si suol dire) quei costumi, da cui trasse il nome. Essa, come dottrina attinta dalla ragione e dalla coscienza, e quindi esclusivamente da umane sorgenti, valesi soltanto di lumi naturali; e conseguentemente non invade il campo della teologia morale, che di sovrannaturali lumi si vale. Così che essa non mira a mettere in forse verun dogma, limitandosi a dichiarare sol quanto con umani argomenti le è dato inferire. E in pari tempo, come vertente sui costumi, non invade neppur l'ambito della speculazione ideologica: ma enuncia verità di fatto, piane, semplici ed o di così assoluta evidenza o così facilmente discernibili, da non trascendere il comun senno. Adottandosi nello esporla una forma aforistica, concisa quindi e recisa, benché pur troppo disadorna e inamena, si evita il superfluo e il vago; e, costrettala così in rigorosissime proposizioni, se ne rende di ciascuna senza velami e senza ombre più agevole l'attenta ponderazione e il mental sindacato. Se codesta forma di esposizione sembra arida e fredda anzi che no, d'altro canto, scendendosi per essa nei più acconci particolari, potrà aversi ugualmente una non fallace guida alla vita e forse forse un incentivo alla virtù.

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