Giovanni Falcone - Frasi su Mafia e Cosa Nostra

Selezione delle frasi più belle e delle citazioni più significative di Giovanni Falcone (Palermo 1939 - Isola delle Femmine 1992), magistrato italiano. Insieme al collega e amico Paolo Borsellino, Giovanni Falcone è considerato uno dei magistrati che più ha contribuito alla lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale. Per il suo impegno, Giovanni Falcone ha pagato con la vita nella tristemente nota "strage di Capaci", ordita da Cosa nostra, in cui muiono anche la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Una citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire, è quella di J. F. Kennedy: "Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana".
La giornalista Marcelle Padovani, che lo ha intervistato più volte, ricorda che "L'enorme capacità di lavoro e l'abnegazione di Giovanni Falcone erano oggetto di ammirazione, a volte non disgiunta da una certa beffarda ironia. Per undici anni, comunque, è vissuto nell'atmosfera artificiale delle corti di giustizia, delle carceri, degli uffici superprotetti. Non usciva mai, vedeva il sole soltanto attraverso i finestrini blindati della sua Alfa-Romeo. Davanti alla sua abitazione due poliziotti montavano la guardia giorno e notte. Alcuni inquilini avevano suggerito in una lettera al «Giornale di Sicilia « di riunire tutti i magistrati che costituivano un rischio per la sicurezza degli altri in una specie di fortino, magari una prigione...".
Le seguenti citazioni di Giovanni Falcone sono tratte dal libro-intervista con Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra (1991) e da discorsi e interviste varie.
Giovanni Falcone
Cose di Cosa Nostra
© Rizzoli 1991 - con Marcelle Padovani - Selezione Aforismario

Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione.

La mafia [...] non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non siano alleati a Cosa Nostra – per un'evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.

Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d'Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica.

È evidente che è la mafia ad imporre le sue condizioni ai politici, e non viceversa. Essa infatti non prova, per definizione, alcuna sensibilità per un tipo di attività, quella politica, che è finalizzata alla cura di interessi generali. Ciò che importa a Cosa Nostra è la propria sopravvivenza e niente altro. Essa non ha mai pensato di prendere o di gestire il potere. Non è il suo mestiere.

La mafia non si impegna volentieri nell'attività politica. I problemi politici non la interessano più di tanto finché non si sente direttamente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Le basta fare eleggere amministratori e politici «amici» e a volte addirittura dei membri dell'organizzazione.

Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale.

La tendenza dei siciliani alla discrezione, per non dire al mutismo, è proverbiale. Nell'ambito di Cosa Nostra raggiunge il parossismo. L'uomo d'onore deve parlare soltanto di quello che lo riguarda direttamente, solo quando gli viene rivolta una precisa domanda e solo se è in grado e ha diritto di rispondere.

Accanto [agli uomini d'onore] vi sono i cosiddetti «colletti bianchi», che conducono una vita legale apparentemente irreprensibile e che gestiscono il denaro proveniente dalle attività illecite.

Il dialogo Stato/mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela

La mafia è l'organizzazione più agile, duttile e pragmatica che si possa immaginare rispetto alle istituzioni e alla società nel suo insieme.

Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?

Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia.

Cosa Nostra è una società, una organizzazione, a modo suo, giuridica, il cui regolamento, per essere rispettato e applicato, necessita di meccanismi effettivi di sanzioni. Dal momento che all'interno dello Stato-mafia non esistono né tribunali né forze dell'ordine, è indispensabile che ciascuno dei suoi «cittadini» sappia che il castigo è inevitabile e che la sentenza verrà eseguita immediatamente. Chi viola le regole sa che pagherà con la vita.

La cultura della morte non appartiene solamente alla mafia: tutta la Sicilia ne è impregnata.

Nel novantanove per cento dei casi, quando un uomo d'onore riceve l'ordine di uccidere, non ha altra scelta se non quella di obbedire. Se deve uccidere, uccide. Senza porsi domande e senza farne. Senza lasciare trapelare incertezze e soprattutto senza averne. Senza manifestare compassione. Chi tentenna di fronte alla necessità di uccidere è un uomo morto.

In genere si ritiene che la mafia privilegi certe tecniche di omicidio rispetto ad altre. È un errore. La mafia sceglie sempre la via più breve e meno rischiosa. È questa la sua unica regola. Non ha alcuna preferenza di tipo feticistico per una tecnica o per un'altra.

La mescolanza tra società sana e società mafiosa a Palermo è sotto gli occhi di tutti e l'infiltrazione di Cosa Nostra costituisce la realtà di ogni giorno.

La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un'associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.

Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi.

Cosa Nostra si fonda sulla regola dell'obbedienza. Chi sa obbedire, eseguendo gli ordini con il minimo di costi, ha la carriera assicurata.

La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell'adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l'uso dell'intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa.

All'interno della mafia l'omertà la legge del silenzio continua ad essere la regola.

Lo stesso meccanismo di espulsione, praticamente, che si ritrova tra gli eschimesi e presso altri popoli che abbandonano i vecchi, i malati gravi, i feriti perché intralciano il loro cammino in una terra ostile, mettendo in pericolo la sopravvivenza di tutti. In un gruppo come la mafia, che deve difendersi dai nemici, chi è debole o malato deve essere eliminato.

Dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l'eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.

Occuparsi di indagini di mafia significa procedere su un terreno minato: mai fare un passo prima di essere sicuri di non andare a posare il piede su una mina «antiuomo».

Il quadro realistico dell'impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall'impressione suscitata da un dato crimine o dall'effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull'opinione pubblica.

Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso.

L'imperativo categorico dei mafiosi, di «dire la verità», è diventato un principio cardine della mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità.

Conoscendo gli uomini d'onore ho imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate né incomprensibili. Sono in realtà le logiche del potere, e sempre funzionali a uno scopo. Ho imparato ad accorciare la distanza tra il dire e il fare. Come gli uomini d'onore.

Nei momenti di malinconia mi lascio andare a pensare al destino degli uomini d'onore: perché mai degli uomini come gli altri, alcuni dotati di autentiche qualità intellettuali, sono costretti ad inventarsi un'attività criminale per sopravvivere con dignità?

Professionalità nella lotta alla mafia significa anche avere la consapevolezza che le indagini non possono essere monopolio di un'unica persona, ma frutto di un lavoro di gruppo. L'eccesso di personalizzazione è il pericolo maggiore delle forze antimafia, dopo la sottovalutazione dei rischi.

Se le istituzioni continuano nella loro politica di miopia nei confronti della mafia, temo che la loro assoluta mancanza di prestigio nelle terre in cui prospera la criminalità organizzata non farà che favorire sempre di più Cosa Nostra.

La magistratura ha sempre rivendicato la propria indipendenza, lasciandosi in realtà troppo spesso irretire surrettiziamente dalle lusinghe del potere politico. Sotto la maschera di un'autonomia formale, il potere ci ha fatto dimenticare la mancanza di autonomia reale.

Temo che la magistratura torni alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro dall'altro, e alla resa dei conti, palpabile, l'inefficienza dello Stato.

Le leggi non servono se non sono sorrette da una forte e precisa volontà politica, se non sono in grado di funzionare per carenza di strutture adeguate e soprattutto se le strutture non sono dotate di uomini professionalmente qualificati.

L'avere dimostrato la vulnerabilità della mafia costituisce una forza anche per gli investigatori nella misura in cui dà la consapevolezza che i mafiosi sono uomini come gli altri, criminali come gli altri, e che possono essere combattuti con una efficace repressione.

I risultati si ottengono con un impegno duro, continuo, quotidiano. Senza bluff. Senza dilettantismi.

Con quali strumenti affrontiamo oggi la mafia? In un modo tipicamente italiano, attraverso una proliferazione incontrollata di leggi ispirate alla logica dell'emergenza. Ogni volta che esplode la violenza mafiosa con manifestazioni allarmanti o l'ordine pubblico appare minacciato, con precisione cronometrica viene varato un decreto-legge tampone volto a intensificare la repressione, ma non appena la situazione rientra in una apparente normalità, tutto cade nel dimenticatoio e si torna ad abbassare la guardia.

Dato che la lotta che stiamo combattendo è una vera e propria guerra coi suoi morti e i suoi feriti, come tutte le guerre deve essere combattuta con il massimo impegno e la massima serietà.

L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani
ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.
(Giovanni Falcone)
Frasi da articoli e interviste
 Selezione Aforismario

− Ma chi glielo fa fare?
− Soltanto lo spirito di servizio.
[Intervista di Franco Alfano, TG2 Studio Aperto, 1986].

Io credo che occorra rendersi conto che questa non è una lotta personale tra noi e la mafia. Se si capisse che questo deve essere un impegno - straordinario nell'ordinarietà - di tutti nei confronti di un fenomeno che è indegno di un paese civile, certamente le cose andrebbero molto meglio.
[Intervista di Corrado Augias, Telefono Azzurro, 1991]

Non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo.
[Dichiarazione al CSM, 1991].

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.
[Intervista, Rai 3, 1991]

La mafia [...] già da molto tempo funge da modello per la criminalità organizzata. Ne consegue che questa sostanziale unitarietà del modello organizzativo consente di utilizzare il termine mafia in senso ampio per tutte le più importanti organizzazioni criminali.
[Micromega, 1992]

È tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso. [1]

Libro di Giovanni Falcone consigliato
Cose di Cosa Nostra 
Curatrice: Marcelle Padovani 
Editore: BUR Bibl. Univ. Rizzoli, 2004

«Nemico numero 1 della mafia»: l'etichetta gli resterà attaccata per sempre. Circondato da un alone leggendario di combattente senza macchia e senza paura, il giudice Giovanni Falcone, cinquantadue anni, ne ha trascorsi undici nell'ufficio bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo a far la guerra a Cosa Nostra.Queste pagine ne costituiscono la testimonianza. Non si tratta né di un testamento né di un tentativo di tenere la lezione e ancor meno di atteggiarsi a eroe. «Non sono Robin Hood,» commenta in tono scherzoso «né un kamikaze e tanto meno un trappista. Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium.» Si tratta dunque piuttosto di un momento di riflessione, del tentativo di fare un bilancio nell'intervallo tra vecchi e nuovi incarichi: il 13 marzo 1991 il giudice Giovanni Falcone è stato nominato direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Lontano da Palermo. Venti interviste diventano materiale per dettagliate narrazioni in prima persona che si articolano in sei capitoli, disposti come altrettanti cerchi concentrici attorno al cuore del problema-mafia: lo Stato. Un'analisi che parte dalla violenza, dai messaggi e messaggeri, per arrivare agli innumerevoli intrecci tra vita siciliana e mafia, all'organizzazione in quanto tale, al profitto - sua vera ragion d'essere - e, infine, alla sua essenza: il potere.

Note
  1. "Durante l’incontro con il giudice Falcone eravamo circondati da un nugolo di poliziotti armati fino ai denti e con le sirene spiegate. “È tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso”, mi disse il magistrato congedandosi con un mezzo sorriso triste. Lo uccisero". Juan Arias, Mi triste Italia, El Pais, 2009.
  2. Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Paolo Borsellino

Nessun commento: