Franco Basaglia - Frasi su follia, psichiatria e istituzione

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Franco Basaglia (Venezia 1924-1980),  psichiatra e neurologo italiano, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che, abolendo i manicomi, introdusse un'importante revisione degli ospedali psichiatrici in Italia e promosse notevoli trasformazioni nel trattamento sul territorio delle persone con gravi disturbi mentali.
Come ha affermato la stesso Franco Basaglia: "La nostra azione di rovesciamento ha avuto inizialmente questo significato: smascherare la violenza dell'istituzione psichiatrica, dimostrare la gratuità ed il carattere puramente difensivo delle misure repressive manicomiali, attraverso l'edificazione di una dimensione istituzionale diversa, dove il malato potesse gradualmente ritrovare un ruolo che lo togliesse dalla passività in cui la malattia, prima, e l'azione distruttiva dell'istituto, poi, lo avevano fissato. In questo senso l'avvio ad una nuova dimensione terapeutica doveva passare attraverso la distruzione della realtà manicomiale in quanto autoritario-gerarchico-repressivo-punitiva, per giungere a costituire un'istituzione dove la libera comunicazione fra malati, infermieri e medici avrebbe sostituito le mura e le sbarre, nell'azione di sostegno e di protezione per i malati". [Le contraddizioni della comunità terapeutica, 1970].
In un'intervista del 1979: "La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent'anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un'azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare".
Franco Basaglia
La distruzione dell'ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione
1964 - Selezione Aforismario

Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento.

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale [...]; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione.

L'assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo.

Che cos'è la psichiatria?
1967 - Selezione Aforismario

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere che è poi quella di far diventare razionale l'irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato.

"Pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo". Questa è la motivazione con la quale il malato mentale entra in manicomio; in un luogo la cui funzione è - in questa motivazione stessa - già precisata come azione di tutela, di difesa del sano di fronte alla follia e dove il malato assume un ruolo puramente negativo, come se il suo rapporto con l'istituzione si svolgesse al solo livello della sua eventuale pericolosità.

Corpo e istituzione
1967

Il malato, che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è quello dell'istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell'istituzione, per l'istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.

Il problema della gestione
1968

Per poter veramente affrontare la "malattia", dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall'istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?

L'istituzione negata
1968

È ovvio che uno schizofrenico è uno schizofrenico, ma innanzitutto è un uomo che ha bisogno di affetto, di denaro e di lavoro; è un uomo totale, e noi dobbiamo rispondere non alla sua schizofrenia ma al suo essere sociale e politico.

Uno schizofrenico abbiente, ricoverato in una casa di cura privata, avrà una prognosi diversa da quella dello schizofrenico povero, ricoverato con l'ordinanza in ospedale psichiatrico. Ciò che caratterizzerà il ricovero del primo, non sarà soltanto il fatto di non venire automaticamente etichettato come un malato mentale "pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo", ma il tipo di ricovero di cui gode lo tutelerà dal venire destorificato, separato dalla propria realtà.

Morire di classe
1969

Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla?

L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico.

L'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto deputato a controllarlo.
Il manicomio non serve a curare la malattia mentale
ma solo a distruggere il paziente. (Franco Basaglia)
Corso di aggiornamento per operatori psichiatrici
1974

Se la malattia resta coperta dalla malattia istituzionale, non si riuscirà ad uscire da questa totale identificazione che ci impedisce ogni possibilità di comprensione.

Dato il livello ridottissimo delle nostre conoscenze nel campo della malattia mentale (in particolare la schizofrenia, di cui conosciamo le diverse modalità di espressione, ma quasi nulla di ciò che riguarda l'eziologia), non possiamo continuare ad "accantonare" i malati in attesa di raggiungere una più approfondita comprensione di ciò di cui soffrono, aumentandone la sofferenza attraverso la reclusione e la segregazione; tentiamo invece di "accantonare" la malattia come vuota definizione e semplice etichettamento, cercando di creare una possibilità di vita e di comunicazione, tale da consentire insieme l'affiorare e il liberarsi di elementi in grado di darci qualche indicazione per l'indagine futura.

Conferenze brasiliane
1979 - a cura di Franca Ongaro Basaglia e Maria Grazia Giannichedda
© Raffaello Cortina Editore 2000 - Selezione Aforismario

"Folle", "pazzo" sono parole generiche, astratte. Ma quando si dice "malato mentale" questa persona diventa concreta ed è accettata dal mondo in cui viviamo, e quando si dice "schizofrenico" è più accettata ancora perché è chiaro a tutti che la casa del malato di mente, dello schizofrenico, è il manicomio. Questo è il luogo che rende possibile la sua accettazione per la società razionale.

Il manicomio è tanto sporco che quando si tenta di eliminarlo viene fuori qualcosa che comunque è più pulito.

Se partiamo dall'origine della psichiatria, nata come elemento di liberazione dell'uomo, dobbiamo ricordare Pinel, che liberò i folli dalle prigioni ma purtroppo, dopo averli liberati, li rinchiuse in un'altra prigione che si chiama manicomio. Cominciano così il calvario del folle e la grande fortuna dello psichiatra.

Il manicomio non serve a curare la malattia mentale ma solo a distruggere il paziente, a controllare la sua devianza, la sua improduttività.

La ragione per la quale molte di queste persone erano dovute andare in ospedale, tanto tempo prima, era stata una conseguenza dell'insopportabilità della vita sociale. Il manicomio non faceva altro che catturare persone indesiderabili e contenerle nell'istituzione, in una specie di morte civile. Questa è ancora la terapia dei manicomi.

Le persone che sono in manicomio da cinque, dieci, quindici anni, non sono più "malate di malattia", sono "malate di istituzione".

Nel manicomio, l'identità del tecnico è quella di essere il padrone assoluto, il padrone medioevale di molte anime, dieci, venti, trenta, mille, duemila anime. Il problema è che quando si parla di distruzione del manicomio la terra trema sotto i piedi del tecnico, che perde la sua identità ed entra in una situazione anomala, perché non sa più chi è.

Se noi seguiamo il modo in cui viene ricoverata una persona in manicomio, e la rivediamo dopo un anno, noi possiamo cogliere bene "il vortice degli inganni', tutto l'iter attraverso il quale la persona viene ridotta a cosa. La persona che viene internata protesta per il suo internamento e la prima cosa che viene fatta è un'iniezione, se non viene legata con la camicia di forza. Comincia così la "carriera morale del malato di mente" che a un certo punto capisce che è meglio adattarsi agli ordini dell'istituzione, non ribellarsi. Si avvia così quel processo chiamato istituzionalizzazione: la persona, il folle incarcerato dalla e nella malattia viene incarcerato nell'istituzione, e in questo momento la persona sofferente diventa un oggetto dell'istituzione, docile come una bestia selvaggia addomesticata.

Chi non ha denaro per la terapia non esiste, e di conseguenza sta in manicomio.

Nel manicomio la condizione di potere del medico e di dipendenza del malato non dà alcuna possibilità di mettere in atto una terapia. È per questo che noi proponiamo l'eliminazione di queste istituzioni che si chiamano manicomi. Perché nel manicomio non si può praticare alcuna terapia data la relazione di potere del medico sul malato. La terapia ha senso quando c'è reciprocità fra malato e medico.

Quando diciamo no al manicomio, noi diciamo no alla miseria del mondo e ci uniamo a tutte le persone che nel mondo lottano per una situazione di emancipazione.

Il problema dell'oppressione, dell'istituzionalizzazione non riguarda solo il malato mentale o il manicomio ma la struttura sociale nel suo complesso, il mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni. La fabbrica in cui l'operaio lavora è alienante quanto il manicomio; il carcere non è un luogo di riabilitazione per il detenuto ma un luogo di controllo e di annientamento; l'università e la scuola, che sono tra le istituzioni più importanti della società, non insegnano nulla né ai bambini né ai giovani, sono solo un punto di partenza o una sala d'attesa prima di entrare nel gioco della produttività.

Le personalità psicopatiche sono quelle che soffrono e fanno soffrire gli altri. Non so chi tra di noi non soffra o non faccia soffrire gli altri...

Una società, per essere civile, deve essere razionale. Ecco perché tutto ciò che è irrazionale deve essere controllato dalla ragione. È così che nasce l'istituzione razionale del manicomio, che racchiude l'irrazionalità. Una persona folle diventa nuovamente razionale nel momento in cui è internata in manicomio.

Noi oggi mettiamo in evidenza che ogni situazione che ci viene portata è una "crisi vitale" e non una "schizofrenia", ovvero una situazione istituzionalizzata, una diagnosi. Allora noi vedevamo che quella "schizofrenia" era espressione di una crisi, esistenziale, sociale, famigliare, non importa, era comunque una "crisi". Una cosa è considerare il problema una crisi e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto mentre la crisi è una soggettività.

Io non sono cattolico, sono cattolico solo anagraficamente, però fra lo psicoanalista e il prete preferisco il prete: perché mentre il prete confessa tutto il mondo, borghesi e proletari, lo psicoanalista confessa solo i borghesi...

Quando ho di fronte un uomo nella sua dimensione collettiva, sociale, posso risolvere qualche problema materiale. Parlando per assurdo, potrei alimentare tutti gli uomini, offrire casa a tutti, creare condizioni di conforto materiale che possano soddisfare tutti. Tuttavia, il dolore che opprime l'uomo, l'angoscia di ogni giorno nella relazione con gli altri uomini, tutto questo io non posso risolverlo. Questa angoscia esistenziale fa parte dell'uomo, è una realtà, e tale relazione tra l'ordine sociale e la dimensione esistenziale rappresenta la contraddizione e l'opposizione della nostra vita. Non c'è ricetta, né dal punto di vista politico, né a livello di buona volontà, che possa risolvere questa contraddizione.

Nel momento in cui convinciamo, vinciamo.

Coloro che possono sopravvivere economicamente hanno anche la possibilità di esprimere il dolore, cioè di esprimersi soggettivamente, perché esprimere una sofferenza esistenziale è esprimersi soggettivamente. Chi non ha i mezzi economici per sopravvivere non può esprimersi in alcun modo, non conosce la sofferenza esistenziale, conosce solo la sofferenza della sopravvivenza.

Lezione con gli infermieri
1979

Aprire l'Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a "questo" malato.

Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga.

Scritti
1982 (postumo)

Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l'uomo in essa trova o non trova.

Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire.

Fonte sconosciuta
Continuare ad accettare la psichiatria e la definizione di "malattia mentale" significa accettare che il mondo disumanato in cui viviamo sia l'unico mondo umano, naturale, immodificabile, contro il quale gli uomini sono disarmati.

Note
Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Vittorino Andreoli - Aldo CarotenutoGiovanni Jervis 

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