Pietro Trabucchi - Riflessioni di uno psicologo dello sport

Selezione delle migliori citazioni e delle frasi più significative di Pietro Trabucchi, psicologo dello sport che si occupa, in particolare, di discipline di resistenza. Pietro Trabucchi ha seguito la Squadra nazionale di Sci nordico Torino 2006 e attualmente lavora con la Squadra nazionale Vancouver 2010. Da molti anni opera con le Squadre nazionali di Triathlon e con una delle più forti squadre professionistiche di rugby italiane. Autore di diversi libri, insegna Psicologia dello Sport e Coaching presso l’Università degli Studi di Verona. Si è occupato di formazione in varie aziende sul tema della gestione dello stress. Appassionato di sport di resistenza e di alpinismo, per dimostrare la validità concreta delle sue teorie ha ultimato due volte l’Ultra Trail del Monte Bianco, ha scalato l’Everest dal versante Nord in occasione della spedizione «Everest Vitesse» e ha corso non-stop i 205 chilometri della Nove Colli Running. Da anni trasmette con successo la sua esperienza in ambito sportivo in corsi e seminari di formazione che tiene in varie aziende sul tema della gestione dello stress.
Le frasi di Pietro Trabucchi riportate qui di seguito sono state selezionate da Aforismario dai libri Resisto dunque sono (Corbaccio 2007) e Perseverare è umano (Corbaccio e Garzanti, 2012).
Pietro Trabucchi
Resisto dunque sono
Chi sono i campioni della resistenza psicologica e come fanno a convivere felicemente con lo stress
© Corbaccio, 2007 - Selezione Aforismario

Alcuni obiettivi sono veramente irraggiungibili. Ma spesso le nostre convinzioni di impossibilità sono infondate. Lo dimostra la storia dei record sportivi. Il primo passo è quindi quello di verificare sempre sul campo le nostre convinzioni di impossibilità.

Autoconvincersi che un obiettivo è irraggiungibile può servirci per evitare di esporsi o di rischiare di fallire. L’ego e l’auto-stima su cui si fonda (in modo forse troppo grossolano) la nostra identità personale sembrano avere più importanza della rinuncia a un obiettivo desiderato.

C’è una sola condizione in cui l’enfasi sull'impegno personale può risultare controproducente e alimentare stress: quando ci si impegna a perseguire un obiettivo realmente irraggiungibile.

Ciò che consideriamo impossibile non riusciamo a realizzarlo. Le nostre convinzioni sulle possibilità di riuscita condizionano il risultato finale.

Di solito si identifica l’atleta con le qualità fisiche, non con quelle mentali. Eppure, alla fine, per la prestazione, gli atteggiamenti contano almeno quanto (e sottolineo «almeno») i muscoli.

Gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. E in questo campo sono molto più forti di quanto comunemente si creda. Generazione dopo generazione, l’evoluzione ha modellato i nostri progenitori perché fronteggiassero efficacemente ogni sorta di ostacolo o di problema.

Gli imprevisti, le difficoltà, i cambiamenti, persino il dolore rappresentano delle opportunità: opportunità che ci costringono a scegliere. Ma non è facile vedere una risorsa in un’esperienza negativa, trarre lezioni da una sconfitta. Chi ci riesce possiede un dono straordinario.

Gran parte della popolazione del mondo industrializzato non va nemmeno dal giornalaio sotto casa senza l’automobile, anche se tutti noi non possiamo dire di ignorare le informazioni sui benefici del movimento e sui rischi della sedentarietà.

Ha scritto Henry Ford che «l’insuccesso è la possibilità di ricominciare, in modo più intelligente». Per il vulnerabile, invece, la sconfitta è solo l’ennesima conferma della propria inadeguatezza; e ciò lo demotiva ancora di più a impegnarsi per cambiare questo stato di cose.

Il successo sportivo è determinato da tre fattori: dalla dotazione genetica, dalla qualità e quantità dell’allenamento e dalle capacità psicologiche.

La carriera di grandissimi campioni sportivi non si basa sul talento, ma sul fatto che hanno imparato a impegnarsi più degli altri.

La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo «persistere» indica l'idea di una motivazione che rimane salda.

La sensibilità allo stress è in gran parte prodotta da noi stessi: essa dipende da come interpretiamo gli eventi. E da quanto ci pensiamo «forti»: cioè in grado di fare fronte a quel determinato problema.

Le persone che si arrendono facilmente lo fanno perché ritengono che eventi negativi che li colpiscono siano permanenti; che non si potrà fare nulla per modificarli; che questo stato di cose durerà per sempre. Ciò produce impotenza e disperazione. La disperazione può essere definita come l’incapacità di vedere nel futuro la possibilità di risolvere qualsiasi tipo di problema.

Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti. Reagiamo alle difficoltà (e ci stressiamo) in base a come le «leggiamo» e a come «leggiamo» le nostre capacità di farvi fronte. Questa «lettura» si chiama valutazione cognitiva. Quella che ci fa vedere lo stesso bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.

Lo sport è una metafora della vita, una prova severa che, quasi per contratto, ti deve sottoporre a ogni tipo di difficoltà.

Oggi, tra le tante promesse da rotocalco, c’è posto anche per chi parla di «eliminare lo stress». Non solo ciò è impossibile, ma sarebbe anche inutile: noi siamo costruiti per convivere quotidianamente con lo stress.

Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l'opposto di una facilmente vulnerabile.

Saper incassare e stringere i denti, incamerare delusioni e sconfitte perseverando, patire disagi del corpo e della mente senza battere ciglio: sono capacità sempre più rare nella società attuale. Eppure rappresentano la quint’essenza della resilienza.

Se gioco solo per vincere finisce che ho molta paura di perdere.

Se «vincere sempre e a tutti i costi» rimane l’unica prospettiva possibile, si diventa incapaci di sapersi rialzare quando si perde.

Uno stile attributivo che dia troppo risalto all'importanza del talento è controproducente in caso di insuccesso: infatti, se i miei fallimenti dipendono dal fatto che «non ho la stoffa» (invece che dall'impegno che ci metto...), non ho alternative all'insuccesso.

Perseverare è umano: diabolico è arrendersi. (Pietro Trabucchi)
Perseverare è umano
Come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport
© Corbaccio, 2012 - Selezione Aforismario

Al contrario di quello che sostiene il noto detto, perseverare non è diabolico: è umano. Diabolico è rinunciare a impegnarsi, rimanere immobili, mettersi ad aspettare che la motivazione arrivi dall'esterno, non sfruttare a fondo tutte le risorse di cui gli esseri umani sono dotati. Se impegno e motivazione mettono in grado di raggiungere risultati straordinari, diabolico è sprecare questa opportunità.

Ciò che più di tutto contraddistingue le spinte motivazionali è la loro resistenza, la forza con cui sanno abbattere difficoltà e ostacoli. In fondo, se ci pensiamo bene, tutti abbiamo delle motivazioni. Ne abbiamo ogni giorno. Il vero problema sta nella capacità di farle durare.

È la valutazione cognitiva, il come «leggiamo gli eventi», a determinare le nostre azioni future! Ciò che penso determina i miei comportamenti, la decisione di arrendermi o quella di perseverare.

I guru-motivatori non esistono, ma i buoni allenatori sì.

Il destino dell’uomo è quello di un perpetuo allenamento...

Il primo grande demotivatore è il mito del talento, sempre più diffuso nella nostra società. Credere ciecamente che il nostro destino sia determinato dalle predisposizioni naturali o dai geni conduce alla passività e alla rassegnazione.

Il senso di autoefficacia si sviluppa attraverso le esperienze di successo: più successi ottengo, più mi sento bravo e capace, più sono motivato a fare.

Il talento non esiste. Esiste l’impegno a conseguire degli obiettivi che è funzione della motivazione individuale.

Il vero avversario è dentro se stessi. In questo sta la chiave per capire il segreto della vita. Il cacciatore persistente continua ancora oggi la sua corsa, ma non bracca più l’antilope: insegue i propri limiti. Perseverare è umano.

La credenza che tutto sia geneticamente determinato o che le nostre capacità siano determinate dal possesso del talento funziona come una sorta di impotenza appresa: sul piano comportamentale conduce alla passività e alla rassegnazione. Ci protegge dallo sforzo di compiere una serie di attività e di porsi degli obiettivi, ma alla lunga ci danneggia perché limita il nostro campo di possibilità.

La motivazione produce l’impegno, e a furia di impegnarci diventiamo più bravi, aumentando il nostro senso di competenza o senso di autoefficacia.

La vera motivazione – quella più duratura e tenace – è individuale e nessuno può indurla magicamente dall'esterno.

L’automotivazione è influenzabile dagli atteggiamenti delle persone intorno. E basta poco per demotivare qualcuno. Non c’è bisogno di mettere in atto comportamenti eclatanti di svalutazione, di critica, di rifiuto. Non c’è neppure bisogno di parlare. Basta dimostrare con il proprio atteggiamento che non si ha fiducia nelle capacità dell’altro. Basta cioè farlo sentire Incapace.

Le grandi prestazioni in qualsiasi campo, dalla musica agli scacchi, dallo sport all'arte e alla letteratura, sono frutto in maniera preponderante dell’esercizio e della preparazione piuttosto che di capacità innate, e le potenzialità per trasformarsi in successo concreto non possono prescindere dall'impegno e dalla dedizione.

Le grandi realizzazioni in qualsiasi campo (artistico, sportivo, lavorativo, accademico) sono spiegabili solo molto parzialmente con il concetto di «talento»; è l’impegno il fattore decisivo.

Le persone hanno bisogno di sentirsi autonome, autodeterminate. Uno stile di leadership troppo prescrittivo demotiva.

Le potenzialità per trasformarsi in successo concreto non possono prescindere dall'impegno e dalla dedizione.

Perseverare è umano: diabolico è arrendersi.

Pubblico e organi di informazione tendono a leggere le grandi realizzazioni sportive come effetto del possesso di grandi talenti, non di un impegno straordinario. Il perché è ovvio: attribuire il successo degli altri a doni piovuti dal cielo ci salvaguarda dal doverci impegnare a nostra volta.

Recandosi la domenica in un centro commerciale si può assistere al naufragio dell’umanità. Non saprei definire in altro modo un certo tipo umano sempre più diffuso nella nostra società, il cui comportamento è caratterizzato da passività, apatia e disinteresse totale verso il mondo esterno, fatta eccezione che per il consumo di beni.

Se gli uomini non avessero il potere di trascendere la sofferenza, di imporsi, di andare oltre, di dimenticare la fatica, avrebbero fatto ben poca strada.

Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito, la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata, nello sport come nelle organizzazioni.

Se le nostre aspettative sono irrealistiche, la nostra motivazione crollerà al primo imprevisto. Quando non ce li aspettiamo, l’imprevisto o il disagio demotivano. Ma se li accettiamo fin dall’inizio come parte inevitabile del gioco, allora sappiamo ricominciare. In questo modo non perdiamo mai la motivazione.

Se scelgo di considerare gli errori solo dei fallimenti, la mia motivazione si esaurirà in fretta. E velocemente smetterò di cercare, di impegnarmi. Se invece vedo negli errori dei passi inevitabili per raggiungere l’obiettivo, ogni scacco mi stimolerà a proseguire con determinazione ancora maggiore.

Senza forza di volontà, senza impegno non si va da nessuna parte. Una volta questa era una lezione ben chiara. Oggi lo è molto meno.

Tutti abbiamo delle motivazioni. La differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli, difficoltà e problemi.

Una società demotivata condanna i suoi membri a non diventare mai padroni della propria vita.

Uno dei principali ostacoli alla motivazione è rappresentato da un debole senso di autoefficacia. Chi pensa che difficilmente ce la farà, chi nutre forti dubbi sulle sue possibilità di riuscita non si impegnerà per raggiungere un obiettivo. Chi ha un basso senso di autoefficacia appare spesso demotivato.

Libro di Trabucchi consigliato da Aforismario
Perseverare è umano
Come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport
Editore Corbaccio, 2012

L’uomo per natura non è un centometrista, è un maratoneta: questo è il risultato di due milioni di anni di adattamento all'ambiente circostante come dimostrano le più recenti teorie scientifiche sull'evoluzione umana. Il suo scatto non gli consentirà mai di raggiungere un’antilope, ma la sua resistenza e la sua motivazione sì. Purché sappia coltivarle e mantenerle salde nel tempo. Questa è la lezione che Pietro Trabucchi, psicologo e coach di atleti che praticano le discipline più dure dell’universo sportivo, come l’ultramaratona, ci insegna in questo libro. Il problema è che nella vita e nella società di oggi, la nostra più intima natura viene ostacolata da elementi estranei e fuorvianti come il mito del talento, la sopravvalutazione del potere degli incentivi o la leggenda dei motivatori esterni. Sempre più spesso crediamo che sia possibile avere successo in qualcosa – nello sport, nello studio, nel lavoro – solo se «siamo portati» oppure se riceviamo una spinta o una ricompensa che prescindono dall'intima soddisfazione di svolgere bene ciò che ci prefiggiamo. Siamo motivati, certo, abbiamo delle ambizioni, degli scopi, ma molto spesso non riusciamo a mantenere con costanza la nostra motivazione. Ci sentiamo frustrati perché non abbiamo subito successo, ci sentiamo demoralizzati se qualcuno non ci incita continuamente, ci sentiamo defraudati se non riceviamo un «premio» per i nostri sforzi. In sostanza sempre più spesso siamo condannati a sentirci dei falliti. E cerchiamo la causa del nostro fallimento fuori da noi, invece che dentro di noi, nel fatto che non «alleniamo» adeguatamente la nostra «resilienza» ovvero la nostra capacità di far durare la motivazione nel tempo. Come coach, Pietro Trabucchi insegna in primo luogo a trovare e mantenere in se stessi la forza di raggiungere un obiettivo; e a costruire con gli altri, compagni e allenatori, ma anche colleghi e superiori, figli e genitori, un sistema sano di relazioni in cui ognuno trova il suo ruolo, mostra le sue capacità e ottiene i suoi obiettivi aumentando la propria autostima e migliorando la qualità della propria vita e quella del gruppo in cui si muove, sia esso un team sportivo, un’azienda o una famiglia.

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