Alessandro Franci - Aforismi, frasi e citazioni

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Alessandro Franci (Firenze 1954), scrittore, poeta e aforista italiano. I seguenti pensieri di Alessandro Franci sono tratti dal libro La pena uguale, edito da Gazebo nel 2009.
Alessandro Franci
La pena uguale
© Gazebo 2009 - Selezione Aforismario

A volte, d'improvviso, quella pena oscura: il non essere riusciti. Il non aver neppure tentato. Non aver saputo prima cosa poteva essere, e dopo trovarsi qui, consapevoli che così non era previsto e non potrà mai più essere come mai non è stato. 

Anche il tacere, se ben meditato, fa parte del linguaggio.

Che differenza c'è tra uno scheletro ed un altro?

Confessarsi (a noi stessi) è mentirsi coscientemente; non riusciremo a dirci la verità. Ciò che ci diciamo è vero, sostanzialmente, in ogni parte; ma non è tutto.

Il "senso del dovere" porta con sé il principio di asservimento.

Il vuoto che c'è alle spalle perseguita quanto quello aperto lì davanti.

Il vuoto per quello che non è stato mai, e che invece avrebbe potuto essere, è una vera mancanza. Un'assenza irreparabile; ciò che non è stato non potrà aspirare neppure alla dignità di un ricordo.

In genere ci si protegge quasi esclusivamente dagli uomini; sempre più raro rimanere vittima di qualche altro animale.

L'abitudine è sosia della morte.

L'ansia guarda sempre al futuro. 

L'attesa delle decisioni da prendere: attendere che qualcuno decida al posto nostro.

L'incoscienza dà coraggio: è così che nascono gli eroi.

L'inganno ammette l'autorità; dà supremazia a colui cui si mente. Gli riconosciamo un potere superiore al nostro modello di libertà. L'illusione di proteggere le proprie ragioni fingendo denuncia debolezze e cattiva reputazione di sé. La sovranità che esercita su di noi il destinatario delle menzogne è il vero motivo per cui dovrebbe attrarre su se stesso la decenza della nostra estrema sincerità.
Si nasce involontariamente, tutto il resto dipende da noi. (Alessandro Franci)
L'ingenuità è priva di pregiudizi.

La sofferenza rende sinceri. 

La speranza come e soltanto extrema ratio,

La speranza come schiavitù. Un modo per delegare la propria sorte. 

Non è l'avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l'aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell'avvenimento.

O si è se stessi fino in fondo, o si è qualcun altro.

Ogni domanda è un'esigenza.

Ogni luogo non è quello, e ogni spazio non basta; qualsiasi parola è inascoltabile. Il tempo va via così. Va nell'attesa del tempo migliore. Ogni inizio è anche subito la fine. Il più e il meno coincidono sempre.

Quelle volte che nasce un problema, se ne risolviamo un altro.

Riportare a galla ciò che la normalità affonda nell'oblio.

Se una cosa non va, a poco a poco scopri altre cose che non vanno, come se l'una fosse legata all'altra. Oppure come se una congiura di destini, d'improvviso, ti si rivoltasse contro trascinandosi un corteo di antichi livori. Si finisce poi per ricominciare daccapo, considerando che tutto va male, cancellando e ripetendo sempre gli stessi errori. Così il destino riprende a lavorare: ricominci ad ingoiare rospi, fino a quando non ce la farai più e allora, nuovamente, ti accorgerai che qualcosa non va.

Si ha nostalgia anche di come saremmo potuti essere se non fossimo stati quelli che fummo. Il castigo per aver inseguito un' immagine vaga, cioè l'aspirazione a una condizione diversa da quella che vivevamo.

Si nasce involontariamente, tutto il resto dipende da noi.

Si può essere credibili mentendo, come dire la verità e non essere creduti.

Troviamo maggiori difficoltà ad attuare ciò che vorremmo rispetto a ciò che ci viene chiesto. Meno impegnativo esaudire gli altri.

Un test psicofisico per essere ammessi alla vita.

Viaggiare è cibo per ruminanti.

Libro di Alessandro Franci consigliato
La pena uguale
Editore: Gazebo, Firenze, 2009

Siamo assediati da cimiteri di parole; si usano termini morti, immolati all'usura di una vita sfiancante, per la mania di illustrare, divulgare, enunciare. Il cadavere della "frase fatta" è il mezzo più sicuro per comprendersi. In italiano un termine come "importante" è ormai sinonimo passe-partout e indica indiscriminatamente: pericoloso e rispettabile, grave e essenziale, rilevante o caratteristico. Non informa su un contenuto specifico ma è una convenzione accreditata e intuita. L'espressione uniformata ai cliché, con la sua indolenza, cerca l'intesa più facile per raggiungere una visione che di per sé non può essere che già acquisita. Lo scambio di patrimoni non può avvenire. Si tende a rimanere sul terreno comune. Fino a quando l'utilizzo delle immagini archetipo rimane leggibile, si avrà la certezza della condivisione o della disapprovazione entro i limiti convenuti Una visione che, invece, sfugga a prospettive così nette s'inoltra nel pensiero disimpegnando lo dal déjà vu. Il terreno comune, d'altronde, è più accessibile: la condivisione delle regole del gioco garantisce l'approvazione o la critica, recintando un elementare scambio di opinioni entro la decenza del galateo linguistico, per evitare di ammettere altro. La febbre della divulgazione, il pragmatismo sostanziale, hanno mietuto già molte vittime tra le proposizioni. Ogni parola, come un incastro a coda di rondine, ha la sua collocazione che rispecchia senza equivoci il senso, perché ciò che è detto deve essere compreso nell'unica accezione imposta, come si trattasse delle istruzioni per l'uso. La frase si abbassa al rango di accesso, perdendo definitivamente la sua autonomia e la sua grazia. Il concetto, ormai allontanato si da qualsiasi intenzione dialettica, è talmente chiaro da raggiungere la precisione di un'indicazione stradale. Molte parole sono giustiziate così: per l'abuso che ne viene fatto, in funzione dell' eccesso di chiarezza. Le rappresentazioni sono evidenti e comprese senza che un fremito le attraversi. La frase non ci commuove più, e neppure ci esalta o ci comunica qualcosa. È stata sufficiente la sintesi, è ciò che più ci interessava. Il simbolo diventa l'icona del riassunto.

Note
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