Paul-Henri Thiry d’Holbach - Frasi e citazioni

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Paul-Henri Thiry d’Holbach (Edesheim 1723 - Parigi 1789), filosofo tedesco naturalizzato francese. Ateo e materialista, d'Holbach è stato una figura di spicco dell'Illuminismo radicale europeo, e tra i collaboratori dell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert, 
Le seguenti citazioni di Paul-Henri Thiry d’Holbach sono tratte da: Sistema della Natura (Systeme de la Nature, 1770), Saggio sui pregiudizi (Essai sur les préjugés, 1770) e Il buon senso (Le bon sens, 1772).
Paul-Henri Thiry d’Holbach
Sistema della Natura
Systeme de la Nature, 1770 - Selezione Aforismario

La natura non è una creazione; essa è sempre esistita; tutto accade nel suo seno; essa è un immenso laboratorio fornito di materiali, e fabbrica gli strumenti dei quali essa si serve per agire. 

Se l'ignoranza della natura diede vita agli dèi, la sua conoscenza li distruggerà.

Gli uomini, in tutti i paesi, hanno adorato dèi bizzarri, ingiusti, sanguinari, implacabili, di cui non osarono mai esaminare i diritti. Questi dèi furono dappertutto crudeli, dissoluti, parziali; rassomigliarono a quei tiranni sfrenati che si prendono impunemente giuoco dei loro sudditi infelici, troppo deboli o troppo ciechi per resistere loro o per sottrarsi al giogo che li opprime.

Gli uomini si inganneranno sempre quando abbandoneranno l’esperienza per sistemi partoriti dall’immaginazione.

L’uomo è l’opera della natura, esiste nella natura, è sottomesso alle sue leggi, non può affrancarsene, non può, anche con il pensiero, uscirne; vanamente il suo spirito vuole slanciarsi al di là dei limiti del mondo sensibile, è sempre costretto a rientrarvi.

Per un essere formato dalla natura e circoscritto da essa, non esiste alcunché al di là del grande tutto di cui fa parte e di cui sente le influenze; gli esseri, che si suppongono al di sopra della natura o distinti da essa, sono sempre chimere, delle quali non sarà mai possibile formarci delle idee veritiere.

La vanità umana fece sua, senza dubbio, un’ipotesi che sembrava distinguere l’uomo da tutti gli altri esseri fisici, attribuendo alla nostra specie la prerogativa di un’indipendenza totale che, per poco che si rifletta, avvertiremo impossibile.

Finché gli uomini, intestarditi nelle loro opinioni religiose, andranno a cercare in un mondo immaginario i princípi della condotta che devono tenere quaggiú, non avranno affatto princípi; finché essi si ostineranno a contemplare i cieli, cammineranno a tentoni sulla terra ed i loro passi incerti non incontreranno mai il benessere, la sicurezza, la tranquillità necessari alla loro felicità.

L'ateo è considerato un essere malefico, un avvelenatore pubblico; colui che osa svegliare i mortali da un sonno letargico in cui l'abitudine li ha gettati, passa per un perturbatore; colui che vorrebbe calmare i furori frenetici passa per un frenetico lui stesso; colui che invita i suoi associati a spezzare le catene sembra solo un insensato e un temerario a prigionieri i quali credono che la loro natura li ha fatti unicamente per essere incatenati e per tremare.

Saggio sui pregiudizi
Essai sur les préjugés, 1770

La saggezza non è nulla se non conduce alla felicità.

Non esiste errore utile al genere umano; non esiste pregiudizio che non abbia conseguenze più o meno terribili per la società.

Se dubitare di tutto è un segno di follia, non dubitare di niente è il segno di una stravaganza orgogliosa.
La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri
termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una
causa che non capite affatto. (Paul-Henri Thiry d’Holbach)
Il buon senso
Le bon sens, 1772 - Selezione Aforismario

Adorare Dio significa adorare le finzioni del proprio cervello, o, meglio ancora, non adorare nulla.

C'è una scienza che ha per oggetto solamente cose incomprensibili. Al contrario di tutte le altre scienze, essa non si occupa che di ciò che non può essere percepito dai sensi. Hobbes la chiama «il regno delle tenebre». È un regno in cui tutto dipende da leggi opposte a quelle che gli uomini sono in grado di conoscere nel mondo che abitano. In questa strana regione, la luce non è altro che buio; l'evidente diviene dubbio o falso; l'impossibile diviene credibile; la ragione è una guida infedele, e il buon senso si trasforma in delirio. Questa scienza si chiama teologia, e questa teologia è un insulto continuo alla ragione umana.

Chiunque accetterà di consultare il buon senso sulle credenze religiose, si accorgerà facilmente che tali credenze non hanno alcun solido fondamento; che ogni religione è un castello in aria; che la teologia non è che l'ignoranza delle cause naturali ridotta a sistema, nient'altro che un vasto tessuto di chimere e di contraddizioni. 

Chi combatte la religione e i suoi fantasmi con le armi della ragione somiglia a uno che si serva d'una spada per uccidere dei moscerini; subito dopo che il fendente è stato vibrato, i moscerini e le chimere ricominciano a volteggiare, e riprendono nelle menti il posto da cui si credeva di averli eliminati. 

Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: "Uno spirito". Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l'universo: vi risponderanno: "Uno spirito".

Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale? Perché sono stati fortemente terrorizzati; perché, quando si ha paura, si cessa di ragionare; perché sono stati esortati soprattutto a diffidare della loro ragione; perché, quando il cervello è turbato, si crede a tutto e non si esamina più niente.

Gli adepti dei diversi culti si accusano reciprocamente di superstizione e di empietà. I cristiani hanno orrore della superstizione pagana, cinese, maomettana. I cattolici romani trattano da empi i cristiani protestanti; questi a loro volta declamano senza posa contro la superstizione cattolica. Hanno tutti ragione. Essere empio significa avere opinioni ingiuriose verso il proprio dio; essere superstizioso significa averne idee errate. Accusandosi volta a volta di superstizione, i diversi religionisti somigliano a dei gobbi che si rinfacciano l'un l'altro la loro deformità. 

Finora, ogni religione si è basata soltanto su quelle che in logica si chiamano «petizioni di principio»: si fanno supposizioni arbitrarie, e poi si svolgono le dimostrazioni partendo dalle supposizioni che si sono fatte.

I misteri più venerati in una religione sono oggetto di riso per un'altra.

I devoti, incapaci di accusare Dio di malvagità, si abituano a considerare i più duri colpi della sorte come prove indubbie della bontà celeste. Se sono immersi nel dolore, si ordina loro di credere che Dio li ama, che Dio li protegge, che Dio vuol metterli alla prova. Così la religione è arrivata a mutare il male in bene! Un incredulo diceva giustamente: "Se il buon Dio tratta così quelli che ama, lo prego con tutto il cuore di non pensare a me".

I precettori del genere umano si comportano con molta avvedutezza, insegnando agli uomini i princìpi religiosi prima che essi siano in grado di distinguere il vero dal falso, o la mano sinistra dalla mano destra. Sarebbe difficile ammaestrare un uomo di quarant'anni fornendogli le nozioni incoerenti che ci vengono dette sulla divinità; altrettanto difficile quanto scacciare quelle nozioni dalla testa d'un uomo che ne sia imbevuto dalla più tenera infanzia.

I selvaggi che abitano il Paraguay si considerano discendenti dalla Luna, e li consideriamo degli imbecilli. I teologi europei si considerano discendenti da un puro spirito. Questa pretesa è molto più ragionevole?

I teologi trattano gli uomini come fanciulli, che non fanno mai obiezioni sulla veridicità dei racconti che ascoltano.

Il devoto non ragiona mai e si guarda bene dal ragionare. Egli teme ogni riflessione critica; segue l'autorità; e spesso, addirittura, la sua coscienza sviata dall'errore gli ordina, come un sacro dovere, di fare il male. L'incredulo ragiona, consulta l'esperienza e la preferisce al pregiudizio. Se ha ragionato giustamente, la sua coscienza s'illumina; egli trova, per fare il bene, dei motivi più concreti che il devoto, il quale non ha altri motivi che le sue chimere e non ascolta mai la ragione.

Ignoranza e paura, ecco i due sostegni di tutte le religioni. L'incertezza in cui l'uomo si trova in rapporto al proprio Dio è precisamente il motivo che lo tiene aggrappato alla sua religione. 

In fatto di religione, gli uomini non sono che dei grandi bambini. Più una religione è assurda e piena di stranezze, più acquista diritti su di loro.

L'uomo sensibile diventa incredulo perché vede che la religione, lungi dal rendere gli uomini più felici, è la prima sorgente dei maggiori scompigli e delle calamità permanenti dalle quali la specie umana è afflitta.

La religione è l'arte di tenere occupate le menti limitate degli uomini su ciò che esse non sono in grado di comprendere.

La religione, in ogni epoca, non ha fatto che riempire lo spirito umano di tenebre, e mantenerlo nell'ignoranza dei suoi veri rapporti, dei suoi veri doveri, dei suoi veri interessi. Solo mettendo in fuga le sue nebbie e i suoi fantasmi scopriremo le fonti della verità, della ragione, della morale, e i motivi reali che devono condurci alla virtù.

La religione passa dai padri ai figli, come i beni di famiglia coi loro gravami. Ben pochi, nel mondo, avrebbero un Dio, se qualcuno non si fosse preso cura di darglielo. 

La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite affatto.

La natura non è una creazione; essa è sempre esistita; tutto accade nel suo seno; essa è un immenso laboratorio fornito di materiali, e fabbrica gli strumenti dei quali essa si serve per agire.

La teologia non è che l'ignoranza delle cause naturali ridotta a sistema, nient'altro che un vasto tessuto di chimere e di contraddizioni.

La teologia potrebbe a giusta ragione esser definita «la scienza delle contraddizioni».

La vanità dell'uomo lo persuade che è il centro dell'universo. Egli si crea un mondo e un Dio per suo esclusivo vantaggio; si crede tanto importante da poter alterare a suo piacimento il corso della natura; ma ragiona da ateo appena si tratta degli altri animali. S'immagina che gli esseri di specie diversa dalla sua siano degli automi poco degni delle attenzioni della Provvidenza universale, e che le bestie non possano essere oggetto della sua giustizia o della sua bontà.

Le credenze religiose degli uomini di ogni paese sono antichi e durevoli relitti dell’ignoranza, della crudeltà, dei terrori e della ferocia dei loro antenati.

Per disilludere quanto all'utilità delle credenze religiose, basta aprire gli occhi e considerare qual è il comportamento morale nei popoli più sottomessi alla religione. Vi scorgiamo tiranni superbi, ministri oppressori, cortigiani perfidi, innumerevoli truffatori di denaro pubblico, magistrati senza scrupoli, imbroglioni, adultere, libertini, prostitute, ladri e manigoldi di ogni sorta, i quali non hanno mai dubitato né dell'esistenza di un Dio punitore e remuneratore, né dei supplizi dell'inferno, né delle gioie del paradiso.

Per la sua stessa essenza, la religione è la nemica della gioia e del benessere degli uomini. «Beati i poveri! Beati quelli che piangono! Beati quelli che soffrono!». E maledetti quelli coloro che si trovano nell'agiatezza e nella gioia! Tali sono le singolari scoperte annunciate dal cristianesimo!

Per mettere in chiaro i veri princìpi della morale, gli uomini non hanno bisogno né di teologia, né di rivelazione, né di divinità: hanno bisogno solamente del buon senso.

Qualsiasi uomo raziocinante diviene ben presto incredulo, perché il ragionamento gli dimostra che la teologia non è che un tessuto di chimere, che la religione è contraria a tutti i princìpi del buon senso, che essa diffonde un'aura di falsità in tutti i rapporti umani.

Quanto più una religione è ricca di misteri, quanto più presenta alla mente cose incredibili, tanto più ha buone probabilità di piacere all'immaginazione degli uomini, la quale vi trova, proprio per questo, un continuo alimento. Più una religione è tenebrosa, più sembra divina, cioè conforme alla natura di un essere arcano del quale non si sa nulla.

Se Dio è dappertutto, è anche in me, agisce con me, sbaglia con me, offende Dio con me, combatte con me l'esistenza di Dio.

Se la religione fosse chiara, avrebbe molto meno attrattiva per gli ignoranti. Essi hanno bisogno di oscurità, di misteri, di terrori, di favole, di prodigi, di cose incredibili che li facciano sempre lavorare di fantasia. I romanzi, le leggende tenebrose, i racconti di fantasmi e di stregoni esercitano sulle menti del volgo ben più fascino che le storie vere.

Strani ragionatori sono i teologi! Dal momento che non possono indovinare le cause naturali delle cose, inventano delle cause che essi chiamano «soprannaturali»; immaginano spiriti, cause occulte, agenti inesplicabili, o piuttosto parole molto più oscure delle cose che tentano di spiegare.

Troppo a lungo i maestri dei popoli hanno fissato gli occhi al cielo: li rivolgano una buona volta alla terra. Stanco di una teologia incomprensibile, di favole ridicole, di misteri impenetrabili, di cerimonie puerili, l'intelletto umano si occupi di cose naturali, di oggetti intelligibili, di verità accessibili ai sensi, di conoscenze utili. Si facciano scomparire le vane chimere che tengono imprigionati i popoli, e ben presto idee conformi a ragione verranno da sé a collocarsi in cervelli che si credeva fossero destinati per sempre all'errore.

Tutte le religioni sono facili a combattersi, ma difficili a sradicarsi.

Un Dio universale avrebbe dovuto rivelare una religione universale. Per quale fatalità, dunque, si trovano sulla terra tante religioni diverse? Qual è la vera, tra la moltitudine di quelle che pretendono di esserlo, ciascuna escludendo tutte le altre? Vi sono buoni motivi di credere che nessuna goda di questa superiorità; i dissensi e le dispute nelle opinioni religiose sono segni evidenti dell'incertezza e dell'oscurità dei princìpi dai quali si parte.

Un filosofo, parlando dei teologi, ha detto molto argutamente che "essi hanno trovato la soluzione del famoso problema di Archimede: un punto nel cielo, appoggiandosi al quale essi muovono il mondo".

Libro di d’Holbach consigliato da Aforismario
Il buon senso 
Curatore: Sebastiano Timpanaro 
Editore: Garzanti Libri, 2006 

Il buon senso è una lucida e vigorosa esposizione delle principali tesi filosofiche dell’autore, esponente tra i più radicali del materialismo francese dell’età dei lumi, amico di Diderot e assiduo collaboratore dell’Encyclopédie. In questo audace e dissacrante libello, da alcuni condannato come empio e pericoloso, da altri acclamato come il manuale per l’edificazione dei giovani apprendisti atei, Holbach propugna una concezione rigorosamente materialistica della natura, dell’uomo e della società tesa a emancipare l’individuo dalle superstizioni e dalle imposture religiose per renderlo felice e padrone di sé. Nella battaglia di Holbach in favore di un ateismo alla portata del popolo, il «buon senso» non è una dottrina per iniziati o il vezzo aristocratico di poche menti elette, ma una filosofia per tutta l’umanità.

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