Cesare Marchi - Aforismi, frasi e citazioni

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Cesare Marchi (Villafranca di Verona 1922 - 1992), scrittore e giornalista italiano. Dopo la laurea in Lettere all'Università di Padova, Cesare Marchi inizia a lavorare come insegnante delle scuole medie. In seguito, diviene collaboratore de L'Arena di Verona e de Il Giornale.
Le seguenti citazioni di Cesare Marchi sono tratte da alcuni dei suoi saggi più famosi, a cominciare da Impariamo l'italiano (1984), che ebbe un grande e inaspettato successo; Siamo tutti latinisti (1986), Quando eravamo povera gente (1988), Non siamo più povera gente (1989), Quando siamo a tavola (1990) e Quando l'Italia ci fa arrabbiare (1991).
Cesare Marchi
Impariamo l'italiano
© Rizzoli 1984 - Selezione Aforismario

A chi l’usa senza conoscerne l’origine, una parola può scoppiare in mano, come una rivoltella maneggiata da un bambino.

L’italiano è una lingua un po’ ballerina; stabilita una regola subito si contraddice con eccezioni e concessioni, non si sa mai come la pensi, insomma come le donne troppo amate, quando dice forse vuol dire sì, e quando dice no vuol dire forse.

Esiste il pericolo che la capillare penetrazione del mezzo audiovisivo diffonda tra le masse, anche negli strati più sensibili alla corretta italianità, una strisciante codificazione dell’errore spacciandola per espressione ortodossa, se non addirittura dogma («L’ha detto la tv!»).

La nostra lingua è seminata di trabocchetti per gli stranieri che la studiano, figuriamoci per gli italiani, che non la studiano mai.

C’era una volta il congiuntivo. Incubo degli scolari, idolo dei pedanti, fiore all'occhiello dell’epistolografia amorosa, a tutti i livelli. [...] Nei salotti i ben pensanti e i ben parlanti tremavano nell'affrontare la desinenza d’un congiuntivo, sbagliarla era una gaffe imperdonabile, peggio che indossare scarpe marrone con lo smoking.

È morto anche il congiuntivo, ucciso da quegli strumenti di comunicazione che in anglo-latino si chiamano mass media e in italiano mezzi di massa.

La distinzione classica tra il congiuntivo, arduo sentiero per esprimere il dubbio, la possibilità, l’irrealtà, l’esortazione, cioè la sfera delle opinioni soggettive, delle azioni non certe; e l’indicativo, strada maestra della realtà oggettiva, delle azioni certe, va scomparendo.

In materia di etimologia, mai fidarsi dell’orecchio. Meglio tagliarselo. Se salone è l’accrescitivo di sala, ciò non vuol dire che mattone derivi da matto, bottone da botte, burrone da burro. Rubinetto non è un rubino piccolo (anche se Dante lo adopera in tal senso), il brigantino non è un brigante in tenera età, la focaccia non va scambiata per una foca di facili costumi.

Le famiglie delle parole assomigliano a quelle degli uomini. Alcune hanno origini illustri, altre hanno perduto il capostipite nella nebbia dei tempi, e c’è sempre la pecora nera che si guasta con le cattive compagnie.

I fidanzati non si scrivono più, stanno ore al telefono, apparecchio più rapido e meno compromettente, perché ti consente di dire alla ragazza: "Ti amo con tutto il quore" e lei non s’accorge che l’hai pensato con la q.

I testi delle canzonette stanno alla musica leggera come i libretti al melodramma: in genere, penosi gli uni e gli altri, riscattati per fortuna dal magistero della musica.

Non è necessario, né d’altra parte sarebbe umanamente possibile, conoscere a memoria tutto il vocabolario; l’importante è consultarlo con giudizio al momento opportuno, come non serve sapere tutto l’orario ferroviario, basta saperlo leggere quando dobbiamo prendere il treno.

Più ancora che alle istorie, conviene esortare gl’italiani al dizionario, scrigno discreto che racchiude, dall’A alla Z, la nostra sterminata ignoranza.

Se possiedi le parole, possiedi le cose.

Se uno scrivesse regno monarchico, acqua idraulica, ghiaccio gelato, fuoco igneo, passerebbe per matto. Chi dice repubblica democratica popolare, no.

Una lingua che non si evolve e rifiuta ogni apporto esterno, è una lingua morta. Ma se si evolve e cambia troppo rapidamente, accettando dall’estero tutto, brillanti e spazzatura, rischia di perdere la sua individualità, e di morire per altra via.

Viviamo, giustamente orgogliosi, in un regime di libertà di parola; ma com'è possibile esercitarla, se ne conosciamo così poche?

Vocabolario. Assieme all'elenco telefonico, è il più democratico dei libri. Nessun culto della personalità. Tutte le parole, poetiche e tecnologiche, umili e dotte, arcaiche e ultramoderne vi figurano in rigoroso ordine alfabetico, accettando come in autobus il posto assegnato dal caso.

La virgola, etimologicamente «piccola verga», è un esile ma indispensabile paletto che sorregge il filo del discorso, e pausa benedetta per il nostro respiro.

Per una virgola sbagliata, c’è chi ci ha rimesso la pelle. Anni addietro, nel paese di Rio Bianco (Bolzano) un medico ordinò a una donna 1,5 pastiglie di tranquillante, tre volte al giorno. Ma la virgola sulla ricetta era scritta male, lei lesse 15 pastiglie per tre volte al giorno e in breve morì, per eccesso di farmaci.

Qualcuno alla virgola dovette la vita. Presentando al suo re la domanda di grazia d’un condannato a morte, il ministro di giustizia vi aggiunse la postilla: «Grazia impossibile, fucilarlo». Ma il sovrano, clemente, presa la penna cancellò la virgola del ministro e ne aggiunse una sua, dopo la prima parola, sicché risultò la frase: «Grazia, impossibile fucilarlo».

Dall'uso corrente sono stati eliminati i puntini di sospensione, accusati di provincialismo, di reticenza e di promesse non mantenute, come succede quando preannunciano una battuta umoristica, e par quasi dicano: adesso preparatevi a ridere, e arriva una battuta triste come un due novembre.
La nostra lingua è seminata di trabocchetti per gli stranieri che la studiano,
figuriamoci per gli italiani, che non la studiano mai. (Cesare Marchi)
Siamo tutti latinisti 
© Rizzoli 1986

Moltissime locuzioni provengono dalla bimillenaria cultura cristiana, della quale siamo tutti linguisticamente tributari, credenti e no. Molte altre derivano dal diritto romano, solenni monumenti d’una civiltà giuridica che noi posteri ammiriamo non meno degli anfiteatri e degli acquedotti, fatti da architetti che avevano l’ambizione di costruire per l’eternità.

Quando eravamo povera gente 
© Rizzoli 1988

È destino che ogni generazione calunni se stessa, rimpianga le precedenti, per poi essere rivalutata dalle successive.

Chi rimpiange la vecchia civiltà contadina, non l'ha mai conosciuta da vicino.

La botte è l'unico carcere che renda migliore chi vi sta dentro.

I proverbi dialettali non sono «trasferibili», vanno gustati sul posto. Come il lambrusco.

Non siamo più povera gente
© Rizzoli 1989

Chi per tanto tempo si è adattato a vivere male, non sospettando l'esistenza del meglio, appena lo intravvede lo vuole subito. Poi non si accontenta del meglio, vuole l'ottimo.

L'incontentabilità umana può restare assopita per un tempo più o meno lungo, ma una volta risvegliata è difficile frenarla. Ed è bene che sia così, perché l'incontentabilità è la molla che fa avanzare il mondo. Se l'uomo si fosse sempre accontentato, sarebbe ancora fermo alle caverne e alle palafitte. 

I giapponesi dicono che siamo una nazione di stupidi, il «Figaro Magazine» che siamo dei casanova. Non hanno capito niente. Noi siamo la nazione del ma. 

L'umorismo non distribuisce certezze, la sua casa è il dubbio.

[L'italiano] ama le battute di spirito, ma a carico degli altri. Sale sempre sul carro del vincitore, ma è prontissimo a scendere in corsa, se si accorge di avere sbagliato carro.

[L'italiano] legge i giornali di sinistra, ma non vota a sinistra. Se vota a sinistra, è contrario alla selezione meritocratica, ma per il suo tempo libero sceglie i ristoranti con due stelle, i concerti con i più famosi direttori d'orchestra.

L'italiano è per il divorzio, l'aborto, la pillola, la fecondazione artificiale, ma spende un milione per il vestito della figlia che va alla prima comunione.

Quando siamo a tavola
© Rizzoli 1990

Diceva Ennio Flaiano che il nostro, più che un popolo, è una collezione. Ma quando scocca l'ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della penisola si riconoscono italiani come quelli d'oltre manica, all'ora del te, si riconoscono inglesi. Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un simile potere unificante. L'unità d'Italia sognata dai padri del Risorgimento oggi si chiama pastasciutta; per essa non si è versato sangue, ma molta pummarola.

I peccati esigono calorie, la gola gliele fornisce. Perciò i santi eremiti si ritiravano nel deserto a digiunare, cibandosi di erbe e di locuste. Negando al corpo le calorie nell'aldiquà, sottraevano l'anima alle fiamme nell'aldilà. 

Assieme alla lussuria, la gola è il vizio più confessabile. Nessuno si vanterà pubblicamente di essere invidioso, avaro, tracotante, iracondo, negligente. Ma nessuno si vergognerà di dire che va matto per le profiteroles (e per Francesca Dellera).

L'ira, furor brevis come la chiamò Orazio, fomenta risse allo stadio, tumulti di disoccupati davanti alla prefettura e parolacce in parlamento.

La superbia scava abissi di odio tra i sottomessi e i soprastanti, continuamente pungolati, quest'ultimi, dall'insana smania di eccellere.

L'avarizia accumula ricchezze che usa per il tornaconto personale, non nell'interesse collettivo.

L'invidia soffre per la buona fortuna del prossimo, e non potendo godere, per insufficienza propria, dei propri successi, gode malignamente degli insuccessi altrui.

L'accidia è pigrizia, negligenza nel fare il bene, nel compiere i propri doveri verso se stessi e verso la collettività.

La gola, è stato scritto, ha un'altra peculiarità: è il solo vizio che aumenta con l'età, mentre tutti gli altri tendono a diminuire. 

Nel Veneto si dice: il baccalà l'è come la dona, più la se bastona più la diventa bona.

Quando l'Italia ci fa arrabbiare
© Rizzoli 1991

La pubblicità è vecchia come il mondo. Infatti, come tutti sanno, cominciò il serpente a decantare a Eva le virtù della sua frutta.

Vagheggiano come una età di Saturno l'antica civiltà contadina. Chi la rimpiange, non l'ha mai conosciuta.

Libro di Cesare Marchi consigliato
Impariamo l'italiano 
Editore BUR Bibl. Univ. Rizzoli, 2003

Qual è il plurale di goccia o di ciliegia? Quando mettere l'apostrofo e quando l'accento? Quale preposizione usare? Come distinguere il congiuntivo dal condizionale? Dubbi e crucci di tal fatta spesso bloccano, con la penna a mezz'aria, chi desidera scrivere in un italiano decente. Una lingua complessa per gli stranieri che la studiano, e ignota ai tanti italiani che non l'hanno mai studiata davvero. Questo volume conduce il lettore fra i trabocchetti della grammatica, gli ostacoli della sintassi e i misteri dell'etimologia, spiegando regole, eccezioni ed evoluzioni della lingua.

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